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10 Giugno 2026 di Claudia Carpinella
Nelle sue ricerche sul sistema educativo israeliano, Peled-Elhanan ha evidenziato come la scuola sia uno dei più importanti fattori del processo di disumanizzazione di cui sono fatti segno i palestinesi.
Cosa succede quando dei bambini cresciuti in un ambiente che disumanizza sistematicamente i palestinesi diventano soldati, politici ed elettori? “Accade il genocidio di Gaza, senza che nessuno si scomponga un granché”. A dirlo è Amos Brison, editore di +972 Magazine, che nel suo podcast ha intervistato Nurit Peled-Elhanan, professoressa emerita di Educazione linguistica all’Università di Gerusalemme.
Nelle sue ricerche sul sistema educativo israeliano, Peled-Elhanan ha evidenziato come la scuola sia uno dei più importanti fattori del processo di disumanizzazione di cui sono fatti segno i palestinesi.
In Israele il sistema scolastico è diviso in tre settori: quello statale laico (Mamlakhti), quello statale religioso (Mamlakhti Dati) e quello ultraortodosso. Le ricerche di Peled-Elhanan si sono concentrate sulla scuola laica e, in parte, su quella religiosa. Ha escluso — per ovvie ragioni, dice — la scuola ultraortodossa, che presenta apertamente il popolo ebraico in termini suprematisti.
Dalla scuola laica escono molti dei soldati d’élite dell’esercito, che però “non sono meno criminali dei fautori dei pogrom”, spiega Peled-Elhanan.
Dalla scuola primaria (Yesodi) fino alle superiori (Tichon), i palestinesi vengono presentati come un problema. Tant’è che un giovane studente ha sintetizzato in poche parole anni di ricerche della studiosa, dichiarandole: “Voi ci avete insegnato che sono un problema da risolvere. Quindi lo stiamo risolvendo”.
“I massacri dell’esercito sono per una buona causa”
“L’educazione che hanno ricevuto è questa”, sottolinea la professoressa. “L’esercito è al di sopra di ogni giudizio e al riparo da ogni critica. E se l’esercito fa qualcosa di sbagliato, ha comunque una buona ragione per farlo”.
È così che, ad esempio, negli anni Novanta, quando i libri scolastici menzionavano massacri come quelli di Deir Yassin, Kfar Qasim o Qibya, si affermava sempre che le loro conseguenze “erano positive per gli ebrei”.
I massacri dei palestinesi vengono sempre accompagnati da una “spiegazione consequenziale”, precisa la studiosa. “Si prendono le conseguenze e le si trasformano in causa. Non è necessario dire esplicitamente: ‘Siamo andati a ucciderli’. Piuttosto ‘li abbiamo uccisi e ne è conseguito un esito positivo per noi”.
Un caso emblematico è quello di Deir Yassin. Il 9 aprile 1948 circa 120 palestinesi, tra donne, uomini e bambini, furono uccisi in questo villaggio. I soldati dell’Irgun (l’IDF nascerà qualche settimana dopo) spararono anche a giovani madri con i figli in braccio. Il massacro suscitò la condanna di importanti esponenti della comunità ebraica americana: Hannah Arendt e Albert Einstein definirono nazisti i soldati israeliani coinvolti.
Nei libri di scuola, però, Deir Yassin viene raccontato in questi termini: “L’episodio provocò il panico e la fuga precipitosa degli arabi di Israele”. La conclusione del capitolo rafforza questa interpretazione storica: viene citato Chaim Weizmann, primo presidente dello Stato di Israele, secondo il quale Deir Yassin fu “un miracolo”.
Il ruolo dell’Olocausto nell’istruzione israeliana
“L’Olocausto, molto più del sionismo, è l’elemento principale dell’identità israeliana”, afferma Eyal Naveh, professore di storia moderna all’Università di Tel Aviv. Ma come viene insegnato nelle scuole laiche israeliane? “Lo scopo dell’insegnamento dell’Olocausto in Israele è quello di traumatizzare ogni qualvolta sia possibile. Di creare un terrore profondo di un altro Olocausto. Durante la Guerra del Golfo, tutti parlavano di un’altra Shoah (come nel libro Shoah and the Syndrome). Il 7 ottobre è stato raccontato come una Shoah. Tutto è Shoah”.
La sociologa Julia Resnik rileva che fino agli anni ’70 gli studi sull’Olocausto non rivestivano grande importanza. Tuttavia, dopo la guerra del ’73 – quella del Kippur – “si verificò un’enorme ondata di emigrazione da Israele”. Così, spiega Peled-Elhanan, “il Ministero dell’Istruzione ha ideato un piano per trattenere i giovani in Israele. Traumatizzarli e spaventarli a tal punto riguardo al mondo esterno da indurli a restare e ad essere pronti a sacrificare le proprie vite e, ovviamente, quelle degli altri. La mia conclusione è che questa sia la funzione principale dell’educazione sull’Olocausto”.
Non a caso, delle vite spezzate dall’Olocausto, fatta eccezione per figure come Anna Frank o Annick Lever, si studia relativamente poco. Un disinteresse evidenziato da Shmuel Krakowski: “Sappiamo così tanto dello sterminio, ma non sappiamo nulla degli sterminati”.
Per Peled-Elhanan questo non è un dettaglio marginale, ma il segno di un’impostazione educativa precisa: l’insegnamento dell’Olocausto “non è pensato per suscitare empatia o dolore”, bensì “per traumatizzare gli studenti e alimentare la paura di tutto ciò che non appartiene al proprio gruppo”.
Il Bagrut, l’esame di maturità
Nei libri di storia c’è un capitolo, “La formazione della memoria dell’Olocausto”, in cui vengono riportati gli attacchi terroristici palestinesi in modo del tutto decontestualizzato. Dopo ogni episodio descritto compare sempre lo stesso monito: “Questo evento ha dimostrato agli israeliani la loro vulnerabilità”.
È in questo quadro che si inserisce il Bagrut, l’esame di maturità. Secondo Peled-Elhanan, agli studenti viene spesso chiesto di scegliere un attacco terroristico e metterlo in relazione con la memoria dell’Olocausto.
“Tutto diventa Shoah”, osserva la studiosa. I palestinesi finiscono così per occupare il posto che un tempo era attribuito ai persecutori europei: quello del nemico esistenziale e del potenziale sterminatore.
“Ben-Gurion disse che avrebbe accettato il risarcimento dalla Germania per difenderci dagli arabi nazisti. così [gli arabi] sono diventati nazisti”, afferma. E aggiunge: “Tutti noi vogliamo vivere a Berlino. Ma dobbiamo avere uno sterminatore per poter giustificare noi stessi [dare un senso alla nostra esistenza ndr]. Così i palestinesi sono diventati i nostri potenziali sterminatori”. E così la scuola israeliana ha svolto il compito che gli è stato assegnato: fabbricare il Nemico.