Clima mutato e salute di chi lavora: cosa fare?

Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org

di Vito Totire

   MUTAMENTI CLIMATICI E NOCIVITA’ DEL LAVORO OPERAIO: PER UNA LINEA DI CLASSE (E NON MASOCHISTA)

    18 morti nei luoghi di lavoro nel 2025 (solo per il caldo): BISOGNA ARRIVARE IL GIORNO PRIMA E NON IL GIORNO DOPO

In premessa va chiarito che i “mutamenti climatici” non sono stati causati dai lavoratori ma dal modo di produzione capitalistico che ha saccheggiato le risorse naturali e quindi anche quelle fossili portando ormai il pianeta sull’orlo del baratro ; quindi le conseguenze dei mutamenti climatici non devono essere pagate dai lavoratori.

Gli economisti indipendenti evidenziano che con il caldo il Pil CALA INEVITABILMENTE; i padroni devono rassegnarsi; è assurdo cercare di risalire la china col solito metodo cioè quello di “spremere ancora di più il limone” nel senso di vessare e schiavizzare ulteriormente la classe operaia.

LA RISPOSTA EQUA AGLI EFFETTI DEI MUTAMENTI CLIMATICI E’: RIDUZIONE DELL’ORARIO DI LAVORO A PARITA’ DI SALARIO

Ovviamente tutto dipende dalla forza dei lavoratori MA BISOGNA CHE AFFRONTIAMO IL PROBLEMA CON LE IDEE CHIARE DA SUBITO

Qualche anno fa una rappresentante delle UE, evidentemente poco avvezza al lavoro di fabbrica, elogiò una azienda italiana del comparto ceramico che (non per problemi di alte temperature ma per obiettivi di risparmio energetico) impose ai lavoratori di iniziare a lavorare alle cinque del mattino: in verità una pessima “scelta” per i ritmi fisiologici e circadiani degli essere umani; lo sconvolgimento di questi ritmi è pagato a caro prezzo dalla salute psicofisica di chi lavora ma ai padroni questo non interessa … tanto più quanto questo non causa patologie cosiddette “tabellate” in Lista I.

Quindi si incrementano patologie per le quali il padrone molto difficilmente sarà chiamato a risarcire e alle quali spesso, addirittura, non viene neanche riconosciuta una misera copertura assicurativa Inail a causa della condotta tendenzialmente “negazionista” di questo ente.

RIFIUTIAMO DI SCONVOLGERE I NOSTRI RITMI FISIOLOGICI PER I DANNI CHE LO SVILUPPO CAPITALISTICO, QUINDI I PADRONI, HANNO CAUSATO ALL’AMBIENTE

   CERTO “NON SI MUORE” PER AVER ANTICIPATO DI UN’ORA IL LAVORO MA PER PERSONE PARTICOLARMENTE SENSIBILI ANCHE L’ANTICIPO DI UNA ORA PUO’ AVERE UN IMPATTO NEGATIVO SULLA SALUTE (lo dimostrano i dati mondiali sugli infarti in occasione dei cambi di orario solare-legale).

Dunque rifiutiamo di cominciare a lavorare un’ora prima; e rifiutiamo, per altre ragioni, di smettere di lavorare una ora dopo.

Per consentire queste forzature si cerca persino di modificare i regolamenti comunali relativi al rumore per cui se nel tuo condominio ci sono lavori edili all’aperto puoi essere svegliato da rumore un’ora prima; le famose “ordinanze regionali” si sono preoccupate della produttività senza tenere in nessun conto il peggioramento della esposizione al rumore

C’è dunque il problema della pausa 12.30-16 per i lavori all’aperto;

VA BENE LA PAUSA MA COSA SIGNIFICA ? RECUPERARE TRE ORE E MEZZA E ANDARE A CASA ALLE NOVE DI SERA?

Si tratta di una grave invasione del tempo di vita; l’anno scorso un datore di lavoro si lamentò perché non riusciva a trovare braccianti che accettassero di fare la pausa. La questione è semplice: il bracciante sta tre ore e mezza sotto un albero per poi andare a casa alle 8 di sera oppure invece di stare sotto un albero fa 20 km. in bicicletta per andare a casa e ritornare entro le quattro ?

QUINDI LA VERA SOLUZIONE è: NON MODIFICA DELL’ORARIO VERSO RITMI NON FISIOLOGI E “ORARI ANTISOCIALI” (che mettono in difficoltà i lavoratori nelle loro relazioni familiari) MA RIDUZIONE DELL’ORARIO A PARITA’ DI SALARIO PIUTTOSTO CHE “ORARIO SPEZZATO”.

PERALTRO CONTRO L’ORARIO “SPEZZATO” (SIA AL CALDO CHE AL FREDDO !) SI STANNO ESPRIMENDO VASTE AREE DI LAVORATORI ANCHE CON SCIOPERI COME QUELLO DEL 22 GIUGNO a Bologna DELLE COOPERATIVE SOCIALI

  Dunque per cantieri o campi nei quali c’è eventualmente bisogno di tenere un certo ritmo produttivo vanno assunti altri lavoratori che su base volontaria e adeguatamente retribuiti (si tratta pur sempre di orari “antisociali”) siano disponibili al turno, se strettamente necessario, dalle 16 all’ora della visibilità.

IN DEFINITIVA AI MUTAMENTI CLIMATICI SI DEVE RISPONDERE LAVORANDO MENO A PARITA’ DI SALARIO O CON CASSA INTEGRAZIONE ma AL 100 % della retribuzione

A PROPOSITO DEI LAVORI AL CHIUSO: la questione è totalmente RIMOSSA DALLE ORDINANZE REGIONALI; niente “panico” in quanto questo non sminuisce l’obbligo della valutazione del “rischio microclima”.

Come affrontare e ridurre il rischio alla fonte in questi casi ?

• IMPIANTI DI CLIMATIZZAZIONE; occorre respingere lo scaricabarile tra committente ed appaltante; se un capannone viene affittato per attività lavorative deve essere garantito un microclima accettabile, altrimenti sarebbe come affittare un locale per un ristorante senza rubinetti e senza acqua; chi debba farsi carico dell’ onere della climatizzazione non è questione che riguardi i lavoratori; è questione che invece devono risolvere i datori di lavoro con chi prende in affitto i locali; e la questione deve essere risolta preventivamente; come dice la giurisprudenza di merito (e soprattutto come vuole la logica umana non padronale ): LE CONDIZIONI DI SICUREZZA DEVONO PREESISTERE ALL’AVVIO DELLA ATTIVITA’ LAVORATIVA (questo è l’ approccio giusto, come sempre espresso correttamente dal giudice Raffaele Guariniello)

• I VENTILATORI, OLTRE I 30°C non sono neanche “pannicelli”, muovono aria calda, rischiano di aumentare la umidità ambientale; danno solo, forse, effimere sensazioni di sollievo, non sono una “soluzione” accettabile

• Ovviamente l’organizzazione del lavoro (all’aperto e non) deve essere integrata dalle misure necessarie per mitigare l’effetto delle alte temperature: incremento delle pause rispetto ai periodi di clima temperato; adeguate aree di ristoro con disponibilità di acqua fresca e non inquinata; disponibilità, in caso di ampia sudorazione, di sali per integrare le perdite (particolarmente utili per alcuni lavoratori e comunque da usare dietro parere medico)

• I DPI – dispositivi di protezione individuale – devono essere adeguati mettendo a disposizione semplici tecniche ormai disponibili: vestiario adeguato, giubbotti ventilati, giubbotti con gel ecc. tenendo comunque conto che il dpi è una valida risorsa ma è l’ultima da adottare quando non è materialmente possibile la riduzione o eliminazione del rischio alla fonte

• La questione delle pause è particolarmente importante; esiste una tabella (NIOSH) che dobbiamo discutere con ilavoratori per validarla o emendarla ; una tabella che propone un rapporto fra temperatura, umidità e durata delle pause; qui ritorna il problema della produttività : non è e non sarà accettabile un incremento dei carichi di lavoro tra una pausa e l’altra per compensare l’aumento delle pause. I padroni devono rassegnarsi: i mutamenti climatici comportano inevitabilmente un calo della produzione salvo innovazioni tecnologiche (che siano non nocive ed invasive per i lavoratori)

• RITENIAMO OPPORTUNO FAR CIRCOLARE LE TABELLE NIOSH in quanto punto di riferimento (differenziate – come già detto – per temperatura, umidità ed entità di sforzo fisico) ; non per una adesione acritica; sono anche queste da sottoporre al percorso di validazione consensuale da parte di lavoratori e lavoratrici (anche per la percezione soggettiva delle differenze di genere); ma è utile farle circolare per chiarire che entità , numero e durata delle pause devono essere ben studiate e rispettate

• Prima dell’arrivo delle alte temperature (dovrebbe entrare in tutte le piattaforme rivendicative locali e nazionali chiedere al medico aziendale (che ha i dati sanitari di tutti i lavoratori) di focalizzare – entro i mesi di aprile/maggio – eventuali condizioni di particolare vulnerabilità perché possano essere adottate precauzioni preventive; dove non si abbia la possibilità di avanzare questa proposta-rivendicazione : OGNI LAVORATORE CHE RITIENE DI ESSERE PORTATORE DI PARTICOLARI VULNERABILITA’ PER MOTIVI DI SALUTE PUO’ CHIEDERE AL MEDICO AZIENDALE UN VISITA AD HOC (articolo 41 del decreto 81/2008, visita su richiesta del lavoratore) perché vengano eventualmente definite particolari misure di prevenzione cioè maggiori pause, minori carichi, sali minerali, eccetera. E’ ovvio e noto che qualora non si condivida il parere espresso dal medico aziendale si può fare ricorso agli organi di vigilanza

• Le nostre proposte servono a ridurre, per quanto tecnologicamente fattibile, i rischi e per farlo IL GIORNO PRIMA del malore o dell’evento traumatico, ovveo per non limitarci alle solite rituali o ipocrite parole di cordoglio del “GIORNO DOPO” quando tutto diventa nebuloso

COME «RETE NAZIONALE LAVORO SICURO» ABBIAMO ASSUNTO LA TUTELA DEI FAMILIARI DI UN LAVORATORE DECEDUTO IN UN CANTIERE NEL 2025: Inail ha respinto (per ora) il riconoscimento di causa professionale (e non ha ancora neanche risposto alla richiesta di “discussione collegiale”); parimenti l’inchiesta della procura , prontamente avviata, è però ferma; le parole del “giorno dopo” sono facili a pronunciarsi, i riconoscimenti dei nessi di causa invece sono sempre molto difficili ;

• Infatti : QUANTI DEI 18 MORTI “UFFICIALI” CAUSATI DAL CALDO NEL 2025 SONO STATI RICONOSCIUTI DAL PUNTO DI VISTA DELLA CAUSA LAVORATIVA?

• NON FINIRA’ COME PER I TUMORI PROFESSIONALI: 9.000 L’ANNO STIMATI DALL’EPIDEMIOLOGIA, 1800 SEGNALATI … E SOLI 900 RICONOSCIUTI DALL’INAIL ?

• E’ EVIDENTE CHE CI IMPGNIAMO E DOBBBIAMO ORGANIZZARCI SEMPRE DI PIU’ E MEGLIO PER LA PREVENZIONE PRIMARIA: ma se i padroni riescono anche a non risarcire i danni (per quel poco che si può davvero risarcire così gravi perdite fisiche e umane ) non avranno più freni nelle loro pratiche di sfruttamento schiavistico

• A questo proposito la «RETE NAZIONALE LAVORO SICURO» DENUNCIA ANCORA UNA VOLTA L’INFAME FINANZIAMENTO A FINCANTIERI (80 MILIONI DI EURO) CONCESSO DALL’INDECENTE GOVERNO IN CARICA PER CONSENTIRE AL PADRONE DI RECUPERARE LE RISORSE ECONOMICHE CHE HA DOVUTO “ELARGIRE” PER IL RISARCIMENTO DEI LUTTI E DEGLI OMICIDI SUL LAVORO CAUSATI DA ESPOSIZIONE «INDEBITA» AD AMIANTO.

In definitiva: la linea operaia per la difesa dagli effetti dei mutamenti climatici è del tutto diversa e antagonista rispetto a quella dei padroni. Fare passare la nostra linea dipende dai rapporti di forza; molti invocano maggiore vigilanza istituzionale (ispettorati ed altri enti): non siamo affatto contrari, anzi, MA L’ELEMENTO DECISIVO RIMANGONO LA FORZA OPERAIA E LA DISPONIBILITA’ ALLA LOTTA PER AFFERMARE IL DIRITTO ALLA SALUTE

LA LINEA EFFICACE è : CONTINUARE CON LE ASSEMBLEE DI GRUPPO OPERAIO OMOGENEO CHE SI STANNO SVILUPPANDO GRAZIE AL RADICAMENTO OPERAIO DEL SINDACATO Si. Cobas

DARE LA PAROLA AI LAVORATORI, CONTARE SULLA LORO FORZA

I MUTAMENTI CLIMATICI NON LI ABBIAMO CAUSATI NOI, SAREBBE INIQUO CHE NOI NE SUBISSIMO LE CONSEGUENZE

E’ DA RESPINGERE AL MITTENTE OGNI RICHIESTA DI ULTERIORI “SACRIFICI”

(*) Vito Totire è portavoce della «Rete Nazionale Lavoro Sicuro»

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.