Un lavoro tutto da fare

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Guido Viale 30 Giugno 2026

C’è un caldo insopportabile in tutta Europa. Fra un po’ terminerà con qualche disastrosa grandinata. Poi riprenderà. Siamo impreparati alle conseguenze dei cambiamenti climatici, provocati dall’utilizzo dei combustibili fossili. In questo scenario, scrive Guido Viale, il primo problema è la nostra delega ai governi, ai partiti, alle imprese, a “chissà chi?”: ancora troppi si illudono che la transizione “dall’alto” prima o poi in qualche modo si farà. C’è da mettere sottosopra ogni aspetto della nostra vita quotidiana. E c’è da considerare il punto di vista dei più fragili. Si tratta di cominciare da cose elementari quanto fondamentali: consumi, produzioni nocive, trasporti, salute, istruzione, svago… ma anche da questioni generali come migrazioni e guerre

Workshop “L’Affresco del Clima”, durante Transizioni fest 2026 (leggi anche Costruire arche ai piedi delle Alpi): un buon modo per allenare l’intelligenza collettiva


C’è un caldo insopportabile in tutta l’Europa. Fra un po’ terminerà con qualche disastrosa grandinata. Poi riprenderà e sarà ancora peggio, alternando sempre più spesso eventi estremi e mandando avanti processi irreversibili come lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento dei mari, gli incendi delle foreste e l’inaridimento di fiumi e laghi, per non parlare dei virus e delle epidemie in vista. Ce lo dice, e non da ora, ma da decenni, “la Scienza”; o, più modestamente, la comunità scientifica.

Siamo impreparati a tutto questo: lo sono i Governi nazionali e locali, le istituzioni sovranazionali, le imprese, i media e il loro personale asservito, i sindacati, i partiti, le associazioni e tutti noi comuni cittadini e cittadine. E non per la disinformazione diffusa a piene mani dai molti negazionisti del clima, bensì per quella promozione dell’indifferenza e dell’irresponsabilità di fronte al disastro in arrivo e già in corso di cui siamo tutti al tempo stesso, e in diversa misura, vittime e complici.

Sui media i servizi in cui si adombra la gravità della situazione – per le molte esistenze umane stroncate, per l’economia, per i raccolti agricoli, per la vita urbana – si alternano ai sevizi sugli inconvenienti e le opportunità che questo caldo comporta per chi va o deve andare in vacanza;

il riconoscimento che all’origine di questa catastrofe ci sono i combustibili fossili si abbina all’augurio che lo stretto di Hormuz riapra al più presto perché il petrolio “torni a scorrere”;

la timida ammissione che questo sistema economico è ormai insostenibile non ostacola certo l’ingiunzione (convalidata dal più incensato guru di questa indecente classe dirigente europea e occidentale) a rincorrere sempre di più “crescita e competitività”.

Abbiamo avuto tre grandi piani dai nomi altisonanti, con finalità in gran parte sovrapposte (European Green Deal, Next Generation Eu e PNRR, più l’italiano “110 per cento”) per dover concludere che nulla è stato fatto per affrontare la catastrofe climatica incombente e che i denari disponibili sono stati sprecati o deviati verso altre finalità: soprattutto guerra e armi…

A che cosa è dovuta tanta scriteriata indifferenza? Di chi la colpa?

Le responsabilità sono molteplici e condivise: corposi interessi a perpetuare lo stato di cose presente, soprattutto per quel che riguarda i combustibili fossili e il loro uso nella vita quotidiana: miliardi e miliardi di barili di petrolio, di metri cubi di gas, di tonnellate di carbone (e montagne di dollari) sono ancora rinchiusi nelle loro casseforti sotterranee e non possono essere “lasciati lì” senza metterli in circolo; poi, il senso di impotenza di governanti e governati di fronte all’enormità del problema e dei compiti per affrontarlo; c’è anche molto conformismo: nessuno osa gridare “al lupo!” là dove le pecore pascolano contente; certo, conta anche l’ignoranza: basta ascoltare uno qualsiasi dei nostri politici toccare l’argomento – tipo “alle Bahamas si sta bene; staremo bene anche qui” – per capire che non se ne è mai occupato; ma soprattutto conta la nostra delega: ai governi, ai partiti, alle imprese, a “chissà chi?”, perché facciano quello che “la Scienza” dice che bisogna fare, senza mai sentirsi investiti di persona da quel “che fare”?

“Di persona”: che cosa vuol dire?

Vuol dire che la transizione “dall’alto” non si farà mai, per quanto forti siano le pressioni (e non lo sono) perché i Governi, a tutti i livelli, cambino rotta. Di persona vuol dire “dal basso”.

E come? Ce lo aveva detto trent’anni fa Alex Langer: “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile”. Intanto si tratta di una conversione: un processo eminentemente spirituale o, se vogliamo, culturale; ma che non può non avere anche un solido riscontro materiale.

Ma l’attenzione di chi quelle parole le ha prese sul serio si è concentrata quasi solo su quel “desiderabile”: sullo sforzo per delineare un assetto sociale diverso, ma attraente, che risponda alle fondamentali esigenze della specie umana – che in molti dimentichiamo spesso che oltre a “noi” conta altri otto miliardi di persone! – mantenendo un sano equilibrio con la rigenerazione di tutte le altre forme di vita che popolano la Terra.

È il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di Francesco. Certo, immaginare quell’assetto è essenziale: senza l’immagine di un mondo diverso non troveremmo la forza di agire. Ma desiderabile per chi? Per noi? Per quelli a cui questo mondo e il modo di vivere che ci impone fanno schifo? Per chi ha già compiuto un salto mentale – e in parte, ma solo in parte, anche materiale, nel proprio stile di vita – oltre lo stato di cose presente? Ma che ne è di tutti gli altri e le altre che a quel salto non hanno nemmeno mai pensato? Di tutti coloro che non partono dalle nostre premesse?

Qui prende corpo il termine “socialmente”: che vuol dire mettere in moto dei meccanismi materiali, o per lo meno dei comportamenti collettivi, capaci di raggiungere anche quei mondi che il nostro “discorso”, le cose che diciamo tra noi, non riescono nemmeno a sfiorare.

Bisogna smettere (cosa difficilissima) di ritenersi “nel giusto” e ricominciare “da zero”: con uno screening di ogni aspetto della nostra vita quotidiana che includa anche quelle dei tanti altri e altre diverse da noi. Certo, occorre cercare, inventare e sperimentare iniziative, proposte, rivendicazioni, progetti, lotte; verificando però ogni volta che rispondano almeno in parte anche alle preoccupazioni di chi è diverso da noi: preoccupazioni poco comprese e poco considerate, che vanno quindi indagate con una inchiesta permanente; innanzitutto, a livello mentale, facendone, ciascuno e ciascuna, un modus vivendi interiorizzato; ma conducendola il più possibile in forme collettive e condivise.

Una inchiesta che consista soprattutto nel “mettersi nei panni degli altri”, cercando vie, sedi e modi per farlo al meglio.

Quali e quante delle più comuni aspirazioni possono trovare la strada, non certo di una realizzazione immediata, ma per lo meno di una maggiore soddisfazione nel perseguirle in modi diversi da quelli correnti? Si tratta qui di cose elementari quanto fondamentali come consumi, spese, produzioni nocive (a sé e agli altri: cioè quasi tutte), trasporti, salute, istruzione, svago, affetti…

Ma anche di questioni generali come migranti e guerre. Mettere al primo posto la salvaguardia del pianeta, e con essa quella delle nostre vite,non significa abbandonare la lotta di classe ma rafforzarla; darle una direzione e un orizzonte che essa ha in gran parte perso insieme al socialismo dei secoli scorsi; rinnovarla: un lavoro per niente ideologico in gran parte ancora tutto da fare. Il caldo insopportabile e gli altri disastri che ci aspettano potrebbero facilitarci il compito.

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