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Krisis.info 1 giugno 2026 di Francesco Cosimato
«Concavo e convesso», litografia di Maurits Cornelis Escher nel 1955. Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 3.0.
Il generale Cosimato sostiene che la strategia di Bruxelles si fonda su un evidente cortocircuito. La Russia viene presentata come una minaccia esistenziale e, al tempo stesso, come un avversario destinato alla sconfitta. L’analisi dei dati militari e dell’evoluzione del conflitto in Ucraina mostra una realtà diversa.
IN BREVE
Contraddizione strategica Se da un lato i vertici politici paventano un’invasione russa, dall’altro si dicono certi di infliggere a Mosca una sconfitta bellico.
Valutazioni d’intelligence I dati dei servizi d’informazione e il comandante del SACEUR escludono piani di attacco russi contro i Paesi del blocco atlantico nel continente.
Asimmetria atlantica Senza il supporto e gli asset logistici degli Stati Uniti, le forze dei governi europei mostrano forti carenze nei sistemi d’arma convenzionali.
Stato del conflitto Sul terreno, l’iniziativa resta in mano a Mosca. Un dato di fatto che evidenzia l’inefficacia della linea di condotta occidentale basata sul solo invio di armi.
La narrazione sulla sicurezza occidentale è imperniata attorno a una profonda contraddizione. Per un verso, i leader europei della NATO alimentano il timore di un’imminente invasione russa contro il cuore del continente. D’altro canto, la medesima classe politica si mostra incrollabilmente convinta di poter infliggere a Mosca una «sconfitta strategica» attraverso deleghe militari.
Se la Russia possiede realmente le capacità attribuitele dall’Occidente, allora risulta difficile sostenere che possa essere sconfitta mediante un sostegno indiretto all’Ucraina. Se invece non dispone di tali capacità offensive nei confronti dell’Europa, viene meno la giustificazione dell’allarme permanente. Questo cortocircuito logico delinea il paradosso della difesa dell’Europa: ci si dichiara fatalmente vulnerabili di fronte a un nemico che, al tempo stesso, si presume di poter piegare.
I Paesi europei membri della NATO si ritengono vulnerabili in vista di un eventuale attacco russo. Eppure non risultano evidenze concrete circa una reale volontà russa di attaccare un’area caratterizzata da una forte dipendenza energetica, da una progressiva deindustrializzazione e da profonde tensioni sociali.
Il generale Alexus Grynkewich, comandante supremo delle Forze alleate in Europa (SACEUR), ha dichiarato che non esistono informazioni d’intelligence che indichino un’intenzione russa di attaccare l’Europa. Se questa è la valutazione del massimo comandante militare della NATO in Europa, risulta arduo capire perché il dibattito politico continui a prospettare come imminente un’aggressione russa contro il continente.
La NATO si ostina a dichiarare, attraverso i suoi leader, che è un’alleanza difensiva. In particolare, ciascun ministro degli Esteri ripete ad ogni occasione che il suo Paese non è in guerra con la Russia. Tuttavia, appare evidente che tutti questi Paesi contribuiscono in maniera determinante allo sforzo bellico ucraino.
È noto che l’Ucraina importa una quota significativa di componenti per droni da Paesi europei (come Polonia, Repubblica Ceca e Germania), che vengono poi assemblati o integrati in loco. Secondo i principi del diritto dei conflitti armati, impianti industriali destinati in modo diretto alla produzione di materiale bellico in determinate circostanze possono essere qualificati come obiettivi militari, purché ricorrano i requisiti previsti dal diritto internazionale umanitario.
L’esame dei dati numerici di fonte aperta circa le forze e i sistemi d’arma della NATO (Fonte Global Fire Power Index – tabella 1) e il potenziale confronto tra il blocco russo-bielorusso e i Paesi cosiddetti «volenterosi» (tabella 2) offre un quadro esplicativo immediato. In quei numeri figurano anche gli Stati Uniti, il cui contributo rappresenta la componente decisiva delle capacità militari complessive della NATO.
Tabella 1: Dati NATO

Dati NATO.
Per la National security strategy di Donald Trump, l’area di intervento prioritaria per gli USA è il continente americano. Se dai dati della NATO (Tabella 1) si sottraggono le cifre americane e in particolare gli asset strategici, cioè satelliti da comunicazione, da ricognizione, nonché trasporti strategici, rimane ben poco. In sostanza, i Paesi europei della NATO non hanno forze sufficienti per difendersi o, peggio, attaccare per ottenere la «sconfitta strategica» della Russia.
Per questo i governi europei, almeno a parole, dichiarano di voler aumentare le spese per la Difesa. Non solo in seguito alle reiterate richieste dell’amministrazione Trump, ma anche perché le loro forze sono oggettivamente del tutto insufficienti a sostenere un ipotetico conflitto contro la Russia. Nella tabella 2 si notano carenze nel campo dei velivoli da combattimento, dei carri armati e delle artiglierie.
Tabella 2: Confronto blocco russo e bielorusso con «volenterosi»

* Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Polonia, Ungheria, Spagna.
Sotto il profilo strettamente geopolitico, la Russia non pare avere alcun interesse strategico ad attaccare un’Europa che, priva di autonomia energetica e di risorse naturali, non offre vantaggi competitivi a Mosca. Ciononostante, i tecnocrati europei e le figure politiche di riferimento sostengono con assoluta certezza l’ineluttabilità di un’aggressione russa, indicando, sulla base di proiezioni non verificate, il 2029 come anno di svolta. Un generale britannico, Sir Richard Shirreff, aveva già preconizzato tale invasione per lo scorso novembre. Previsione che non ha trovato riscontro nei successivi sviluppi sul campo.
Tutti gli strumenti militari dismessi dopo la fine della Guerra fredda vengono oggi rivalutati, portando diversi Paesi a riconsiderare anche il modello della leva obbligatoria, che potrebbe essere ripristinata in Paesi come Germania, Francia, Danimarca e Regno Unito. Invece, in Italia, le tesi favorevoli al ripristino del servizio di leva, in piena conformità all’articolo 52 della Costituzione, rimangono confinate ai margini del dibattito istituzionale (posizione che chi scrive condivide pienamente).
Il quadro si fa evidentemente complesso: sembra che la NATO sia un organismo potentissimo, ma sul punto di dissolversi per via delle critiche mosse dagli americani. Annotazione curiosa: un membro della NATO, gli Stati Uniti, ha attaccato un Paese non NATO, l’Iran, e, quando si è trovato in difficoltà, ha chiesto ai Paesi europei di aiutarlo. Intervenire con un contingente militare a grande distanza dalla madrepatria è un’operazione difficile già solo per il trasporto delle forze, figuriamoci in mancanza di queste.
Peraltro, l’Italia si è dotata di uno strumento militare che, per esplicita ammissione del ministro della Difesa, dispone esclusivamente di forze per condurre operazioni di peacekeeping. Forse gli americani non sapevano di questa nostra caratteristica che ci accomuna agli altri Paesi europei che si definiscono volenterosi?
Un elemento cruciale per comprendere la complessità del quadro attuale è la valutazione dell’andamento sul terreno del conflitto in Ucraina. La narrazione strategica occidentale insiste sul presupposto che il continuo sostegno militare a Kiev possa condurre alla «sconfitta strategica» di Mosca. Tuttavia, i resoconti provenienti dal fronte delineano una realtà differente e ben più complessa per l’Occidente. La Russia mantiene l’iniziativa e prosegue nel suo sforzo offensivo, registrando avanzate lente ma costanti.
È ben vero che i droni ucraini colpiscono la Russia in profondità, ma questo non implica che le sorti del conflitto si stiano invertendo. La capacità di colpire in profondità il territorio avversario non coincide necessariamente con la capacità di modificare l’andamento strategico di un conflitto. Durante la Seconda guerra mondiale, i nazisti furono capaci di colpire Londra con i missili V1 e V2 sul finire del conflitto. Eppure non impedirono agli alleati di progredire comunque dalla Francia verso la Germania stessa. Il corso di quella guerra rese inutili i missili nazisti. In ultima analisi, e in aperta contraddizione con le evidenze sul terreno, le leadership europee – spesso prive di solido consenso popolare – insistono nel sostenere una guerra che appare ormai perduta. Non dall’Ucraina, ma da tutti noi.
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Francesco Cosimato Nato a Roma il 12 novembre 1959, ha frequentato il 162° Corso Allievi Ufficiali presso l’Accademia Militare di Modena. È paracadutista militare, direttore di lancio e ispettore per attività di controllo degli armamenti. Ha ricoperto numerosi incarichi di comando e staff, tra cui missioni in Somalia (1993), Bosnia (1998 e 2006) e Kosovo (2000). Ha comandato unità come il I Gruppo del 33° Reggimento artiglieria terrestre Acqui e il 21° Reggimento Artiglieria Trieste. E ha operato presso lo Stato Maggiore dell’Esercito e presso la NATO.