Da Genova al futuro, passando per quel 16 luglio

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Monica Di Sisto 02 Luglio 2026

Foto di Tatiana, diffusa da Elena Giuliani

Il punto da cui partire, per leggere davvero Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani di Vittorio Agnoletto, a cura di Mario Scagnetti, non è la repressione, non è la Diaz, non è Bolzaneto, non è neppure piazza Alimonda. Tutto questo verrà, e segnerà per sempre la storia democratica italiana.

Ma il cuore politico e umano del libro sta prima, nel Public Forum del 16 luglio 2001, organizzato dalla Rete Lilliput, che Agnoletto indica come il ricordo più forte. Sta in quel momento in cui persone arrivate dall’Argentina, dalle Filippine, dal Brasile, dall’Africa centrale, dall’Indonesia, dall’Australia, capivano di stare costruendo non un evento, ma una possibilità. Ognuna portava la propria vertenza, la propria ferita sociale, il proprio pezzo di mondo; ma nessuna si fermava alla rivendicazione particolare.

Tutti comprendevano che il pescatore filippino colpito dagli accordi di libero commercio, i movimenti africani contro il debito, chi denunciava la speculazione finanziaria, chi difendeva l’acqua come bene comune, chi si batteva contro la produzione e il commercio delle armi, stavano parlando della stessa cosa: il diritto dei popoli a sottrarre la vita al dominio del mercato.

È una scelta importante, questa, perché restituisce Genova alla sua verità originaria. Prima che venisse schiacciato dalla violenza dello Stato e deformato dalla narrazione pubblica, il movimento altermondialista era stato uno dei più grandi tentativi di intelligenza collettiva del nostro tempo.

Non un corteo contro qualcosa, ma un laboratorio mondiale che provava a mettere insieme giustizia sociale, pace, ambiente, lavoro, salute, beni comuni, libertà di movimento, cancellazione del debito, critica agli accordi di libero scambio e alla finanziarizzazione dell’economia. Agnoletto ricorda quel momento non con nostalgia, ma con una lucidità che parla al futuro.

Perché in quella sala non c’era soltanto la forza di una generazione. C’era un metodo: partire dalle lotte concrete, riconoscerne l’interdipendenza, costruire un lessico comune, evitare che ogni conflitto restasse confinato nel proprio recinto.

Il libro funziona soprattutto quando riesce a tenere insieme questo respiro e il vissuto personale di Vittorio. Agnoletto non si mette al centro per raccontare se stesso, ma non finge neppure di essere un osservatore esterno. Porta nelle pagine la responsabilità di chi ha avuto un ruolo, ha attraversato una frattura e ha deciso di non sottrarsi dopo.

Il suo racconto è quello di un medico, di un militante, di un portavoce, ma anche di una persona che torna su Genova sapendo che ogni ritorno riapre emozioni pesanti. È proprio questa dimensione a dare forza al testo.

Il vissuto individuale non sostituisce l’analisi politica, la rende più vera. Ci ricorda che le grandi cesure democratiche non si depositano soltanto negli atti giudiziari o nelle cronologie ufficiali, ma nei corpi, nella memoria, nelle paure, nelle biografie, nei percorsi professionali interrotti, nell’isolamento, nella fatica di continuare a dire ciò che è accaduto.

Quando il libro arriva ai giorni del G8, il tono cambia inevitabilmente. La possibilità aperta il 16 luglio viene travolta da una scelta politica e istituzionale che Agnoletto ricostruisce con durezza: ignorare il movimento, alimentare un clima di allarme, trattare il dissenso come ordine pubblico, trasformare una città in un dispositivo di separazione.

Colpisce il contrasto tra la trasparenza con cui il Genoa Social Forum rendeva pubblici programmi, luoghi, percorsi, ospiti, piazze tematiche, e la macchina di sospetto che cresceva intorno. Le istituzioni avevano assicurato il diritto a manifestare. I media, salvo poche eccezioni, raccontavano invece l’arrivo di una minaccia. Dentro questa distanza tra rassicurazione formale e costruzione materiale del nemico si prepara la tragedia.

Agnoletto non riduce Genova a un incidente né a una somma di abusi individuali. La morte di Carlo Giuliani, l’irruzione alla Diaz, le torture di Bolzaneto, le prove false, le cariche contro manifestanti pacifici, gli ospedali pieni, la paura nelle strade, compongono un quadro più profondo.

A Genova una parte dello Stato ha agito come se il diritto costituzionale potesse essere sospeso davanti a un movimento considerato incompatibile con l’ordine del mondo. È questo il nodo che il libro ci obbliga a non rimuovere. Non basta dire che ci furono violenze.

Bisogna riconoscere che quelle violenze ebbero una funzione: spezzare un movimento che stava unificando battaglie diverse e costringerlo, negli anni successivi, a consumare energie enormi nella difesa legale, nella ricerca della verità, nella protezione dei propri compagni e delle proprie compagne.

È uno dei passaggi più importanti del libro. La repressione non agisce soltanto nel momento in cui colpisce. Continua dopo, perché cambia l’agenda di chi la subisce.

Molte realtà che a Genova avevano messo la propria identità dentro una costruzione comune furono trascinate su un terreno che non era il loro: processi, denunce, campagne di solidarietà, raccolte fondi, ricostruzione di immagini e testimonianze. Non rinunciarono alle proprie idee, ma furono spinte a ritirarsi nel proprio campo specifico.

In questo senso Genova ha prodotto una ferita politica oltre che umana. Ha interrotto una traiettoria, o almeno l’ha resa più difficile. E ha lasciato dentro molte persone una paura che Agnoletto racconta con sobrietà: il rumore di un elicottero, una divisa incontrata per strada, l’ansia che ritorna. È il segno di un trauma mai elaborato collettivamente.

Eppure il libro non resta chiuso nella ferita. Il suo pregio maggiore è la capacità di spostare continuamente lo sguardo da ieri a oggi. Agnoletto mostra che molte analisi del movimento erano giuste e sono diventate perfino più urgenti. La globalizzazione neoliberista non è finita. Si è trasformata.

La promessa dello sgocciolamento è crollata, le disuguaglianze sono aumentate, la finanza ha assunto un potere enorme sull’economia reale, i fondi globali incidono sulle politiche pubbliche, la distanza tra lavoratori e proprietari si è fatta più opaca. Il padrone non è scomparso, ma si è allontanato.

È dentro catene societarie, piattaforme, fondi, consigli di amministrazione che governano pezzi di sanità, casa, industria, tecnologia, agricoltura. Per questo il conflitto sociale deve cambiare forma senza perdere radicalità.

Qui il libro offre alcune proposte che meritano di essere raccolte e rilanciate. La prima riguarda i terreni del conflitto. Agnoletto insiste sul fatto che oggi non siamo soltanto lavoratori e lavoratrici. Siamo anche consumatori, utenti, risparmiatori, persone che abitano sistemi finanziari anche quando non se ne accorgono.

La lotta sul lavoro resta decisiva, ma deve essere affiancata da campagne di boicottaggio, consumo critico, class action, controllo sociale sugli investimenti, rafforzamento della finanza etica, pressione sui fondi pensione, sulle banche, sugli appalti pubblici, sulle filiere. Questa intuizione va presa sul serio.

Non come scorciatoia individuale o moralistica, ma come allargamento del campo di battaglia. Se il capitale entra nella cura, nell’abitare, nel cibo, nell’energia e nella conoscenza, allora anche l’azione collettiva deve seguirlo lì, rendendo visibili i legami che il potere prova a nascondere.

La seconda proposta riguarda la ricostruzione degli spazi comuni. Agnoletto non propone di rifare i social forum come copia del passato, ma di recuperarne la funzione. Oggi servono luoghi territoriali, aperti, riconoscibili, capaci di intrecciare presenza fisica e strumenti digitali, continuità quotidiana e connessione globale.

Il punto non è organizzare un’altra grande manifestazione, ma fare in modo che il giorno dopo quella manifestazione esista una trama in cui le persone possano restare.

Case della partecipazione, camere del lavoro territoriali reinventate, forum municipali, reti di quartiere, spazi in cui una vertenza sulla sanità incontri quella sulla casa, il lavoro povero incontri la transizione ecologica, la pace incontri la scuola e l’università, la lotta contro il riarmo incontri la difesa dei servizi pubblici.

Il movimento altermondialista aveva capito che le lotte isolate perdono forza. Questo resta vero oggi, forse ancora di più.

La terza proposta riguarda la democrazia partecipativa. Il bilancio partecipativo, le decisioni locali condivise, la possibilità per cittadini e cittadine di incidere su quote reali di spesa pubblica non sono dettagli amministrativi. Sono strumenti per ricostruire fiducia nella possibilità di cambiare qualcosa. Agnoletto insiste molto sulla speranza, non come sentimento generico, ma come condizione materiale dell’attivazione.

Le persone si muovono quando intravedono un risultato possibile. Per questo le grandi utopie devono avere appigli concreti: un presidio sanitario territoriale salvato, un servizio pubblico riaperto, una scuola sottratta all’abbandono, un trasporto locale reso gratuito o accessibile, una comunità energetica costruita dal basso, un pezzo di bilancio deciso collettivamente. Senza questa concretezza, la politica diventa predica. Con questa concretezza, anche l’utopia torna a essere praticabile.

Un altro nodo decisivo è la salute. Agnoletto, da medico, allarga il discorso oltre la difesa del Servizio sanitario nazionale, che pure resta essenziale.

La salute non è soltanto cura, ma prevenzione, ambiente, lavoro, qualità dell’abitare, alimentazione, mobilità, riduzione dell’inquinamento, accesso ai farmaci.

La proposta di un’azienda farmaceutica pubblica europea va esattamente in questa direzione. Dopo la pandemia avremmo dovuto capire che farmaci, vaccini, ricerca e prevenzione non possono essere lasciati interamente al potere di Big Pharma e dei fondi finanziari.

Un’Europa capace di investire in una produzione farmaceutica pubblica, in ricerca indipendente e in prevenzione primaria avrebbe una leva straordinaria di autonomia democratica. Sarebbe anche un modo concreto per dire che la sicurezza non coincide con la militarizzazione, ma con la capacità di proteggere la vita.

Il tema della sicurezza è forse uno dei rilanci politici più forti del libro. Agnoletto invita la sinistra a non lasciare questa parola alla destra.

Sicurezza non è manganello, carcere, zona rossa, decreto punitivo. Sicurezza è casa, reddito, sanità, lavoro dignitoso, scuola, libertà di manifestare, garanzia che chi indossa una divisa risponda alla Costituzione e non alla cultura dell’impunità.

Da Genova a oggi, questo passaggio resta irrisolto. La restrizione dello spazio civico, l’aumento delle pene per pratiche di protesta non violenta, gli scudi per le forze dell’ordine, la criminalizzazione dei blocchi e delle occupazioni dicono che il conflitto sociale viene ancora trattato come problema di ordine pubblico.

Per questo la riforma democratica delle forze dell’ordine non può essere rimossa. Formazione, identificativi, responsabilità, organismi indipendenti di controllo, tutela di chi denuncia abusi dall’interno, rottura delle culture autoritarie sono condizioni minime di uno Stato costituzionale.

Il libro parla molto anche alle nuove generazioni, ma senza paternalismo. Agnoletto riconosce che ragazze e ragazzi si muovono quando vedono un’ingiustizia concreta e quando sentono di poter incidere. La Palestina, la crisi climatica, il riarmo, la difesa della Costituzione, la precarietà, la scuola e l’università sono terreni su cui può riaprirsi una partecipazione larga.

Ma questa generazione rischia di pagare un prezzo molto alto se resta sola davanti alla repressione. È qui che il ragionamento diventa più scomodo per il mondo adulto, anche progressista. Non basta applaudire i giovani quando riempiono le piazze. Bisogna condividere il rischio, mettere a disposizione protezione sociale, autorevolezza pubblica, competenze, reti, corpi.

Se un blocco stradale davanti a una fabbrica che licenzia viene fatto solo da studenti e precari, sarà facile colpirli. Se lo fanno insieme lavoratori, docenti, sindacalisti, artisti, amministratori, giornalisti, figure pubbliche, il costo politico della repressione cambia. La solidarietà, per essere tale, deve diventare presenza.

Alla fine, Il G8 di Genova è un libro sul passato solo in apparenza. Il suo vero oggetto è la possibilità di ricominciare senza rimuovere. Ricominciare dal Public Forum del 16 luglio, cioè dal momento in cui il movimento seppe sentirsi mondo. Ricominciare dalla consapevolezza che il trauma non va né celebrato né usato come rifugio, ma attraversato.

Ricominciare dalla critica al neoliberismo, aggiornata alla finanza globale, alle piattaforme, alla guerra permanente, alla crisi climatica. Ricominciare dalla sicurezza sociale, dalla salute pubblica, dalla democrazia partecipativa, dai beni comuni, dalla pace, da nuove forme di conflitto capaci di agire sul lavoro, sul consumo e sul risparmio.

Il libro di Agnoletto ci consegna una memoria che non vuole essere monumento. Vuole tornare utile. E forse questa è la forma più seria della fedeltà a Genova: non fermarsi al dolore di ciò che è stato, ma riprendere il filo di quella possibilità intravista il 16 luglio, quando un altro mondo non sembrava uno slogan, ma un lavoro già cominciato.

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