Ho sostenuto e frequentato nel mio piccolo contesto sociale, il grande incontro di vari movimenti e culture politiche di base, è utile dire quali sensazioni e ragionamenti ha evocato quell’avvenimento di Genova nel venticinquesimo dal G8 del 2001. Vado senza priorità a ruota libera.
— i numeri di quell’evento, violento e difficile da attraversare, ancorché imprevisto in quei termini suonano impietosi nel tentativo di valorizzazione attuale, per rivitalizzazione dei movimenti di base, raccontano una missione complessa. Nel senso che non volendo essere negativi, però la raccolta delle rappresentanze dei militanti rimasti in ogni angolo d’Italia è poco confortante ( nel giorno finale di sabato 18 credo di non sbagliare contando circa 500 persone in tutto), poi c’è stata anche la manifestazione di domenica, ma non all’altezza del 2001.
Non si tratta di strapparsi le vesti, ma ragionare sulle differenze fra numeri e qualità degli interventi è utile. Ma soprattutto cosa ne ricaviamo da questi momenti collettivi difficili da attuare per mancanza di mezzi e comunicazione.
Perchè tragicamente siamo molto meno e anche frazionati, ma più consapevoli
— Una sequenza ininterrotta neppure per una pausa defaticante di rappresentanti di reti, associazioni, gruppi, comitati, ecc, non solo di quelli raccolti nei promotori della rete
“No KING”, ha fatto ottime analisi, arringato la platea, presentato proposte e con la memoria ancora alla situazione del 2001 segnato un buon grado di comprensione fra tante categorie presenti, dal femminismo , ai portuali, alla Flottilla, alle esperienze come la GKN , ecc
Però personalmente e vorrei condividere, ho registrato una incongruenza dentro a questo metodo di confronto. Era un confronto a distanza, nessuno riprendeva un intervento e lo migliorava o contestava, una forma tipica della situazione politica attuale in Italia. Un aggiunta in corso d’opera senza tregua ne miglioramento.
La maggioranza era lì per raccontare la propria esclusiva esperienza, il bisogno di narrare il proprio “focus” era evidente e un po’ irrazionale, non c’era, in molti interventi (in alcuni sì) altro, che una narrazione senza obiettivi resi comuni o meglio i propri obiettivi (era dato per scontato) dovevano diventare una guida generale.
— Non ho visto rappresentanti di partiti, ne Campo Largo, ne altre organizzazioni istituzionali che hanno snobbato il convegno come nulla fosse e come se non li riguardasse. Come del resto i media di regime hanno fatto voli pindarici per non parlarne, o a fare confusione, mentre continuano i talk show infiniti sui vari femminicidi o sul gioielliere assassino. Forse è un bene così, ma se alla fine, al di là di alcune idee (che in realtà erano già state decise a monte dagli organizzatori) ci si è lasciati con indicazioni generiche e poco concretamente aggreganti (ovvio spero lo diventino fra militanti nel futuro prossimo) vuol dire che nello sforzo di “parlarsi addosso e ragionare sul che fare” vince ancora il teatro che significa “sono vivo e combatto” ,ma non ho idee chiare, ne provo strade condivise.
— La difficoltà di ascoltare elementi, anche approfonditi sulla finanziarizzazione, sul lavoro, sulle guerre e che davano un idea di oggettiva capacità analitica di intellettuali, retaggio di una esperienza di lotta importante che continua e migliora, secondo me un po’ perde della sua caratteristica, anche culturale se NON è tradotta sui territori in battaglie mirate e organizzazione. E sui territori, tranne in alcune grandi città si leggeva pure la difficoltà di incrociare sguardi trasversali e ragionamenti di unificazione dei vari movimenti.
Mentre si fanno scioperi di base su motivazioni sensate, ma senza un lavoro a monte di dialogo, di diplomazia, di coinvolgimento e aggregazione della massa dei lavoratori, che poi, oggi è un isolamento anche pericoloso. L’incontro fra lavoratori e cittadini è poco performante!
Autoisolarsi convinti, di fare il traino, dopo anni di lotta, che scioperare (anche con ragione) in minoranze risicate dei sindacati di base sia comunque una rivoluzione ed evitando di far uscire allo scoperto CGIL e confederali in discussioni pubbliche poiche vengano a spiegare perché NON PARTECIPANO. e continuano al di là di qualche uscita in TV a non muovere paglia. Così non si fa buon trattamento allo stesso sciopero. Certo si spiega in parte col fatto che nel sindacalismo confederale oggi c’è l’apparato, dove non esiste più un vero dialogo sui posti di lavoro e neppure è richiesto. Vanno trascinati sul terreno sociale, che prendano responsabilità del silenzio o dell’inutilità di due ore di astensione dal lavoro a fronte di un morto sul lavoro, serve ben altro. I lavoratori ancora produttivi non sono chiamati a ragionare sulle problematiche, decide la politica e l’apparato confederale, mentre le poche cellule ancora attive e non schierate con il potere ed il liberismo finanziario, sono rese impotenti
Le cellule delle reti militanti devono trovare convergenza o la loro stessa azione risulterà poco incisiva e la velocità dei cambiamenti generali, la nascita di guerre o decisioni di tagli alle spese sociali, mentre si favoriscono bufale come la riconversione produttiva attraverso le armi e i sistemi militari che NON aumentano l’occupazione, ma tolgono soldi allo stato con cui si finanziano produzioni che prevedono pochi addetti tecnologici e merci che devastano tutto il paese, mentre ogni prevenzione o servizio pubblico scompaiono.
C’è molto da fare per unire quei puntini che pure nel convegno si intravedevano. Rendiamo un favore a chi subisce guerre e massacri realizziamo convergenze, parliamone in ogni territorio andiamo a fondo delle motivazioni espresse, facciamo riunioni in cui parlarci apertamente e senza ideologismi, che sono lussi non riscuotibili!
Gianni Gatti
18/07/26 Alessandria