Dal blog krisisinfo@substack.com
29 lug 2026 di Francesco Cosimato
Di ritorno da un convegno in Turchia, il generale Cosimato riflette sull’invito formulato ad Ankara a creare una coalizione da contrapporre all’Alleanza Atlantica. Di fronte al mutamento dei rapporti di forza, il generale sottolinea che i parametri economici, demografici e militari mostrano le vulnerabilità dell’Occidente. E sollecita il ripristino dei canali diplomatici.
IN BREVE
Nuovo blocco L’ipotesi avanzata ad Ankara di un’intesa tra Turchia, Iran, Russia, India e Cina rivela la volontà di creare un contrappeso all’ordine a guida occidentale.
Tendenze economiche Le stime al 2030 indicano una progressiva contrazione del peso finanziario dell’Occidente a favore dei Paesi emergenti e delle potenze asiatiche.
Squilibri numerici Il confronto dei parametri demografici e industriali evidenzia il potenziale di una convergenza non occidentale superiore alle capacità difensive dell’Alleanza atlantia.
Limiti tecnologici I recenti contesti d’attrito mostrano che l’innovazione bellica europea non può compensare le carenze di scorte, logistica e risorse umane.
Incapacità negoziale La mancanza di canali diplomatici diretti con la Russia e il venir meno dei trattati di controllo aumentano i rischi di un’escalation incontrollabile.
Un inaspettato invito ad Ankara, a un convegno del Partito Vatan dedicato alla costruzione di un’«alleanza per la pace», mi ha offerto l’occasione di riflettere su come l’Occidente venga percepito quando lo si osserva al di fuori dell’Europa occidentale.
Non è difficile comprendere perché l’Occidente, e la NATO in particolare, non siano percepiti positivamente in Paesi che hanno sistemi politici, interessi strategici e modelli di sviluppo molto lontani dai nostri. Più sorprendente è stata però l’ipotesi, avanzata durante il convegno dal presidente del Partito della patria, Doğu Perinçek, di costruire un’alleanza («per prevenire la guerra») tra Turchia, Iran, Russia, India e Cina contrapposta alla NATO.
Che una simile alleanza sia oggi realizzabile è tutt’altro discorso. Che possa essere concepita e discussa in questi termini è invece un dato geopolitico che l’Europa dovrebbe prendere sul serio.
Le proiezioni mostrate durante il convegno del prodotto interno lordo al 2030 (elaborate da istituzioni come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale) restituiscono l’immagine di un mondo dove il peso economico dell’Occidente è destinato a ridursi sensibilmente rispetto a quello delle grandi economie asiatiche. Nelle prime dieci posizioni figurano soltanto tre Paesi occidentali, oltre alla Russia: Stati Uniti, Giappone e Germania.
Naturalmente il PIL non misura da solo la potenza di uno Stato: contano anche tecnologia, capacità industriale, finanza, risorse energetiche, demografia e strumento militare. Ma indica una tendenza che sarebbe imprudente ignorare.
Al di là del peso politico del partito turco che ha avanzato la proposta della nuova alleanza, dunque, il dato geopolitico merita una riflessione. Anche ipotizzando un’aggregazione che escludesse la Turchia, il peso economico e demografico di una simile convergenza sarebbe tutt’altro che trascurabile.
Russia, Cina e Iran non costituiscono oggi un’alleanza militare paragonabile alla NATO. Esiste tuttavia una crescente cooperazione strategica, economica e militare tra Mosca e Pechino, mentre Teheran ha rafforzato i propri rapporti con entrambe. Anche se l’Iran non è formalmente alleato militarmente con russi e cinesi, ogni giorno i missili iraniani colpiscono obiettivi con coordinate fornite da Russia e Cina. Russi e cinesi hanno da tempo iniziative militari congiunte in essere.
È dunque più corretto parlare di una convergenza di interessi che di un blocco militare già costituito. Ma anche una semplice convergenza modifica gli equilibri strategici.
Finora il fenomeno dei BRICS è stato bollato in Occidente come un fatto del tutto marginale. L’ampliamento dell’organizzazione è stato considerato un fenomeno prevalentemente economico e ancora privo di una significativa dimensione politica e strategica. Ma la sua progressiva espansione dovrebbe indurre a riflessioni attente.
I BRICS non sono un’alleanza militare e non possono essere assimilati alla NATO. La loro importanza risiede piuttosto nella capacità di aggregare Paesi che, pur mantenendo interessi spesso divergenti, condividono l’obiettivo di ridurre la dipendenza dall’ordine internazionale dominato dall’Occidente.
Il confronto della tabella qui sotto rappresenta, secondo fonti aperte, in Blu i numeri della NATO ed in rosso quelli dell’Alleanza invocata ad Ankara fra Turchia, Iran, Russia, India e Cina. Il confronto non dimostra l’esistenza di un’alleanza alternativa alla NATO, che oggi non esiste. Mostra però quale sarebbe il peso potenziale di una convergenza tra alcune delle principali potenze non occidentali. I parametri considerati mostrano che i valori dell’ipotetica aggregazione (in rosso) risultano superiori a quelli della NATO (in blu).

Tutto ciò in base a dati attuali. Se le tendenze economiche e demografiche dovessero consolidarsi, anche gli equilibri militari del 2030 potrebbero risultare ancor meno favorevoli all’Occidente di quelli attuali.
In buona sostanza, basta salire su un aereo per poco più di tre ore, andando in un Paese esterno al circuito informativo mainstream, per imbattersi in realtà che frantumano la narrazione di un Occidente ancora forte e determinato. Per non parlare delle sanzioni UE sempre meno efficaci.
Se si uniscono queste brevi considerazioni alle lamentele dei ministri della difesa dei Paesi dell’Europa occidentale sull’inadeguatezza dei nostri strumenti militari, ne esce un quadro sconfortante. Da una parte abbiamo numeri economici, demografici e industriali imponenti; dall’altra, l’Europa discute ancora del ritorno della leva obbligatoria e si dilania in lotte intestine per la produzione di armamenti. L’Unione Europea, come noto, non ha una dimensione militare e, come ho specificato nel convegno, senza gli asset statunitensi non sarebbe oggi in grado di sostenere una guerra ad alta intensità.
Ad Ankara, la propaganda secondo cui infliggeremo una sconfitta strategica alla Russia diventa meno di un’eco lontana e impercettibile. Bisognerebbe allora esaminare con freddezza i parametri economici, industriali, demografici e militari sulla base dei quali riteniamo di poter conseguire l’obiettivo dichiarato di sconfiggere la Russia, visto che non ci stiamo riuscendo.
Non stiamo parlando soltanto dell’Ucraina. Anche il conflitto con l’Iran mostra i limiti di una strategia fondata sulla superiorità tecnologica e sulla capacità di infliggere danni senza necessariamente ottenere il collasso politico dell’avversario.
Oltretutto, la vulnerabilità delle rotte attraverso lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb costituisce un grave problema per le economie occidentali. In Europa non si riesce a capire che la Russia non potrà essere piegata dai droni ucraini che colpiscono in profondità, come peraltro facevano le V1 e le V2 naziste. In una guerra d’attrito, la capacità di infliggere danni all’avversario non coincide necessariamente con la capacità di costringerlo alla resa.
Ho promosso recentemente un evento di studio sul «realismo strategico»: un tentativo di mettere in relazione lo strumento militare italiano con le minacce effettivamente presenti nel nostro scenario geopolitico. La politica, di governo e di opposizione, ha brillato per la sua assenza. Tuttavia, non potrà sempre voltarsi dall’altra parte.
L’Europa non riesce a nominare un negoziatore per trattare con la Russia, a ogni elezione in Europa si verifica uno spostamento della pubblica opinione contro la guerra, la crisi energetica morde il nostro tenore di vita, ma nulla sembra scalfire la granitica certezza mainstream sulla vittoria finale. Con toni quasi più altisonanti di quelli del Minculpop Alessandro Pavolini, i media occidentali tendono a enfatizzare i successi tattici ucraini senza inserirli in una valutazione complessiva dei rapporti di forza.
In tutto questo marasma, sono venuti meno anche molti degli strumenti di gestione della competizione militare che, durante la Guerra fredda, consentivano almeno di limitare i rischi di escalation: dai trattati sulle forze convenzionali ai meccanismi di controllo degli armamenti. Se non si ripristinano questi strumenti di comunicazione, controllo e de-escalation, quanto tempo avremo per adeguare le nostre capacità?
Bisogna ammettere che l’Occidente ha un livello generale di produzione agricola e industriale del tutto insufficiente, alti costi di produzione a causa dei prezzi dell’energia e dei condizionamenti imposti dalla transizione del cosiddetto Green deal. Peraltro, con la nostra spinta demografica del tutto insufficiente, pretendiamo di sconfiggere la Russia sul terreno. Stiamo parlando di leadership politiche ostaggio di lobby e camarille internazionali d’ogni tipo.
Le guerre d’attrito in Ucraina e, in prospettiva, il conflitto con l’Iran mostrano quanto siano importanti le scorte, la capacità industriale, la logistica e la disponibilità di personale. Su questi fronti l’Europa presenta vulnerabilità che non possono essere compensate indefinitamente dalla superiorità tecnologica. Le voci, per fortuna isolate, che spingono per un coinvolgimento diretto delle nostre truppe in Ucraina vengono ignorate dai leader, che continuano ossessivamente a ripetere che «non siamo in guerra con la Russia». Di fatto, però, siamo ormai cobelligeranti.
Non so dire se l’alleanza ipotizzata ad Ankara prenderà mai forma. Ma sarebbe un errore liquidarla come una fantasia. Il dato più importante emerso durante il convegno turco è forse un altro: fuori dall’Europa occidentale, la convinzione della nostra preponderanza non è affatto condivisa.
Dovremmo cominciare a considerare seriamente questo dato di fatto. Non per rassegnarci a un declino inevitabile, ma per capire grazie a quali capacità economiche, industriali, militari e diplomatiche possiamo tornare a essere un soggetto strategico credibile.
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Francesco Cosimato Nato a Roma il 12 novembre 1959, ha frequentato il 162° Corso Allievi Ufficiali presso l’Accademia Militare di Modena. È paracadutista militare, direttore di lancio e ispettore per attività di controllo degli armamenti. Ha ricoperto numerosi incarichi di comando e staff, tra cui missioni in Somalia (1993), Bosnia (1998 e 2006) e Kosovo (2000). Ha comandato unità come il I Gruppo del 33° Reggimento artiglieria terrestre Acqui e il 21° Reggimento Artiglieria Trieste. E ha operato presso lo Stato Maggiore dell’Esercito e presso la NATO.