Sputi, insulti e aggressioni: i cristiani nel mirino in Terra Santa

Dal blog krisisinfo@substack.com

31/07/26 di Elisabetta Burba e Giulia Contini

«Il ritrovamento di Gesù nel Tempio», dipinto da William Holman Hunt nel 1860. Wikimedia Commons. Licenza: Public Domain.

Dalle provocazioni agli attacchi contro chiese e sacerdoti, cresce l’ostilità contro i cristiani in Israele. I dati dei centri di monitoraggio raccontano un fenomeno in aumento, mentre la presenza cristiana in Terra Santa si è drasticamente ridotta nel corso di un secolo: dal 9,6% della Palestina mandataria nel 1922 all’attuale 1,9% in Israele. Fra pressioni sociali, tensioni politiche e limiti alla libertà religiosa, una comunità che da 2 mila anni custodisce i luoghi più sacri della Cristianità sta perdendo terreno.


IN BREVE

Ostilità quotidiana Sputi, intimidazioni e violenze verbali colpiscono quotidianamente il clero in Terra Santa, testimoniando un clima di odio diffuso e impunito.

Escalation e vandalismo I centri di monitoraggio registrano un aumento costante di molestie, aggressioni fisiche e profanazioni ai danni delle proprietà ecclesiastiche.

Crollo demografico La percentuale dei cristiani è passata dal 9,6% registrato nel censimento del 1922 nella Palestina mandataria all’attuale 1,9% registrato in Israele.

Ostruzioni al culto Le ultime festività pasquali hanno subito severe restrizioni militari e logistiche, limitando fortemente lo svolgimento dei riti tradizionali.

Silenzio mediatico Le denunce dei Patriarchi locali vengono ampiamente ignorate dalla stampa internazionale, lasciando la comunità in uno stato di isolamento.


«Sì, sputano anche a me. Tutti i giorni».Il vescovo serbo-ortodosso Jovan Ćulibrk lo racconta senza enfasi, quasi fosse un fatto di routine. Profondo conoscitore di Israele, dove ha vissuto per otto anni studiando e lavorando allo Yad Vashem, il vescovo di Pakrac, in Croazia, è appena rientrato da Gerusalemme. Per l’alto prelato, gli sputi contro i cristiani non sono episodi isolati, ma rientrano nella routine. «Ricevere sputi è parte della vita quotidiana di ogni cristiano in Terra Santa» spiega Jovan Ćulibrk, che peraltro è membro del Comitato etico-scientifico di Krisis. «Specialmente di chi indossa abiti clericali, che lo identificano in modo inequivocabile».

Gli sputi – un gesto di disprezzo rivolto spesso a terra, davanti ai religiosi, più che addosso a loro – sono la manifestazione immediata di un fenomeno molto più ampio. Il caso che ha attratto l’attenzione internazionale risale al 28 aprile scorso. Sul Monte Sion, nei pressi del Cenacolo, una suora francese di 48 anni è stata spinta a terra e presa a calci in testa da un colono israeliano. Le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza hanno fatto il giro del mondo e il giorno successivo l’aggressore è stato arrestato. Ma, secondo le organizzazioni che monitorano la libertà religiosa in Israele, quell’aggressione non rappresenta un caso isolato: è il sintomo più evidente di un clima di ostilità che da anni colpisce la minoranza cristiana della Terra Santa.

A documentare questa escalation è il Religious Freedom Data Center, organizzazione indipendente fondata a Gerusalemme nel 2023 dalla studiosa Yiscah Harani, un’ebrea israeliana, insieme a esponenti delle Chiese cristiane. Pur basandosi solo sulle segnalazioni ricevute – e quindi su dati per forza incompleti – il centro ha registrato nel 2025 181 episodi: circa il 60% riguardava sputi, il 18% insulti e abusi verbali, il 12% atti di vandalismo e il 5% aggressioni fisiche. Nei primi sei mesi del 2026 gli episodi documentati sono già 120, di cui 83 avvenuti tra i mesi di aprile e giugno. Gli stessi ricercatori precisano che il fenomeno reale è probabilmente più ampio, poiché molti episodi non vengono denunciati e il monitoraggio riguarda soprattutto Gerusalemme.

Valutazione condivisa anche dal Rossing Center for Education and Dialogue, centro fondato 20 anni fa per promuovere il dialogo interreligioso in Israele, in cui operano anche musulmani. «Gli incidenti registrati rappresentano solo una frazione di quelli effettivamente avvenuti, la punta dell’iceberg della realtà quotidiana sul terreno», si legge nell’ultimo rapporto dell’organizzazione, che conta su una rete di contatti istituzionali più estesa rispetto all’altro centro.

Nel 2025, il Rossing Center ha documentato 61 aggressioni fisiche, in gran parte contro membri del clero, e 52 attacchi contro proprietà ecclesiastiche. In alcune aree della Città Vecchia, in particolare sul Monte Sion e nel Quartiere armeno, sacerdoti e religiosi rischiano abitualmente di essere insultati, minacciati o aggrediti. Il 16 aprile scorso, ad esempio, un monaco cattolico è stato apostrofato con l’urlo «Fuori dal Paese», mentre a un ragazzo presente è stato ordinato di dirgli: «Che tu possa morire».

L’allarme, però, non arriva soltanto dai centri di monitoraggio. Già nel 2022 il patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, Teofilo III, aveva denunciato in un articolo sul Times di Londra un clima sempre più ostile nei confronti della presenza cristiana nella Città Santa.

«Le nostre chiese sono minacciate da gruppi radicali di ultranazionalisti israeliani», scriveva Teofilo III. «I nostri fratelli e sorelle sono vittime di crimini d’odio, le chiese vengono regolarmente profanate e vandalizzate e il clero è sottoposto a continue intimidazioni. L’obiettivo di questi gruppi è spegnere la presenza cristiana nella Città Vecchia».

Gli sputi si registrano in pieno giorno e spesso davanti alle forze dell’ordine, rimanendo per lo più impuniti. L’aumento delle violenze fisiche e verbali, insieme agli attacchi ai siti religiosi, ha creato non poche preoccupazioni riguardo al futuro della comunità cristiana in Terra Santa. Il clima di intimidazione incide ormai sulla vita quotidiana della comunità. Secondo il Rossing Center, il 42% dei cristiani di Gerusalemme dichiara di aver paura di mostrare in pubblico la croce che porta al collo. Lo stesso timore riguarda anche molti membri del clero, riconoscibili dall’abito talare e quindi più esposti ad aggressioni e molestie. La paura, dunque, non riguarda soltanto i fedeli laici, ma anche i rappresentanti religiosi.

Le tensioni tendono ad aumentare durante le principali festività religiose, ebraiche e cristiane. Quest’anno, la situazione si è aggravata ulteriormente a causa delle restrizioni imposte dalle autorità israeliane alle celebrazioni della Settimana santa cattolica e della cerimonia ortodossa del Fuoco sacro.

Secondo diversi esponenti delle Chiese cristiane, le restrizioni contribuiscono ad alimentare un clima di marginalizzazione e vengono percepite come una forma di discriminazione istituzionale. Come ha detto la monaca ortodossa Agapia Stephanopoulos l’11 agosto 2025 durante un’intervista al The Tucker Carlson Show, i cristiani palestinesi «sono i primi cristiani, i cristiani del tempo di Cristo. Ed è molto difficile per loro praticare la fede».

Le festività pasquali del 2026 hanno rappresentato uno dei momenti di maggiore tensione. La Basilica del Santo Sepolcro è rimasta chiusa per 40 giorni prima della Pasqua, rendendo impossibile celebrare la messa. Il 22 marzo, è stata cancellata la tradizionale processione dal Monte degli ulivi. Il 29 marzo è stato impedito l’accesso al Patriarca latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, e al Custode del Santo Sepolcro, vietando per la prima volta dopo secoli di celebrare la messa della Domenica delle Palme al Santo Sepolcro.

Poi è stata vietata anche la processione della via Crucis attraverso la via Dolorosa, la stessa percorsa da Gesù con la Croce. Infine, durante la giornata dell’11 aprile, il giorno della cerimonia del Fuoco Sacro, le forze israeliane hanno trasformato la Città Vecchia in un’area fortemente militarizzata, con posti di blocco e restrizioni al percorso, impedendo l’entrata a vari pellegrini, sempre per motivi di sicurezza.

Già, le autorità israeliane hanno motivato le loro limitazioni con ragioni di sicurezza. Secondo esponenti delle Chiese cristiane, però, tali restrizioni incidono pesantemente sulla libertà di culto della popolazione locale, soprattutto dei cristiani palestinesi.

Le ragioni dell’aumento delle aggressioni sono oggetto di interpretazioni diverse. Alcuni osservatori richiamano il peso della memoria storica delle persecuzioni antiebraiche in Europa. Altri sottolineano la dimensione nazionale del conflitto, ricordando che la maggioranza dei cristiani israeliani appartiene alla comunità palestinese. Altri ancora collegano il fenomeno alla crescente influenza dell’ultranazionalismo religioso nella politica israeliana, un clima che secondo alcuni osservatori trova eco anche in episodi controversi legati alle operazioni militari, come la vicenda della distruzione della statua di Gesù in Libano.

Gran parte degli episodi documentati vengono attribuiti a esponenti dell’area Hardal, corrente dell’ebraismo religioso che combina ortodossia rigorosa e nazionalismo radicale. Secondo un’indagine citata dal Religious Freedom Data Center, circa il 74% degli appartenenti a questo orientamento ritiene che i membri del clero cristiano non dovrebbero risiedere all’interno di Israele.

Negli ultimi anni, queste posizioni hanno trovato una crescente rappresentanza politica attraverso alcune formazioni di estrema destra nazionalista presenti nella Knesset. Tra queste vi sono il Partito sionista religioso guidato da Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze, e il partito Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, entrambi componenti della coalizione di governo guidata da Benjamin Netanyahu.

Proprio Ben-Gvir, in un’intervista del 2023, aveva sostenuto che gli sputi contro i cristiani non dovessero essere considerati un reato, definendoli parte di un’«antica tradizione ebraica», che non dovrebbe essere riconosciuta come un crimine.

Dopo la formazione, nel dicembre 2022, del governo comprendente partiti della destra religiosa nazionalista, in Israele si è registrato un aumento degli episodi di ostilità denunciati dalle comunità cristiane. Nel gennaio 2023, ad esempio, sono state profanate 30 tombe cristiane nel cimitero protestante del Monte Sion. E nel Quartiere armeno sono comparse scritte come «Morte agli arabi, cristiani e armeni».

In Israele i cristiani rappresentano l’1,9% della popolazione (184.200 persone secondo le stime ufficiali del 2025). Di questi, il 78,7% appartiene alla comunità araba palestinese. I media israeliani sottolineano spesso che Israele è l’unico Paese del Medio Oriente in cui la popolazione cristiana sia aumentata negli ultimi anni. Secondo dati governativi, nel 2025 il numero dei cristiani è cresciuto dello 0,7% rispetto all’anno precedente. Un dato reale, enfatizzato dal The Times of Israel, che ha rimarcato come, secondo l’Ufficio centrale di statistica, Nazareth ospita la comunità cristiana più numerosa con 18.900 residenti, seguita da Haifa (18.800), Gerusalemme (13.400) e Nof HaGalil (10.800).

Il dato, pur corretto, acquista un significato diverso se inserito nella prospettiva storica. Nel censimento della Palestina mandataria del 1922, i cristiani rappresentavano il 9,64% della popolazione. Nel 1949 la loro quota era scesa al 2,9%[1] fino ad arrivare all’attuale 1,9%. Non solo. Durante la guerra del 1948, nel contesto della Nakba palestinese, secondo l’Ambasciata palestinese in Irlanda 90.000 cristiani vennero espulsi dalla Palestina e 30 chiese vennero chiuse forzatamente.

La crescita demografica assoluta, quindi, non spiega a fondo la complessità della situazione. Rapportata alla crescita complessiva della popolazione israeliana, peraltro, la comunità cristiana è oggi la componente con l’incremento più contenuto ed è quella maggiormente interessata dal fenomeno dell’emigrazione.

Dopo l’approvazione, nel 2018, della legge fondamentale che definisce Israele «Stato-nazione del popolo ebraico», sono aumentate le preoccupazioni all’interno delle minoranze non ebraiche. Il 64,8% degli intervistati dal Rossing Center for Education and Dialogue ritiene che la legge sia una conferma dello status di cittadini di seconda classe per i cristiani. Una quota significativa (36%) dichiara inoltre di prendere in considerazione l’emigrazione, con una percentuale più alta registrata a Haifa (48%). Le principali motivazioni ad andarsene riguardano la sicurezza (44%) e la situazione socio-politica (33%).

Il cambiamento demografico di Gerusalemme rappresenta un elemento centrale del dibattito. Lo stesso cardinale Pierbattista Pizzaballa, in un’intervista alla rivista Limes, ha osservato: «Fino a poco tempo fa, la Città Vecchia di Gerusalemme era abitata prevalentemente da arabi. Ora è comune vedere ebrei, inclusi gli ebrei religiosi, ovunque». Per poi concludere: «La popolazione araba sta crescendo più lentamente e la comunità cristiana si sta riducendo». In effetti, nella Città Santa i cristiani sono passati dal 25% del 1922, all’1,7% di oggi.

Parallelamente, il progressivo ampliamento degli insediamenti israeliani nella Gerusalemme Est occupata continua ad alimentare tensioni con la popolazione palestinese. Tra i progetti contestati vi sono nuovi insediamenti nell’area di Umm Lison, nella parte orientale della città (circa 2000 coloni), e altri interventi urbanistici nei quartieri palestinesi di Sheikh Jarrah e sulle rovine dell’aeroporto di Qalandiya, noto anche come Atarot.

Questa tendenza si nota in quasi tutte le città a maggioranza (o ex maggioranza) cristiana sia in Israele sia in Palestina. Il caso più emblematico è Betlemme, città simbolo del Cristianesimo palestinese. Circondata da insediamenti di coloni e separata da Gerusalemme da diversi posti di blocco, negli ultimi decenni ha visto ridursi progressivamente la propria comunità cristiana, anche a causa dell’emigrazione verso l’estero.

Questo cambiamento ha assunto un forte valore simbolico nel 2022, quando per la prima volta in epoca contemporanea Betlemme ha scelto un sindaco musulmano. Fino ad allora, pur in assenza di una norma formale, la guida della città era sempre stata affidata a un rappresentante della comunità cristiana, in riconoscimento del suo ruolo storico nella città della Natività.

La monaca Agapia Stephanopoulos ha spiegato a Tucker Carlson che, in Cisgiordania, per passare da una città all’altra servono permessi rilasciati dalle autorità israeliane, negli ultimi anni diventati sempre più difficili da ottenere. La religiosa ortodossa ha descritto Betlemme come una gabbia dorata: «All’interno di Betlemme puoi vivere, ma non puoi andare a trovare il tuo amico che vive vicino al pozzo di Giacobbe a Nablus senza prendere [il permesso]». A Nazaret la comunità cristiana è passata dal 66% del 1922 al 31%. A Gaza, invece, il rischio è di una «estinzione»: dai 3.000 presenti nel 2007, ne rimangono solamente 800.

Il disinteresse generale dei media verso i cristiani in Palestina e in Israele è un problema noto ai locali, che lo sentono sulla propria pelle. Come ribadito dal cardinale Pizzaballa: «i giornali ne parlano per un po’ e poi smettono. Quella terra ci appartiene, o meglio, noi apparteniamo a quella terra». Anche il vescovo serbo-ortodosso Ćulibrk esprime un concetto simile: «Per anni, gli attacchi ai cristiani in Medio Oriente sono stati ignorati. Poi, improvvisamente, il tema è finito al centro del dibattito, con articoli di stampa, video, gruppi parlamentari creati ad hoc…».

Il vescovo conclude: «È fuor di dubbio che in questo momento gli incidenti siano aumentati. Ma i cristiani in Israele hanno avuto vita dura in Israele per decenni, nel silenzio più assoluto dei media. Solo adesso l’argomento è diventato una notizia. Il mio sospetto è che almeno metà dell’interesse per la vicenda scaturisca dal fatto che è un buon modo per attaccare Israele. In seconda battuta, forse, c’è anche un genuino interesse per i cristiani».

Molti fedeli si sentono abbandonati dai loro fratelli all’estero, in particolare dai «cristiani sionisti», che «non riconoscono i cristiani della Terra Santa come veramente cristiani», nelle parole della monaca Stephanopoulos. Una dichiarazione del 17 gennaio 2026 firmata dal Consiglio dei Patriarchi, ha definito il sionismo cristiano come un’«ideologia dannosa», che ferisce gravemente le comunità cristiane locali. Prevalenti fra le chiese evangeliche statunitensi, i cristiani sionisti sono stati definiti da Benjamin Netanyahu i «migliori amici di Israele».

Allo stesso tempo, le Chiese locali denunciano una crescente difficoltà nel far arrivare la propria voce nel dibattito internazionale. Gli appelli dei patriarchi e dei responsabili delle comunità di Gerusalemme trovano raramente spazio sui giornali e sulle televisioni internazionali. «Il cardinale Pizzaballa stila di continuo comunicati stampa, ma i media non li riprendono quasi mai» osserva sconsolato padre Giulio Albanese, missionario comboniano ed editorialista dell’Osservatore Romano.

Ma, anche quando trovano spazio sui media, le intimidazioni e le aggressioni contro una comunità storica della Terra Santa finiscono per essere archiviate come fatti occasionali. Per chi le subisce, però, non sono eccezioni, ma parte della quotidianità. Quando chiediamo al vescovo Jovan Ćulibrk come reagisce agli sputi, il prelato non cerca né spiegazioni né polemiche. Risponde con due parole: «Li ignoro».


[1] I numeri, in realtà, sono sovrastimati dal fatto che in Israele all’interno della categoria «cristiano» venivano inseriti tutti coloro che non si identificavano su base religiosa fino al 1994.

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Elisabetta Burba Fondatrice e direttrice responsabile di Krisis, è una giornalista d’inchiesta e docente a contratto all’Università Statale di Milano. È stata capo della sezione Esteri di Panorama, ha collaborato con media internazionali, partecipato a missioni di osservazione elettorale per l’OSCE, scritto libri e insegnato all’Università dell’Insubria e alla Summer School del Marlborough College (UK). Dopo la laurea in Lettere alla Statale di Milano, ha fatto un Master al Politecnico e seguito corsi all’Università del Wisconsin, alla Scuola Sant’Anna di Pisa e alla London School of Economics. Vincitrice del premio Saint-Vincent.

Giulia Contini Nata nel 2002. È studentessa al secondo anno del corso magistrale di Scienze storiche all’Università degli Studi di Milano. Laureata con una tesi in Geografia storica dal titolo «Piani di divisione territoriale per la Bosnia ed Erzegovina dal 1991 al 1995, tra nazionalismi contrapposti e intervento internazionale».

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