Dal blog https://alessandramaffilippi.substack.com
M.Alessandra 🧿 Maf Filippi 25/agosto 26
Nel 1947, due anni dopo il crollo del regime che aveva minacciato di annientarlo, il filologo ebreo tedesco Victor Klemperer pubblicò La lingua del Terzo Reich. In quel libro non mise al centro i campi di sterminio o le squadre della morte, bensì le parole. Lo fece perché aveva compreso che un crimine di massa non ha bisogno soltanto di carnefici: ha bisogno di un vocabolario che lo renda pensabile, pronunciabile e, infine, normale.
Scanso equivoci, tale meccanismo non era nato con il Terzo Reich. Lo sterminio degli armeni era già stato nascosto sotto il termine amministrativo “tehcir”, parola del turco ottomano derivata dall’arabo tahjīr, che significava “espulsione” o “deportazione”; la formula legale “sevk ve iskân” presentava invece quella politica come un semplice “trasferimento e reinsediamento”.
Quello che fecero i nazisti fu di perfezionare queste “regole linguistiche”; mentre, per esempio, dopo la Seconda guerra mondiale, l’esercito americano ha reso universale l’espressione “danni collaterali”.
Per arrivare a tempi più recenti, durante il genocidio dei Tutsi in Rwanda, la propaganda chiamava le vittime “inyenzi”, che in lingua kinyarwanda significa “scarafaggi”, e invitava la popolazione ad “andare al lavoro”, espressione in codice che significava uccidere.
Israele ha raccolto e fuso tutte queste grammatiche in un unico sistema.
L’occupazione diventa “sicurezza”.
La colonizzazione “crescita naturale”.
Le incursioni militari “operazioni” o “raid”.
Le uccisioni “eliminazioni mirate”.
Le deportazioni “evacuazioni”.
I luoghi verso cui viene sospinta la popolazione prima di essere nuovamente bombardata “zone umanitarie”.
Fino all’ultimo prodigio lessicale: l’espulsione dei palestinesi da Gaza trasformata in “migrazione volontaria”.
Ma Israele non si limita a ripulire il crimine.
Come nel Rwanda degli “scarafaggi”, espelle la vittima dalla specie umana.
Annunciando l’assedio totale di Gaza – niente elettricità, niente cibo, niente carburante – il ministro della Difesa Gallant dichiarò: “Combattiamo contro animali umani e agiamo di conseguenza”.
Il giorno successivo il generale Ghassan Alian si rivolse direttamente agli abitanti di Gaza “Gli animali umani devono essere trattati come tali. Avete voluto l’inferno, avrete l’inferno”.
Non crediate sia un linguaggio confinato nelle stanze del potere. È entrato negli studi televisivi israeliani, nei giornali, nelle conversazioni quotidiane, dove l’idea che a Gaza “non esistano civili innocenti” viene ormai pronunciata senza pudore, persino da insospettabili nonnine che sembrano uscite da un film hollywoodiano.
Gideon Levy ha riassunto brutalmente la convinzione che rende possibile tutto questo: “per la maggior parte degli israeliani, i palestinesi non sono esseri umani come noi”. Non esistono più civili, bambini, medici o giornalisti, ma soltanto “terroristi”, “minacce”, “scudi umani”. In parole povere: non persone, ma presenze da eliminare.
È un sistema ormai rodato di ripulitura linguistica: rinomina il crimine prima che venga commesso, lo giustifica mentre avviene e lo nega subito dopo.
Ed è qui che Israele supera ogni precedente, compreso quello nazista: non soltanto nella quantità e nell’audacia delle falsificazioni, ma nella capacità di diffonderle in tempo reale e su scala globale. Portavoce militari, ambasciate, governi alleati, centri di propaganda e mezzi d’informazione ne ripetono il lessico fino a trasformare la versione del carnefice nella sintassi stessa della notizia. Che poi diventa verità.
Non qualche eufemismo isolato, dunque, ma un intero ecosistema linguistico costruito per rendere accettabile il crimine mentre accade sotto gli occhi del mondo.
Quasi ottant’anni dopo Klemperer, è da questa stessa consapevolezza che è partito il mio lavoro sulle parole: sorprenderle mentre alterano la realtà, prima che si depositino nel linguaggio comune e avvelenino la coscienza. Perché questo è lo scopo ultimo di rendere abitabile l’indicibile: spingere le persone comuni a convivere con l’orrore come se fosse normale.
Le parole hanno sempre avuto un potere enorme e non bisogna mai sottolineare l’utilizzo di queste per descrivere certe popolazioni. Usate in questo modo hanno anche il potere di deumanizzare in maniera potente i popoli. Dobbiamo fare attenzione a chiunque faccia cose simili.
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Concordo pienamente. Ma non solo: per me costituisce ulteriore prova di quanto gli eventi del 7 ottobre andrebbero indagati molto a fondo da una commissione indipendente. Cosa che son sicuro non avverrà mai.
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