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Paolo Rizzi 07 Settembre 2026
Condivido l’analisi di Riccardo Taddei (L’occupazione della Palestina come rapporto di produzione) e il quadro così complesso che ne viene sviscerato, ma l’impostazione data vedo che ha generato un primo commento da parte di Piepaolo Loi: “Allora non c’è speranza?”. Vorrei tentare di recuperare un po’ di speranza che credo consista nel lasciar fare ai palestinesi. Anche gli africani da anni ripetono ai colonialisti, francesi in primis: “Lasciate fare a noi”. Poi è palese che arrivano i cinesi, ma non arrivano con le armi bensì con progetti industriali.
Credo che il meccanismo economico e finanziario che controlla il mondo della produzione valga per tutto il pianeta e non solo per la Palestina. Un meccanismo che condiziona i mercati, corrompe gli attori in campo, governi, imprenditori, sindacati. A tutto questo si aggiunge che ora la produzione bellica mondiale deve raggiungere investimenti pari il 5% del PIL in armamenti.
Nel tentativo di ridare speranza, comincerei col ribaltare la premessa e cioè che in Palestina: il meccanismo è prima militare e poi economico.
Prendo spunto da letture di libri usciti di recente per ricordare che l’economia palestinese e libanese non avevano bisogno di quella israeliana, era autonome sia nel campo agricolo che in quello industriale.
Andreas Malm nel suo libro “Distruggere la Palestina – Distruggere il pianeta” racconta che la storia di questa terra è stata stravolta a partire dal 1840, anno in cui l’Impero britannico impiegò per la prima volta i battelli a vapore, alimentati da energia fossili: il carbone. L’ammiraglio Charles Napier mosse guerra sulle coste del Libano e della Palestina contro Muhammad Ali il pascià d’Egitto e industriale del cotone, spina nel fianco del colonialismo inglese che mirava la sua espansione nell’impero ottomano.
L’industria del cotone era la punta di diamante inglese ma la sovrapproduzione con i telai aveva bisogno di un mercato più ampio e fu così che il 9 settembre la nave Gordon affiancata da altre 3 a vapore attaccò il porto di Beirut bombardandolo e facendo più di mille morti. Dopo l’impresa inseguirono le truppe di Ibrahim Pascià fino a Tripoli, Tiro e Haifa. Poi ordinò di attaccare Acri (città natale di Mahmud Darwish), che aveva resistito per sei mesi anche agli attacchi di Napoleone.
Il 1 novembre del 1840 colpirono la grande polveriera di San Giovanni d’Acri e fu strage. Nel gennaio del 1941 le truppe inglesi entrarono per la prima volta a Gaza e poi si spinsero con le navi fino ad Alessandria minacciandone la distruzione. La vittoria causò il crollo dell’economia egiziana del cotone e le fabbriche inglesi, alimentata dal carbone inglese sostituirono la produzione.
Nel settore della economia agricola, il bel libro di Paola Caridi, Il gelso di Gerusalemme, racconta l’accaparramento del mercato delle arance di Jaffa di cui Darwish disse: “Amo gli aranci e odio il porto”.
Qui la sostituzione a danno dei palestinesi cominciò nel 1929 con l’arrivo di imprenditori sionisti che acquistarono terreni, ma avvenne totalmente nel 1948, con la Nakba e l’espulsione di 700.000 palestinesi. La varietà di arance selezionate dalla cultura contadina, le Shamouti, che resistevano nel tempo, fino a 40 giorni, anche ai viaggi in mare, evitando, grazie alla vitamina C lo scorbuto aveva generato un mercato dell’esportazione fiorente e in continua espansione. Tutti gli studi di economia su Palestina, Libano e Siria dicono: la Palestina non era certo un deserto che doveva fiorire.
Scrive Paola Caridi: “Alla fine dell’ottocento Jaffa si apre a una nuova stagione. Nascono nuovi quartieri, non solo per la borghesia palestinese, ma anche per la massa di lavoratori migranti che arrivano in gran parte dall’Egitto, attratti dall’economia delle arance. Poco più a nord, appena oltre le dune di sabbia, comincia a nascere Tel Aviv, e di lì a poco l’economia delle arance avrebbe visto un altro attore, l’immigrazione sionista”. Con le arance Israele promosse la sua immagine nel mondo. Divennero un brand e persino le divise della compagnia di bandiera israeliana la El Al hanno i colori dell’arancia nella divisa e nel copricapo delle hostess.
Antony Loewenstein nel suo libro Laboratorio Palestina racconta invece un altro successo dell’industria Israeliana, costruito con la sperimentazione delle tecnologie proprio sulla pelle dei palestinesi, con l’industria Elbit come modello. Quindi la maggiore e più economicamente fiorente industria israeliana ribadisce che qui vale il “Prima il militare poi l’economia”.
Nel libro “Laboratorio Palestina”, organizzato in sette capitoli, si documenta il processo di specializzazione militare tramite il quale il sionismo ha realizzato in questi ottant’anni il programma di annessione militare scaturito dalla famosa affermazione: “Una terra senza un popolo per un popolo senza terra”. Vengono puntualizzate le ormai note collaborazioni dell’industria militare israeliana a partire dagli Afrikaner. Ne faccio sintesi.
Sudafrica. La nazione che per prima si è adoperata per denunciare come Genocidio la risposta militare su Gaza dopo il 7 ottobre è stato – non a caso – il Sudafrica, che ha avuto esperienza di apartheid. Per venti anni sono stati attivi accordi segreti con scambi militari, formazione degli uomini e commercio di armi e tecnologie, anche nel settore del know-how nucleare. Israele ignorò l’embargo del’ONU sulle armi al Sudafrica nel 1984. L’ambasciatore israeliano a Pretoria Alon Liel magnificava la collaborazione tra i due stati, affermando che Israele si era inspirato al regime di apartheid.
India. Un altro paese che ha affinità con l’azione repressiva di Israele è l’India. Vittima ne sono dal 1947 le minoranze musulmane del Kashmir. I kashmiri usano il termine “intifada” per descrivere la loro lotta decennale. L’India di Modi dal 2015 al 2020 è stata il primo importatore mondiale di armi da Israele, che in quegli anni era l’ottavo esportatore al mondo. I droni Heron volano sia sui Territori occupati che sul Kashmir.
Cina. Rights Watch ha fatto notare le somiglianze tra le repressioni che subiscono i palestinesi e a quella a cui sono soggetti dodici milioni di uiguri nello Xinjjang. Oggi Magal Security System israeliana costruttrice delle barriere high-tech lungo il “muro di separazione” vende sistemi di rilevamento per gli aeroporti cinesi.
Usa-Messico. L’azienda israeliana Elbit ha avuto un contratto da 700 milioni di dollari per istallare torri di sorveglianza al confine, l’esperienza in Palestina fa da promozione.
Molto spazio nel libro è dedicato all’Europa che è diventata il più grande partner commerciale di Israele dal 2020 da cui importa il 30% dei traffici. Il Bilancio di Frontex nel 2021 è stato di 542 milioni di euro. L’UE si è impegnata a spendere 34,9 miliardi per la gestione delle frontiere dal 2021 al 2027. Frontex ha dismesso la flotta di navi nel mediterraneo ed opera solo con i droni che di fatto non salvano vite umane. Collabora con Windward per monitorare digitalmente il traffico marittimo.
La società israeliana di sorveglianza Cellebrite ha venduto dispositivi per l’estrazione di dati digitali ad almeno 150 paesi dalla Russia al Bahreim. Il controllo dei telefoni cellulari è la loro specialità, la cyber-ingerenza un primato.
Concludo questo tentativo di dare speranza citando l’esperienza di una giovane imprenditrice palestinese rimandandovi all’articolo pubblicato su “Terra santa.net” che così inizia: «Non c’è solo la guerra a Gaza, con le carneficine sotto gli occhi di tutti.
C’è anche un’altra guerra, meno visibile: è quella che combattiamo ogni giorno in Cisgiordania, lontani dai riflettori, per non soccombere alla violenza dell’esercito [di Israele] e dei coloni. Per sopravvivere e costruire una nazione palestinese equa, giusta, solidale e coesa». Parla così raggiunta via Zoom da Terrasanta.net l’imprenditrice 34enne Sulaima Ramadan, protagonista con la sua impresa sociale Ibtikar, («Innovazione» in arabo), della resistenza della società civile palestinese all’occupazione e alla crescente violenza nei Territori occupati: oltre 1.200 fra donne, ragazzi e bambini vengono raggiunti ogni anno dalle attività di formazione e avviamento alla micro-imprenditoria della sua azienda.
Nell’articolo di dice: La nostra realtà potrà cambiare solo se sapremo formare persone capaci di costruire questo cambiamento, anche aumentando la resilienza delle persone di fronte ad una realtà economica, sociale e politica estremamente dura, e che continuino il viaggio anche senza di noi». Per conoscere il suo progetto ci sarà una iniziativa il 14 settembre a Verbania Pallanza presso lo Spazio Sant’Anna.
Mi permetto di aggiungere una mia canzone con la quale racconto del lavoro delle donne nel Tatreez, diventato patrimonio culturale Unesco, e della Kefia, simbolo palestinese ma anche piccola realtà industriale nell’unica fabbrica ancora attiva ad Hebron, che dà le immagini al video della canzone. Brano registrato dal vivo a Galliate al concerto per Medici Senza Frontiere, cantano Madhu e Denisse, io accompagno alla chitarra.:
Tatreez e Kefiah in Palestina
C’è un’arte in Palestina tramandata da generazioni
È il Tatreez la fan le donne per salvare le tradizioni
Ago e filo materia prima non sono semplici ricami
Ma cultura e memoria tramandata in quelle mani
Patrimonio dell’Unesco di un popolo senza Stato
Realizzato in campi profughi dove si è rifugiato
I colori ed i disegni individuano i villaggi
Abbandonati e poi distrutti diventati dei miraggi
Rosso scuro di Hebron rosso brillante di Ramallah
Sono il sangue e l’amore e una preghiera inshallah.
Rosso scuro di Hebron rosso brillante di Ramallah
Sono il sangue e l’amore e una preghiera inshallah.
La kefiah in Palestina è carta d’identità
Lo cantava Mahmud Darwish poeta della libertà
La rete nera ricorda i pescatori senza il mare
Le foglie d’ulivo sono onde che nessuno può fermare
Le strisce nere sono strade di commerci interrotti
Da check point e muri da soldati corrotti
A Gaza e in Cisgiordania esistere è resistenza
C’è una parola che lo dice Sumud la resilienza
Rosso scuro di Hebron rosso brillante di Ramallah
Sono il sangue e l’amore e una preghiera inshallah.
Rosso scuro di Hebron rosso brillante di Ramallah
Sono il sangue e l’amore e una preghiera inshallah.
[Paolo Rizzi, Assopace Palestina]