I lavoratori stranieri in Italia danno molto e ricevono poco

Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/

Redazione

mmagine di Claudio Furlan – LaPresse, 2018

La realtà economica dell’immigrazione – Matilde Moro

Dai pensionamenti alla mancanza di lavoratori, gli stranieri colmano vuoti sempre più ampi: nel 2023 il saldo fiscale dell’immigrazione è stato positivo per 1,2 miliardi. E il loro peso sulla spesa pubblica si ferma al 3,5%. Eppure la narrazione spesso distorce i dati e racconta un’attualità manipolata.

Quando si parla di migrazioni, specie nell’Europa di oggi, la cosa più difficile, curiosamente, sembra strutturare un discorso che resti attinente alla realtà, senza cedere nel migliore dei casi a falsi miti e percezioni personali e nei peggiori, più frequenti, a visioni ideologiche e strumentalizzazioni politiche. Il dibattito pubblico sull’argomento è sempre aperto e generalmente caldo, ma sembra ignorare completamente alcuni princìpi fondamentali e semplici dati di fatto che, a guardarli bene, renderebbero da soli il quadro reale delle migrazioni verso l’Europa.

D’altra parte dati, studi e numeri generano certamente meno visualizzazioni dell’ultima sterile polemica da prima pagina, magari condita di poco verosimile retorica da sostituzione etnica e generico allarmismo razzista.

Ne sembra ben consapevole Federico Rampini, che il primo agosto si è lanciato sulle pagine del Corriere della Sera nell’ennesimo spericolato attacco anti-immigrazione, questa volta prendendo di mira in particolare le politiche di apertura del governo Sanchez – quello che definisce il “modello Spagna”. Secondo Rampini (che fa sue le tesi sempre più trasversalmente comuni a tutte le destre europee), l’impatto positivo dei lavoratori immigrati sul sistema pensionistico europeo sarebbe una “balla colossale”, sostenuta per “puro dogmatismo ideologico”, e l’aumento del PIL dovuto all’arrivo di giovani in età da lavoro (altrimenti in costante e drammatico calo) sarebbe semplicemente “drogato”.

Rampini – che, è bene tenerlo a mente, fa riferimento esclusivamente alla migrazione irregolare – suggerisce che una politica di maggiore apertura delle frontiere è destinata ad alimentare le tensioni sociali e produrre una crescita solo apparente. Non volendo dare troppo spazio a tesi che sono certamente ben note, e desiderando invece andare in controtendenza rispetto a un dibattito che sembra fatto di posizioni già prese, è utile prendere invece in esame alcuni dati, raccontati da chi per primo li raccoglie ed elabora.

Partiamo quindi dall’impatto dell’immigrazione sul calo demografico europeo. Gianpiero Dalla Zuanna è professore ordinario di Demografia presso il dipartimento di Scienze statistiche dell’Università degli Studi di Padova. “Dal punto vista brutale dei numeri”, spiega, “due ventenni, di cui uno immigrato e l’altro no, sono esattamente la stessa cosa. Questo vale naturalmente sia in entrata che in uscita: se diecimila giovani tra i venti e i trent’anni se ne vanno, questo equivale a diecimila nascite in meno”. Bisogna ricordare, continua Dalla Zuanna, che “una popolazione mantiene un suo equilibrio quando il numero di persone che esce è uguale al numero di persone che entra”.

Nella maggior parte dei Paesi europei – soprattutto dell’Europa del sud, come Italia, Spagna e Grecia – questo non avviene. Stiamo invece assistendo a un fortissimo calo demografico, che genera, tra le altre cose, “un’uscita di persone in età lavorativa molto più alta dell’entrata”. La popolazione invecchia ma si fanno sempre meno figli. Così aumenta il numero di pensionati ma non quello di giovani e dunque viene meno il meccanismo per cui chi lavora, pagando le tasse, sostiene il welfare per chi non può farlo. È un problema che ci riguarda da vicino: in Italia, spiega Dalla Zuanna, “abbiamo un deficit di replacement sul lavoro di circa 250.000 unità annue”.

La decisione di non fare figli sembra derivare da un più complesso “senso di insicurezza macro-sistemica”, generato da fattori come la paura delle guerre o delle conseguenze del cambiamento climatico. Il motivo per cui facciamo meno figli avrebbe quindi a che fare con l’impossibilità di proiettarci in un futuro vivibile.

Qui è importante fare una precisazione: se sempre meno persone scelgono di non avere figli – prolungando nel tempo questo squilibrio – in Italia e in Europa non è per mancanza di servizi o di politiche orientate alla famiglia, o almeno non solo. La rivista americana  PNAS ha recentemente pubblicato a questo proposito uno studio dal titolo Parenthood decisions in uncertain times: experimental evidence from four countries.

La ricerca ha preso in esame 8000 persone tra i 20 e i 44 anni in Italia, Germania, Stati Uniti e Argentina. I risultati sono chiari: se stabilità economica e abitativa hanno ancora un peso, le politiche familiari in senso stretto sono meno determinanti. Gli autori – tra cui figura la professoressa associata al dipartimento di Demografia e Statistica dell’Università di Padova Maria Letizia Tanturri – sottolineano invece che la decisione di non fare figli sembra derivare da un più complesso “senso di insicurezza macro-sistemica”, generato da fattori come la paura delle guerre o delle conseguenze del cambiamento climatico.

Il motivo per cui facciamo meno figli avrebbe quindi a che fare con l’impossibilità di proiettarci in un futuro vivibile. È un meccanismo che conosce bene anche Roberto Impicciatore, professore ordinario di Demografia presso il dipartimento di Scienze statistiche “P. Fortunati” dell’Università di Bologna, Secondo cui a incidere sulla scelta di non avere figli è soprattutto “la trasformazione culturale avvenuta negli ultimi anni in termini di aspettative”.

I giovani, per Impicciatore, “immaginano di avere certe condizioni” prima di fare figli. Condizioni (come un lavoro sicuro, una casa, una coppia stabile, un mondo in pace) che spesso in questo momento storico cozzano con la realtà. L’inverno demografico sembra quindi almeno per il momento destinato a prolungarsi. E nei prossimi anni inizieremo ad avvertirne le conseguenze più gravose, a partire proprio al mondo del lavoro.

“Nel prossimo decennio, cioè negli anni Trenta del Duemila, vivremo il momento peggiore, perché andrà in pensione la parte più numerosa della generazione del baby boom, a fronte di quella che entra sul mercato del lavoro, tra i 20 e i 24 anni, che invece è particolarmente piccola, e quindi ogni anno ci saranno perdite sempre più forti”.

A pesare è non solo la quantità ma la qualità di chi inizia a lavorare. Da questo punto di vista, non si tratta solo di riuscire a garantire welfare e pensioni, ma proprio di mancanza fisica di lavoratori, soprattutto per quei lavori per cui è richiesta una minore specializzazione. I dati lo raccontano chiaramente. Ancora Dalla Zuanna: “Dei circa 800.000 sessantacinquenni in pensione, metà hanno al massimo licenza media o inferiore, e metà sono diplomati o laureati”. Nella fascia dei giovani la tendenza si è invertita: “su 600.000 persone che entrano sul mercato del lavoro, circa 500.000 hanno un diploma superiore, una laurea, o almeno un diploma professionale, mentre solo 100.000 hanno al massimo la scuola media”.

Questo lascia “scoperta” un’enorme fascia di persone con un’istruzione di grado più basso, che entra in pensione da posti di lavoro a bassa specializzazione: “Abbiamo più o meno un numero di diplomati e laureati che può sostituire i diplomati e laureati che vanno in pensione, mentre esiste un deficit drammatico sulla popolazione con titolo di studio basso”. In questa fascia, circa 400.000 persone smettono ogni anno di lavorare e appena 100.000 iniziano.

Il problema a questo punto è che il 20% dei lavori in tutte le società del cosiddetto nord globale sono quelli che l’Istat definisce unskilled jobs, lavori che si possono fare senza una particolare preparazione, e che sono sempre meno ambiti dai giovani europei. Lavori che però, secondo Dalla Zuanna, “sono assolutamente indispensabili. Senza questi tipi di lavori si ferma tutto”. Si parla per esempio di settori come l’agricoltura, l’edilizia, la ristorazione e l’ospitalità, ma anche moltissimi lavori di cura.

È qui che entrano in gioco i lavoratori stranieri. Come confermano i dati Inps, riportati tra gli altri dalla Fondazione Moressa, “l’occupazione straniera si distingue nettamente da quella autoctona per la maggiore concentrazione in mansioni a bassa qualificazione, con una rilevante presenza in professioni meno specializzate e spesso caratterizzate da un elevato livello di precarietà. Se, infatti, il 39,6% degli occupati italiani è impiegato in professioni qualificate o tecniche, in questa categoria solo il 9,1% degli occupati sono stranieri.

Al contrario, i lavoratori stranieri sono principalmente impiegati tra operai e artigiani (31,7%) e nelle professioni meno qualificate (29,4%)”. Su 100 addetti a professioni poco qualificate 30 sono stranieri, mentre accade l’esatto posto per le professioni più qualificate, dove i lavoratori stranieri sono circa 2,6 su 100.

c’è stato un boom migratorio nel primo decennio del secolo fatto principalmente di donne che arrivavano dall’est Europa. Queste donne hanno sopperito alla mancanza di esternalizzazione di cura per gli anziani. Così facendo hanno liberato le donne italiane da queste incombenze, contribuendo significativamente all’aumento dell’occupazione femminile italiana.

I settori in cui la presenza straniera è più alta sono proprio quelli che Dalla Zuanna definisce “indispensabili”: L’agricoltura registra la quota più elevata, con circa il 18% del valore aggiunto del settore attribuibile alla forza lavoro straniera. Seguono l’edilizia, con un’incidenza pari al 16,4%, e il comparto degli alberghi e della ristorazione, dove i lavoratori immigrati contribuiscono per circa il 12,5% del valore aggiunto totale.

Sui lavori di cura vale la pena soffermarsi in maniera particolare: come racconta Impicciatore, “c’è stato un boom migratorio nel primo decennio del secolo fatto principalmente di donne che arrivavano dall’est Europa. Queste donne, in un sistema familiaristico come il nostro, hanno sopperito alla mancanza di esternalizzazione di cura per gli anziani.

Così facendo hanno liberato le donne italiane da queste incombenze, contribuendo significativamente all’aumento dell’occupazione femminile italiana”. Cosa che ha a sua volta un impatto positivo che si estende alle dinamiche sociali e alla famiglia: “L’occupazione femminile ha ripercussioni positive su una maggior autonomia, sulla capacità decisionale, sulle dinamiche di potere all’interno della coppia, e anche sulla fecondità, perché quando le donne lavorano scelgono più facilmente di avere figli”.

Basta leggere questi dati per comprendere che, come confermano sia Dalla Zuanna che Impicciatore, l’arrivo di immigrati in età da lavoro ha indiscutibilmente un effetto positivo, anche perché “nella maggior parte dei casi vanno a fare quei lavori che gli italiani non hanno tempo di fare o che non vogliono più fare”.

Certo, contare sull’immigrazione non è l’unica via percorribile: “Si può per esempio cercare di automatizzare sempre di più, di contare su macchine o robot umanoidi, o sull’intelligenza artificiale, ma anche in questo caso è probabile che l’intelligenza artificiale andrà a sostituire gradualmente altri tipi di lavori, e più difficilmente quelli manuali”.

Una nota sul Giappone in particolare, che Rampini cita come esempio virtuoso di chiusura dei confini, e dove si investe in effetti più che altrove in soluzioni di tipo diverso per far fronte al calo delle nascite e alla conseguente mancanza di lavoratori, come per esempio lo sviluppo tecnologico o i robot umanoidi: se in effetti sono necessarie meno persone per svolgere alcuni lavori, è altrettanto vero che Tokyo registra in maniera costante alti tassi di solitudine e infelicità.

Secondo i dati del 2024 dell’Ufficio del Gabinetto giapponese per esempio il 40% della popolazione intervistata dichiara di soffrire di qualche forma di solitudine, un fenomeno che è particolarmente in aumento tra i giovani.

Secondo un’indagine del 2025, un giapponese su dieci non incontra mai di persona amici o persone non conviventi. Stando al World Happiness Report 2026, il Giappone si attesta appena al sessantunesimo posto su 140 tra le nazioni più felici al mondo, oltre ad occupare storicamente l’ultima posizione per punteggio di felicità tra i Paesi del G7. Naturalmente questo non significa che ci sia una correlazione diretta tra confini più aperti e una maggiore felicità percepita, ma solo che se il “modello Spagna” rappresenta delle limitazioni, quello Giapponese non è necessariamente da imitare.

Da dopo gli anni ’90, la componente irregolare è sempre, per quanto riguarda l’Italia, al di sotto del 10% della presenza straniera. Se poi si considera l’insieme di persone di origini straniere, contando ad esempio anche chi ha acquisito la cittadinanza o i figli, si scende sotto al 5%

Un altro mito da sfatare è quello sull’impatto negativo sul welfare: “L’idea che gli immigrati finanzino le nostre pensioni”, scrive Rampini, “presuppone che svolgano lavori regolari, quindi paghino tasse e contributi previdenziali. Questa non è la realtà dell’immigrazione clandestina che finisce soprattutto nel sommerso”.

Come prima cosa, è utile fare un iniziale e banale distinguo, ancora una volta affidandosi ai numeri. “Quando si parla di migrazioni”, spiega Impicciatore, “si punta sempre l’attenzione sull’immigrazione irregolare, che sicuramente è una questione complessa, ma che dal punto di vista dei numeri non è così rilevante e soprattutto non è assolutamente indicativa del fenomeno migratorio nel suo insieme.

Da dopo gli anni ’90, la componente irregolare è sempre, per quanto riguarda l’Italia, al di sotto del 10% della presenza straniera. Se poi si considera l’insieme di persone di origini straniere, contando ad esempio anche chi ha acquisito la cittadinanza o i figli, si scende sotto al 5%”.

Studi europei mostrano dati molto simili anche negli altri paesi. Gli stranieri sono a loro volta circa il 9% della popolazione totale. Se la realtà mostrata dai numeri è questa, la percezione se ne distacca drasticamente: “Sia il numero di stranieri sia la percentuale di irregolari sono sistematicamente sovrastimati. Le persone ad esempio pensano che in media gli stranieri siano il 25% della popolazione italiana e che la componente irregolare sia tra il 40 e il 50%”.

C’è poi da fare una precisazione su che cosa significhi esattamente “irregolare”: “Naturalmente nessuno nasce irregolare e nessun migrante sceglie di essere irregolare, lo si diventa perché nel posto in cui si arriva c’è un certo tipo di regolamentazione, e questo dipende dalla capacità e dalla volontà politica di un Paese di creare canali di accesso legali”.

È anzi proprio questa condizione di irregolarità imposta a costringere le persone a sottostare a condizioni di lavoro altrimenti inaccettabili e rendere possibili, almeno in parte, fenomeni come il lavoro nero e il caporalato – oltre a generare una maggiore marginalità e vulnerabilità, limitando per esempio l’accesso alle cure o ai canali di lavoro legali: “Con il mio gruppo di ricerca,” conferma Impicciatore, “abbiamo osservato che anche a distanza di anni, anche dopo essersi eventualmente regolarizzate, le persone che hanno vissuto un periodo di irregolarità continuano a essere penalizzate, per esempio dal punto di vista lavorativo sia in termini di occupabilità che di prestigio delle posizioni a cui possono ambire, ma anche per quanto riguarda la formazione familiare: le donne che hanno vissuto un periodo di irregolarità posticipano la decisione di avere un figlio, o decidono proprio di non averne”.

Chi invece si trova legalmente sul territorio – ricordiamolo, più del 90% degli stranieri – e ha la possibilità di lavorare legalmente, spiega Dalla Zuanna, “paga più tasse di quello che riceve indietro”. La Fondazione Moressa pubblica ogni anno il Rapporto sull’economia dell’immigrazione, in cui studia l’impatto demografico ed economico degli stranieri in Italia. Il più recente, del 2025, dal titolo “Da stranieri a nuovi italiani: come cambia l’immigrazione”, dà un esaustivo quadro della situazione attuale.

Dal punto di vista fiscale, anche a causa della struttura demografica della popolazione straniera (un’età media di 36,1 anni contro i 47,1 degli Italiani), gli stranieri incidono pochissimo sulla spesa pubblica, con una media del 3,5%, scendendo sotto l’1% alla voce delle pensioni e sotto il 5% alla voce sanità, che sono complessivamente le due spese più consistenti.

Non solo: confrontando le voci di entrata e uscita per l’anno d’imposta 2023, il saldo tra costi e benefici dell’immigrazione è stato positivo per un valore di +1,2 miliardi di euro. Davanti a questi dati diventa difficile sostenere che l’immigrazione sia un peso per gli europei.

La Fondazione Moressa si spinge anzi oltre, parlando del potenziale inespresso delle migrazioni: “Va fatta una riflessione sul contributo potenziale ancora inespresso,” si legge nel rapporto. “L’Irpef versata dagli immigrati è appena il 2,3% del totale, a causa della ben nota segmentazione del mercato del lavoro. La concentrazione nelle fasce di reddito più basse incide poi anche sulla propensione al consumo e quindi sulle imposte a esso legate.

Il gettito IVA ‘generato’ dagli immigrati è infatti appena il 3% del totale, e risultano limitate anche le imposte legate alla casa e alle automobili. Il potenziale dell’immigrazione in Italia è ancora largamente inespresso, limitato da una scarsa mobilità sociale e da una generalizzata difficoltà di valorizzare talenti e competenze. Una maggiore valorizzazione, invece, porterebbe un maggiore contributo al PIL, maggiori consumi e maggiori entrate per le casse dello Stato”.

Le cose si stanno però lentamente modificando, ed è in crescita anche il numero di stranieri che diventano imprenditori in Italia: nel 2024 erano 787 mila le aziende a guida straniera (10,6% del totale), che negli ultimi dieci anni hanno arginato la diminuzione di imprenditori autoctoni (-5,7% gli imprenditori nati in Italia, +24,4% i nati all’estero).

I lavoratori stranieri non solo contribuiscono all’economia, ma sono necessari a tenere in piedi interi settori. Cieca davanti a questo semplice fatto, la retorica anti-immigrazione alimenta un ciclo di marginalizzazione ed esclusione delle persone dalla società e dai suoi diritti.

Se quindi l’impatto del fenomeno nel suo insieme è positivo, concordano Dalla Zuanna e Impicciatore, la sfida principale resta senza dubbio quella dell’integrazione. I lavoratori stranieri non solo contribuiscono all’economia, ma sono necessari a tenere in piedi interi settori. Cieca davanti a questo semplice fatto, la retorica anti-immigrazione alimenta un ciclo di marginalizzazione ed esclusione delle persone dalla società e dai suoi diritti. Con il solo pregio – evidente dai risultati elettorali – di identificare l’“altro” come unico responsabile di quella che è in realtà una profonda incapacità gestionale, che si accompagna a un testardo rifiuto di accettare che “nei prossimi anni le migrazioni aumenteranno, ci si muoverà sempre di più, e questo è un dato di fatto”.

In questo contesto, parlare di numeri è istruttivo, perfino illuminante sul vero stato delle cose, ma non certamente sufficiente. Perché, come spiega Dalla Zuanna citando ironicamente un adagio con cui Max Frisch descriveva negli anni Settanta l’arrivo di lavoratori italiani in Svizzera, “cercavamo braccia, e sono arrivati uomini”.

È allora necessario, attivamente, fare azioni positive di integrazione: “Dove sono state fatte, hanno portato alla costruzione di società integrate”. A partire per esempio dalla scuola, “non solo la scuola dei ragazzi, ma anche quelle per adulti”, specifica Dalla Zuanna. “Ogni anno centinaia di migliaia di adulti, in particolare stranieri, frequentano i corsi per prendere la licenza media oppure le scuole serali, sono numeri imponenti, ma che dovrebbero essere ancora più imponenti”.

Urgentissime sono anche politiche serie per diminuire il gap linguistico, perché “anche i bambini nati qui hanno spesso un livello di italiano elementare, che non permette loro di scegliere licei prestigiosi o di iscriversi al corso di laurea che desidererebbero frequentare”. Bloccando di fatto la mobilità sociale.

È proprio sui desideri che vale la pena soffermarsi. Se i numeri mostrano chiaramente che gli studenti stranieri tendono a scegliere in maggioranza i corsi professionali e ad avere qualifiche più basse, raccontano anche un’altra realtà: che si tratta di un limite e non di una scelta. “Se si osservano i dati sulle seconde generazioni, si vede che in realtà i sogni, le idee, i desideri dei ragazzi, figli di seconda generazione, somigliano moltissimo a quelli degli italiani”.

Peccato che poi si scontrino con un contesto che ancora li discrimina e penalizza in maniera sistematica: “Cosa succede se vuoi fare il medico e ti accorgi che non ce la fai perché la tua preparazione scolastica o il tuo livello linguistico non sono sufficienti? Ti rifugi, ti costruisci un’identità diversa, alternativa. È in questa contradizione che nascono fenomeni come quello delle baby gang. È un fatto studiato da decenni, soprattutto a partire dagli Stati Uniti, che si chiama downward assimilation, assimilazione verso il basso, che avviene quando ai giovani non viene data la possibilità di realizzare almeno in parte le proprie aspirazioni e i propri sogni”.

Quello dei numeri e di chi li studia e conosce da vicino è un punto di vista privilegiato, soprattutto quando si parla di migrazioni: è una lente oggettiva che permette di osservare, mettendosi il più possibile al riparo da ogni pregiudizio, un fenomeno troppo spesso strumentalizzato. La distanza tra il reale e il percepito è forse la lezione più preziosa, il dato più rivelatore e preoccupante, ma può anche diventare la chiave per spingerci a osservare l’immigrazione nel nostro paese per quello che è: una realtà complessa e stratificata, fatta di persone che chiedono e desiderano dignità, e si ritrovano invece schiacciate dalle nostre semplificazioni consolatorie.

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Quali balle colossali sull’immigrazione? – Telmo Pievani

“Gli stranieri in Italia danno molto e ricevono poco”: il rapporto Migrantes sui confini che restano “ben oltre le frontiere” – Franz Baraggino

Permessi difficili da ottenere, lavoro povero, esclusione abitativa e giovani senza prospettive. I dati, l’analisi e le proposte per superare le barriere all’integrazione

Gli ostacoli all’ingresso regolare, i permessi di soggiorno sempre più difficili da ottenere, rinnovare o conservare, il lavoro povero, l’esclusione abitativa. Sono i confini invisibili che producono irregolarità e marginalità anche per chi vive e lavora da anni in Italia.

È la denuncia al centro del nuovo Rapporto Immigrazione 2026 di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, presentato oggi a Roma e giunto alla 35esima edizione: mentre la politica italiana ed europea concentra l’attenzione sul controllo delle frontiere e sui rimpatri, le barriere che impediscono l’integrazione continuano a moltiplicarsi. “Viviamo in una stagione storica nella quale si moltiplicano le linee di separazione e si restringono gli spazi dell’incontro”, scrivono i due organismi della Chiesa italiana. “Aumentano i dispositivi di controllo, mentre si indebolisce la capacità di riconoscere l’altro”.

Il rapporto denuncia l’”inefficienza e opacità dei canali regolari di ingresso” e la mancanza di strumenti per ottenere o conservare un permesso di soggiorno, anche quando esistono percorsi concreti di integrazione. Un problema destinato a riproporsi con il decreto Flussi 2027, per il quale il 23 ottobre comincerà la precompilazione delle domande relative a 165mila ingressi programmati dal governo Meloni.

L’indagine condotta attraverso le Caritas diocesane torna a fotografare il sistema nel quale l’ingresso formalmente legale può nascondere truffe, debiti e dipendenza dai datori di lavoro: chi arriva può scoprire che l’impiego promesso non esiste e ritrovarsi senza la possibilità di regolarizzare la propria posizione. Come già ha evidenziato anche dalla campagna Ero Straniero, il problema è misurabile.

Per il decreto Flussi 2024, su 146.850 quote programmate, risultavano 24.858 permessi di soggiorno in via di rilascio, appena il 16,9%. La campagna stima inoltre che 1.836 persone entrate regolarmente siano rimaste senza titolo. Per il 2025, i dati ancora provvisori raccolti a dicembre indicavano 14.349 permessi su 181.450 quote, il 7,9%, e altre 11.686 persone a rischio di irregolarità. Numeri che non equivalgono a ingressi mancati o a lavoratori diventati tutti irregolari, ma documentano la distanza fra programmazione e risultati.

Distanza da tenere a mente visto che a fine 2025, secondo le stime ISMU, in Italia gli stranieri in condizione di soggiorno irregolare erano 339mila, mentre i rimpatri effettuati nell’anno sono stati 6.772. E da confrontare con i risultati della regolarizzazione straordinaria del 2020: 131.764 permessi rilasciati, oltre 140 milioni di euro versati per contributi e oneri amministrativi e una stima di 228 milioni annui di entrate fiscali e previdenziali dalle posizioni emerse. Un’esperienza che dimostra la convenienza economica e sociale di percorsi ordinari di regolarizzazione.

È la direzione indicata da Caritas e Migrantes nel Rapporto 2026, che propone un permesso di soggiorno per “radicamento sociale”, capace di riconoscere chi ha costruito legami stabili nel Paese, insieme a maggiori risorse per il Fondo nazionale per le politiche migratorie. L’obiettivo è evitare che una difficoltà amministrativa cancelli anni di lavoro e integrazione, alimentando nuove condizioni di precarietà e nuova irregolarità alla quale si pretende di rispondere unicamente con qualche migliaio di rimpatri.

Ma le proposte vanno oltre e Caritas e Migrantes le mettono in fila nei “Dieci impegni urgenti” presentati insieme al Rapporto. Fermare le politiche che esternalizzano il controllo delle frontiere senza adeguate garanzie sui diritti umani, introdurre un “monitoraggio indipendente” del Patto europeo su migrazione e asilo e ampliare i corridoi umanitari, anche per studio e lavoro. Sul fronte interno sollecitano una “riforma della cittadinanza” che riconosca i percorsi dei giovani cresciuti in Italia, il superamento delle discriminazioni salariali e delle difficoltà di riconoscimento dei titoli di studio, oltre a un ripensamento del welfare, dal quale denunciano che gli stranieri sono “pressoché esclusi” per quanto riguarda le misure contro la povertà. Infine, una richiesta alle istituzioni: rendere disponibili dati pubblici aggiornati e accessibili.

Problema col quale si è scontrato anche il Rapporto 2026, in particolare per quelli chiesti al ministero dell’Interno e a quello dell’Istruzione e del Merito. Una carenza che, denunciano Caritas e Migrantes, “non ha consentito di aggiornare alcuni indicatori e di cogliere pienamente le dinamiche più recenti dei flussi e della composizione della popolazione straniera presente nel Paese”.

Disuguaglianze che disegnano altri confini, dunque, e non riguardano solo chi è senza documenti.

Al primo gennaio 2026 gli stranieri residenti sono 5,56 milioni, il 9,4% della popolazione. I 2,6 milioni di occupati stranieri hanno generato nel 2025, anche secondo le recenti stime della Fondazione Leone Moressa, 196 miliardi di valore aggiunto, pari al 9,7% del Pil. Eppure il 29% svolge professioni non qualificate, contro l’8% degli italiani.

Il reddito medio dichiarato dai contribuenti stranieri è di circa 17mila euro, contro quasi 27mila per i nati in Italia. La sintesi del Rapporto Migrantes: “Danno molto al Paese e ricevono poco”. Una marginalità che si trasmette anche alle nuove generazioni.

Tra i giovani con background migratorio, il 30% non studia né lavora, contro il 17% del gruppo di confronto. Persistono divari negli apprendimenti e un maggiore rischio di abbandono scolastico.

E avere un’occupazione non garantisce di uscire dalla povertà: tra gli stranieri assistiti dai Centri di ascolto Caritas, il 29,4% è costituito da lavoratori poveri, contro il 17,4% degli utenti italiani. C’è poi la casa, una delle principali barriere all’autonomia e dunque all’integrazione.

Il 60% del bilancio delle famiglie straniere è assorbito dai bisogni essenziali; nel confronto europeo riportato dal rapporto, oltre un terzo dei cittadini non comunitari vive in abitazioni sovraffollate, contro circa il 14% dei cittadini nazionali. Un’immigrazione che intanto cambia volto: gli stranieri con almeno 65 anni di età sono oggi 381.209, il 6,9% dei residenti stranieri, contro il 3,7% di dieci anni fa.

Crescono così le esigenze di assistenza, cure e stabilità abitativa. L’invito del Rapporto 2026 è a guardare oltre l’emergenza e la logica dei respingimenti. E contesta l’idea che i confini finiscano alle frontiere geografiche: continuano nel lavoro, nella scuola, nella casa e nell’accesso ai diritti. La distinzione proposta è tra il confine che separa e la frontiera che mette in relazione. Perché, ricordano Caritas e Migrantes, “prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone”.

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