La brutale vita dei lavoratori dell’antica Roma

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Paolo Tedesco 30 Aprile 2026

La nostra idea dell’impero romano è dominata dai monumenti e dallo stile di vita delle ricche aristocrazie urbane. Un nuovo, fondamentale, studio sposta l’attenzione sul 90% della popolazione di Roma, il cui lavoro sfruttato ha reso possibile tutto ciò

La nostra idea di Roma, con le sue infrastrutture efficienti e le sue splendide opere architettoniche, è indissolubilmente legata ai nomi degli imperatori, dei generali e dei senatori che ne dispongono (e pagano) la costruzione. In questo contesto, la complessità economica dell’impero romano appare come il risultato dell’azione di pochi uomini ricchi e potenti al comando di una moltitudine di lavoratori anonimi.

Non è un caso che la rappresentazione più efficace del dinamismo economico romano sia la grande proprietà terriera. Nel mondo romano, il modo più semplice per massimizzare la produzione e lo scambio passa per un maggiore sfruttamento da parte del proprietario terriero delle persone che svolgono il lavoro vero e proprio, siano essi lavoratori liberi o schiavi. Pertanto, qualunque forma di disuguaglianza si formi nel sistema romano è la conseguenza naturale di un’economia precapitalistica.

Surviving Rome offre una visione molto diversa della vita economica di Roma. Spostando l’attenzione dagli indicatori macroeconomici di crescita alla gente comune, ci mostra come realmente si vive, si lavora e si muore durante i quattro secoli che separano la Tarda Repubblica (I secolo a.C.) dal Tardo Impero (III secolo d.C.). Non racconta la macrostoria dell’ascesa e del declino economico dell’impero, ma ci offre microstorie di contadini e schiavi – uomini, donne e i loro figli – che devono guadagnarsi da vivere in un mondo duro come agricoltori, pastori, filatori, ceramisti o commercianti part-time. 

Il libro di Kim Bowes descrive la vita dei lavoratori romani che producono e consumano un’enorme varietà di beni, contribuendo a un sistema economico oppressivo che costringe la maggior parte della popolazione ad aumentare la produzione per far fronte alle esigenze del consumo compulsivo e del conseguente indebitamento. Le loro condizioni sociali riecheggiano molti aspetti dell’esperienza delle classi lavoratrici nel capitalismo contemporaneo.

Storia dal basso

Kim Bowes è un’esperta di cultura materiale e di economia del mondo romano. Ha scritto sull’edilizia abitativa, sul significato sociale del denaro, del debito e del risparmio, nonché su numerosi aspetti della vita quotidiana nel mondo antico. Bowes nutre uno spiccato interesse per individui in situazioni storiche di povertà, in particolare in aree rurali. 

Tra il 2009 e il 2014 dirige il primo studio sistematico sui contadini romani mai intrapreso. The Roman Peasant Project, 2009-2014: Excavating the Roman Rural Poor esamina i dati archeologici provenienti da siti rurali non d’élite nella Toscana meridionale per mostrare come i contadini locali organizzano abitazioni, dieta, e strategie agricole, tra cui la mobilità del lavoro e le transazioni commerciali. 

I risultati suggeriscono che sono i piccoli contadini-proprietari a dominare le campagne attraverso siti specializzati sparsi nel paesaggio rurale, piuttosto che i grandi proprietari terrieri. Questa strategia consente ai contadini di insediarsi nel territorio e di massimizzare l’uso di appezzamenti diseguali. L’agricoltura non è semplicemente finalizzata alla raccolta dei cereali per la sussistenza: infatti, i contadini intensificano la loro produzione agraria integrando la rotazione delle colture di cereali e legumi con cospicui investimenti nell’allevamento. Gli animali vengono utilizzati per l’aratura, diventando anche, negli ultimi anni della loro vita, un alimento chiave della dieta contadina. 

Consumi così eterogenei, con cereali, verdura, frutta e carne a integrare la dieta, supportano l’idea che la campagna non produca soltanto per la città consumatrice, sede delle élite e dei loro investimenti, ma costituisca anche di per sé un bacino di domanda. 

I dati dagli scavi mostrano che città e campagna non sono bloccate in un rapporto di dipendenza, ma coesistono in complesse reti di produzione e consumo di beni, tra cui ceramica, vetro, pelle e tessuti. La manodopera si muove abbastanza liberamente tra luoghi diversi, con i contadini che ogni giorno si spostano dalle abitazioni rurali ai campi sparsi. Occasionalmente si trasferiscono nei vicini mercati rurali e urbani dove vendono i raccolti in cambio di denaro, a sua volta utilizzato per acquistare sia il cibo che non possono produrre direttamente che ceramiche e beni artigianali.

Il progetto guidato da Bowes propone un modello flessibile, costruito sulle scelte economiche dei contadini che popolano le campagne romane. Essi mostrano un alto livello di differenziazione sociale e consumano una dieta potenzialmente diversificata. L’organizzazione agricola si basa su diversi tipi di proprietà terriera e su un regime di lavoro misto che coinvolge tutti i membri della famiglia. Gli scambi avvengono nel contesto di un’economia monetizzata con libero accesso e intervento su mercati esterni. 

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Dal campo alla teoria economica 

A conclusione del Roman Peasant Project, Bowes pubblica un importante saggio teorico aspramente critico nei confronti degli approcci cliometrici allo studio dell’economia romana. In When Kuznets Went to Rome, sostiene che gli studi macroeconomici volti a ricostruire il Pil aggregato o pro capite, gli indici di disuguaglianza o i livelli salariali, se utilizzati come indicatori economici, non dicono molto sull’effettivo benessere, le esigenze e le opportunità dei lavoratori romani, così come non rivelano le reali condizioni della classe operaia contemporanea. In sostanza, ribadiscono ideologicamente il paradigma dominante della crescita progressiva come principale motore economico di qualsiasi società storica e applicano retrospettivamente una dinamica politica contemporanea al passato.

Per correggere questa narrazione, Bowes propone di esaminare i consumi effettivi a livello familiare. Questa prospettiva consente agli studiosi di dimostrare che nel mondo premoderno la maggioranza dei lavoratori ha molteplici fonti di reddito e produce eccedenze significative per accedere al mercato. Ciò non solo rivela che la «trappola della sussistenza» è in realtà un’invenzione storiografica, ma svela anche un quadro di strategie complesse ed esperienze di vita che meritano di essere comprese. 

Darsi da fare per vivere 

Surviving Rome va oltre gli studi precedenti di Bowes che, in questo nuovo libro, combina il rigoroso approccio teorico sviluppato in When Kuznets Went to Rome con la massiccia raccolta di dati intrapresa per il Roman Peasant Project. Il risultato è un magnifico resoconto di come il 90% della popolazione dell’impero romano – tra i 50 e i 60 milioni di persone, a seconda delle stime – vive, lavora e muore durante il periodo in esame. 

Il messaggio del libro è semplice: l’impero romano si basa su una dinamica economia di mercato. I romani producono e consumano beni agrari, artigianali e industriali in grandi quantità. Gli scambi avvengono a livello locale, regionale e interregionale, guidati da infrastrutture imperiali e con un alto grado di monetizzazione fin nelle aree rurali più remote.

Nella ricostruzione di Bowes, la forza trainante dell’economia romana non è né lo Stato romano e i suoi quadri – come l’esercito o l’amministrazione finanziaria – né i super ricchi proprietari terrieri. Si tratta dei lavoratori comuni, con la loro produzione specializzata, gli elevati livelli di domanda e i modelli di consumo diversificati. L’imperativo sociale per il 90% è accedere a beni di prima necessità per migliorare il proprio benessere e il proprio status. Bowes definisce questo fenomeno il costo dell’inclusione sociale, e lo ritiene fondamentale per la genesi e l’espansione di una rivoluzione dei consumi. 

Il concetto di rivoluzione dei consumi non è nuovo nello studio dell’economia romana. Nel suo studio innovativo Peasant and Empire in Christian North Africa, Lesley Dossey utilizza questo concetto per spiegare il massiccio sviluppo sociale ed economico delle campagne africane nella tarda antichità. Secondo l’interpretazione di Dossey, il IV secolo d.C. vede un’enorme crescita della domanda contadina. I contadini africani non si limitano a produrre per gli abitanti delle città: utilizzano il mercato anche per aumentare i propri redditi e, di conseguenza, i propri livelli di consumo. 

Bowes applica l’idea di una rivoluzione dei consumi al I e al II secolo d.C., estendendo il suo effetto trasformativo al pieno periodo imperiale, quando l’economia raggiunge il suo punto di massima espansione in termini di produzione e scambio di merci. 

Bowes, tuttavia, rifugge dai confronti diacronici tra gli indicatori macroeconomici dell’economia romana e di quella moderna, come anche dalle analogie semplicistiche tra passato e presente. Esamina invece una serie di differenze e una somiglianza fondamentale nelle strutture delle due economie. 

Produzione domestica 

L’economia romana differisce notevolmente da quella capitalista per due aspetti principali. Innanzitutto, sebbene i salari siano onnipresenti nel mondo romano, raramente sono sufficienti a coprire i bisogni primari di una famiglia, ma fungono da fonte di reddito aggiuntiva e occasionale. 

A differenza del mondo industriale, dove si verifica una continua lotta tra capitale e lavoro, l’economia agraria dei gruppi subalterni premoderni non funziona secondo quello che E.P. Thompson chiama il nesso monetario, ovvero un meccanismo economico che postula una relazione tra livelli salariali e standard di vita, nonché conflitti tra datore di lavoro e dipendente per salari equi.

Poiché i lavoratori romani non possono contare sui salari come fonte primaria della loro sussistenza, continuano a fare affidamento sull’agricoltura e sulla produzione domestica. Ciò non significa che non operino in un’economia di mercato; anzi, sono pienamente integrati nelle sue strutture, ma partecipano alla domanda e all’offerta espandendo la produzione domestica più che vendendo il proprio lavoro a qualcun altro.

La seconda differenza è che i lavoratori romani non sono quasi mai in grado di accumulare risparmi. A differenza dei contadini e degli artigiani durante la «rivoluzione industriosa» del XVIII secolo, che accumulano risparmi attraverso matrimoni ritardati e una crescente operosità, il 90% dei lavoratori romani ha meno possibilità di espandere i propri redditi e mettere da parte del denaro per compensare i rischi di un’economia agraria con rendimenti incostanti.

Bowes sostiene che sia l’economia romana che quella tardo capitalista condividano una caratteristica comune: la precarietà, che in entrambi i contesti significa che le persone possono passare facilmente dal cavarsela (talvolta anche vivere molto bene) allo scendere al di sotto della soglia di sussistenza. 

La rivoluzione consumistica impone alla popolazione romana di acquistare beni compulsivamente. Non dovremmo interpretare questa tendenza come un indicatore di una «società benestante» nel senso espresso da J.K. Galbraith nel suo omonimo libro del 1958. Piuttosto, essa rivela una società in cui è estremamente costoso e difficile vivere e (a volte) persino sopravvivere. Come osserva Bowes, proprio come i lavoratori moderni, il 90% dei romani è perennemente indebitato, con la precarietà come compagna costante. 

L’economia dei molti 

Gli studi sull’economia romana si concentrano principalmente sui meccanismi per estrarre risorse dalla popolazione per ricostruire come istituzioni come lo Stato o i mercati utilizzano il denaro e distribuiscono o scambiano beni. Il dibattito, dunque, riguarda principalmente le diverse forme di riscossione delle imposte, in denaro o in natura, la raccolta e il trasferimento delle rendite agricole e il ruolo del sistema monetario unificato nel facilitare le transazioni tra partner istituzionali, nonché il modo in cui le istituzioni consentono l’accesso al mercato.

L’interesse per la popolazione si limita a stabilire quale regime fondiario e lavorativo – locazione, lavoro salariato o schiavitù – abbia maggiori probabilità di aumentare la produzione e migliorare l’efficienza dell’economia imperiale. In sostanza, gli studi si concentrano più sul modo in cui i proprietari terrieri organizzano la produzione e su come le istituzioni li sostengono nel trasferire o scambiare beni che su come i lavoratori gestiscono la propria vita.

Surviving Rome adotta una prospettiva diversa. Come in altre società preindustriali, la grande maggioranza delle persone nel mondo romano – circa 9/10 della popolazione – vive e lavora nelle campagne. Se si vuole capire come funziona una società di questo tipo e se la sua gente se la cava bene o meno, bisogna guardare ai contadini piuttosto che alle molto più documentate e visibili élite.

I contadini rappresentano la maggior parte del 90%, pur non essendo mai agricoltori a tempo pieno. La visione senza tempo del contadino che si guadagna da vivere lavorando (con l’aiuto della sua famiglia) un piccolo appezzamento di terreno è un mito che gli scrittori romani creano per celebrare il valore morale del cittadino romano ideale.

In tutto il vasto territorio imperiale, dagli odierni Paesi Bassi all’Egitto, i contadini romani sono tutt’altro che romantici o conservatori nell’elaborare le loro strategie economiche. Hanno molteplici fonti di reddito derivanti da una campagna integrata in un complesso sistema di scambi.

A volte i contadini possiedono diversi appezzamenti di terra. Tuttavia, poiché l’offerta di terreni non è mai sufficiente, più di frequente affittano gli appezzamenti da grandi o medi proprietari terrieri. Il doppio status di piccoli proprietari e affittuari richiede una complessa pianificazione delle risorse lavorative da parte della famiglia contadina, che deve tenere conto delle necessità stagionali dell’agricoltura, come la rotazione delle colture e il raccolto. I contadini devono anche rispettare le esigenze concomitanti della produzione ceramica, dell’artigianato o del commercio di prodotti agrari e tessili sul mercato locale. 

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Carenze ed eccedenze 

La combinazione di diverse attività può comportare una carenza di manodopera. A sua volta, ciò offre opportunità per i lavoratori salariati esterni che di solito vengono reclutati tra pastori part-time o contadini senza terra. A volte, tuttavia, la composizione variabile del nucleo familiare può anche dar luogo a un surplus di manodopera, rendendo necessario che alcuni membri del nucleo familiare lavorino per un salario sulla terra di qualcun altro. 

Questo dinamismo economico porta Bowes a sostenere che il rapporto tra terra, lavoro e produzione non è predeterminato da una legge economica generale ma piuttosto influenzato dall’attività contadina e dalla contingenza storica. In sostanza, a seconda della situazione, un contadino, sua moglie e i suoi figli possono agire come piccoli proprietari terrieri, affittuari, lavoratori salariati, pastori part-time, commercianti o lavoratori tessili e della ceramica – a volte tutto allo stesso tempo. 

La capacità dei contadini di gestire queste attività sfata altre due convinzioni errate. Innanzitutto, nonostante il diffuso analfabetismo tra la popolazione rurale, le famiglie lavoratrici sono in grado di affrontare calcoli complessi e tenere registri dettagliati delle tasse, degli affitti, degli obblighi pubblici e privati, ecc. Come i poveri nella società contemporanea, i lavoratori romani sono in grado di effettuare calcoli senza saper leggere o scrivere. 

In secondo luogo, gestiscono le transazioni quotidiane in modo molto razionale e in termini di valore monetario. È vero che le campagne soffrono di una scarsità strutturale di monete, poiché i contadini hanno costantemente bisogno di contanti. Ma come afferma Rory Naismith nel suo suggestivo libro Making Money in the Early Middle Ages, la scarsità di monete nei commerci quotidiani non impedisce alla gente comune di misurare il valore della terra, del bestiame e dei beni di mercato in unità monetarie. La contabilità monetaria è una modalità economica fondamentale per coloro che vivono in campagna. 

Bowes propone come esempio di questa razionalità economica due storie di contadini nell’Egitto del I secolo. Epimaco possiede alcuni piccoli appezzamenti vicino ad Hermopolis nella valle del Nilo e gestisce la sua fattoria con l’aiuto di quattro o cinque schiavi e lavoratori salariati giornalieri. La natura dispersa dei suoi beni e la dipendenza dal lavoro salariato probabilmente rendono necessaria una contabilità complessa. Impiega uno schiavo di nome Didimo per tenere libri contabili che registrano le spese giornaliere di ogni mese con ricevute organizzate cronologicamente. Le entrate e le uscite vengono quindi bilanciate, riportando eventuali profitti o deficit al mese successivo.

Soterico, un mezzadro, e la sua famiglia conservano i contratti di locazione, le ricevute dell’affitto e delle tasse, i documenti di estinzione del debito, e ricevute di acquisto e di risarcimento. Sebbene non conoscano bene il greco, gestiscono efficacemente contratti di locazione e prestiti, richiedono le ricevute di pagamento e conservano questi documenti per anni dopo la loro scadenza. Queste due storie di famiglie contadine riflettono, a  livello locale, la più ampia storia economica dell’impero romano. 

Una classe ferita 

Uno dei capitoli più notevoli del libro affronta gli effetti distruttivi del lavoro sulla salute dei lavoratori. Il periodo romano conosce uno degli sfruttamenti più intensi delle campagne prima della meccanizzazione dell’agricoltura nella seconda metà del XIX secolo. La massiccia espansione della produzione di surplus agricolo e l’incessante spinta ad aumentare i consumi hanno un enorme impatto sulla popolazione lavoratrice. 

Un’enorme quantità di nuovi dati provenienti da scheletri umani rivela le pericolose conseguenze di vivere in un mondo in cui il corpo umano è la principale macchina produttiva. Il lavoro imposto ai lavoratori danneggia gravemente la loro salute. I loro corpi presentano livelli di stress e lesioni senza precedenti. I romani che lavorano possono aver avuto accesso a cibo migliore, pentole fatte su torni e bei vestiti, ma pagano un prezzo elevato in cambio di benefici minimi. 

Sebbene tutti i lavoratori romani soffrano di sovraccarico di lavoro, il 90% non costituisce un blocco uniforme. Gli appartenenti alla maggioranza rurale sono colpiti più gravemente rispetto ai loro corrispettivi urbani. Le persone che vivono e lavorano in città come l’antica Londra, Cartagine o la stessa Roma beneficiano di una dieta più varia, che comprende carne, formaggio, legumi e pesce. Questa fonte stabile di proteine aiuta i lavoratori urbani a sopportare il peso di molte ore di duro lavoro. 

I lavoratori delle campagne non hanno né una varietà paragonabile né una fonte stabile di proteine: mangiano meno carne e raramente hanno accesso al pesce. Coloro che lavorano in industrie specializzate, come le miniere, o in agricoltura svolgono lavori faticosi che richiedono un consumo di quasi 4.000 calorie al giorno. Se non riescono ad assumere tali razioni giornaliere – e raramente ci riescono – i corpi subiscono gravi danni.

Ancora peggiore è la situazione per gli adolescenti di entrambi i sessi, poiché la combinazione di un regime di lavoro pesante con proteine e vitamine insufficienti limita gravemente la loro crescita. La maggior parte dei lavoratori sopravvissuti a un’infanzia precaria porta per tutta la vita le ferite del lavoro pesante. 

Lavoro libero e non libero

In termini di impatto sulla salute popolare, la differenza tra città e campagna è più rilevante della distinzione giuridica tra lavoratori liberi e schiavi. I lavoratori liberi poveri e gli schiavi svolgono mansioni simili, soprattutto in industrie specializzate come le miniere e nelle campagne, ricevono salari comparabili e hanno diete simili. 

Gli scheletri degli schiavi sembrano identici a quelli dei lavoratori liberi poveri. Questi risultati suggeriscono che la schiavitù non fornisce una categoria distinta di lavoratori all’economia romana. Sebbene tali somiglianze non diminuiscano la brutalità della schiavitù, esse dimostrano che l’esperienza del lavoro pesante non solo rende fisicamente indistinguibili i lavoratori liberi e quelli non liberi, ma li rende anche parte di un unico gruppo sociale.

Surviving Rome ci racconta come forze di mercato e un sistema imperiale oppressivo costringono i lavoratori a diventare protagonisti di un circolo vizioso. Nell’esaminare questo processo, Bowes sottolinea come motore principale lo sforzo tenace dei poveri di essere inclusi socialmente, sebbene le strategie di accumulazione delle élite costringano i lavoratori a svolgere più lavori per guadagnarsi da vivere.

Quando parla di classe, Bowes preferisce le categorie di Pierre Bourdieu a quelle di Karl Marx. Tuttavia, proprio come rilevato dallo studio di Bourdieu sui contadini algerini, il collegamento tra produzione e consumo dal basso rafforza in realtà il messaggio del libro. Nel passato romano, come nel presente capitalista, sono i lavoratori a pagare il prezzo di un mondo pieno di beni.

*Paolo Tedesco insegna storia medievale all’Università di Tübingen. La sua ricerca si concentra sulla storia economica e sociale della tarda antichità e il medioevo, il destino dei contadini nei differenti tipi di società, e la lunga storia del capitalismo. Le sue recenti pubblicazioni includono Writings on the Tributary State and Commercial Capitalism (2024) e Living at the Margins: African Peasants in an Age of Extremes, 300-900 CE (2025).

Questo articolo è uscito su Jacobin Mag, la traduzione è di Eugenia Vitello.

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