Il sistema universitario israeliano al servizio dell’occupazione

Dal blog https://kritica.it/

Andrea Umbrello03/07/2026

Uno degli edifici del Technion di Haifa, fra le prime Università nate nel territorio dell’attuale Israele, quando ancora non esisteva come Stato ma già occupava porzioni importanti della Palestina storica. CREDITI: Wikimedia Commons.

Le università d’Israele sostengono il progetto di occupazione della Palestina da prima della nascita dello Stato. Sono un pilastro fondamentale dell’industria militare israeliana. Oggi che questo sistema è venuto del tutto allo scoperto, negli atenei di tutto il mondo aumentano proteste, movimenti e sommovimenti per interrompere le complicità interne al mondo accademico internazionale.

Tre università costruite prima che Israele esistesse. Il Technion di Haifa risale al 1924, l’Istituto Weizmann di Rehovot al 1934, l’Università Ebraica al 1918. Tutte e tre nacquero nell’orbita del movimento sionista per rispondere a esigenze, come formare una nuova identità collettiva, sviluppare capacità scientifiche e radicare una presenza ebraica nella Palestina storica. Sul monte Scopus la sede dell’Università Ebraica venne scelta con lucida premeditazione. Dominava Gerusalemme e ne sanciva, in forme architettoniche prima ancora che politiche, la rivendicazione territoriale.

La storia di un progetto

I leader sionisti avevano apertamente identificato la propria impresa nella colonizzazione della Palestina. L’obiettivo era costruire una maggioranza ebraica capace di sostenere uno stato ebraico nella Palestina storica, e le parole usate all’epoca erano esplicite quanto le intenzioni. Per raggiungerlo occorreva soppiantare chi già abitava quella terra.

Il dominio sul territorio coincideva col dominio sulla vita. Il colonialismo di insediamento si prolungava nel tempo, si ramificava nelle istituzioni e faceva diventare la violenza iniziale amministrazione. I palestinesi erano di intralcio, e la cacciata dei nativi un processo continuo per espropriazione graduale e insediamento progressivo, anziché un singolo evento storico circoscritto.

L’espropriazione pianificata dei palestinesi procedette per decenni seguendo questa direzione, prima che il 1948 ne accelerasse la tendenza con l’espulsione di massa che i palestinesi chiamano Nakba, catastrofe. Una volta fondato lo stato, il governo israeliano adottò il termine giudaizzazione per descrivere il programma di controllo demografico e territoriale che avrebbe condizionato le scelte pubbliche nei decenni a venire.

Mantenere la superiorità demografica ebraica e distribuire la popolazione in modo da indebolire le rivendicazioni palestinesi sulla terra divenne obiettivo esplicito della politica statale.

Le Università come elemento cruciale del piano sionista

Le università furono attore determinante di un piano che affiorava proprio nel periodo pre-statale. Alla vigilia della guerra del 1948, l’Haganah, la principale milizia sionista, istituì un’unità scientifica con una base in ciascuno dei tre campus già esistenti. Docenti e studenti svilupparono e fabbricarono armi.

Attrezzature, competenze e spazi accademici servirono direttamente le operazioni militari che portarono all’espulsione di massa dei palestinesi. Con la fondazione dello stato, il Technion e l’Istituto Weizmann divennero il pilastro delle capacità scientifico-militari israeliane.

Rafael e Israel Aerospace Industries, tra i principali produttori di armamenti del paese, sono il risultato delle infrastrutture create da quegli istituti.

Nei primi due decenni dello stato il rapporto tra accademia e governo si consolidò ulteriormente. Eminenti accademici si allinearono con i leader politici, sostenendo attivamente il consolidamento del controllo israeliano sull’intero territorio. Alla fine degli anni Sessanta il programma di giudaizzazione si era espanso su più fronti, e con esso la rete universitaria chiamata a sostenerlo.

Nuove università vennero fondate nei punti strategicamente più rilevanti, concepite anche come avamposti del progetto demografico su scala regionale. L’Università di Haifa ottenne il pieno accreditamento nel 1972, nella Galilea a maggioranza palestinese. Lo stesso anno sorse l’Università Ben-Gurion nel Naqab, la regione con la più bassa concentrazione di popolazione ebraica israeliana.

Tutte le sedi furono progettate per funzionare da centro propulsivo dell’ingegneria demografica regionale, promuovendo l’espulsione dei palestinesi e l’espansione degli insediamenti ebraici.

Il 1967 incorporò l’occupazione nel DNA delle università israeliane, che contribuirono con annessioni all’insediamento permanente di comunità ebraiche nei territori occupati. L’Università Ebraica ampliò il campus sul monte Scopus nella Gerusalemme Est occupata. L’Università di Ariel, in Cisgiordania, ricevette il pieno accreditamento nel 2012. Governare militarmente una popolazione mista, composta da cittadini ebrei, palestinesi con diritti civili limitati e palestinesi sotto occupazione, richiedeva conoscenze specifiche in costante espansione.

Discipline come l’archeologia, gli studi giuridici e gli studi sul Medio Oriente si misero al servizio di produzioni di sapere funzionali allo stato israeliano e al suo regime nei territori occupati, espandendo al tempo stesso i proprie ambiti accademici.

Ciò che veniva studiato e insegnato seguì le priorità del governo e dell’esercito. Le università progettarono corsi di laurea su misura per addestrare soldati e forze di sicurezza, con la ricerca applicata al settore militare a fondamento dei programmi. Lo sviluppo dell’istruzione superiore israeliana rimase legato all’ascesa dell’industria degli armamenti, che le università continuano a rinnovare. Oggi collaborano con il comparto bellico nello sviluppo di tecnologie impiegate nei territori occupati, poi esportate sul mercato internazionale con lo status di tecnologie provate in battaglia.

Soldatesse in parata all'Università ebraica di Gerusalemme in Israele, 1978.
Soldatesse dell’idf in parata durante le celebrazioni per il 30° anniversario dell’”indipendenza” dello Stato di Israele, svoltesi presso lo stadio dell’Università ebraica di Gerusalemme, 1978. CREDITI: Wikimedia Commons.

Filosofi, giuristi e guerra dentro le università israeliane

Nel 2002 una commissione di accademici e avvocati militari israeliani si riunì per stabilire quanti civili palestinesi fosse eticamente accettabile uccidere nel tentativo di assassinare un palestinese considerato da Israele come un miliziano, pur di salvare la vita di un solo cittadino israeliano.

Le risposte dei commissari variarono da zero a quanto basta. La media calcolata dalla commissione fu di 3,14 civili palestinesi per ogni miliziano.

Quella commissione era il coronamento di un percorso accademico e di studio durato almeno un decennio. Sopra tutti spiccava il professor Asa Kasher dell’Università di Tel Aviv, eticista di fama, che si era affermato come accademico al servizio dello stato nel 1994 collaborando alla stesura del Codice etico dell’esercito israeliano.

Quando il codice fu aggiornato, Kasher venne affiancato da filosofi e giuristi provenienti da diverse università israeliane. Il documento rivisto, intitolato Ruach Tsahal, “spirito delle Forze di Difesa Israeliane”, fu adottato ufficialmente dall’esercito come summa dei valori fondanti e guida etica per comandanti e soldati, corredato di modalità di attuazione.

Fu da lì che Kasher avviò una lunga collaborazione con il maggior generale Amos Yadlin per fornire all’esercito un manuale etico operativo. Nel 2001 il Dipartimento di diritto internazionale dell’esercito aveva già emesso un parere legale che definiva i limiti di la nuova politica israeliana degli omicidi selettivi. La commissione del 2002 arrivò come naturale prosecuzione.

Come osserva Maya Wind, antropologa e autrice israeliana che ha studiato a lungo il militarismo e il ruolo delle università israeliane rispetto all’occupazione palestinese, Kasher incarna uno dei casi più lampanti di accademico strutturalmente integrato nell’apparato statale, espressione di una tendenza ben più diffusa.

Negli ultimi vent’anni i dipartimenti di giurisprudenza delle università israeliane hanno messo competenze e ricerca al servizio dell’esercito e degli apparati di sicurezza, mettendo a punto interpretazioni giuridiche pensate per coprire operazioni militari altrimenti difficili da giustificare.

Gli studiosi di etica dei dipartimenti di filosofia hanno fatto da contraltare, confezionando giustificazioni morali alle politiche e alle operazioni militari sia durante il loro svolgimento sia una volta concluse, spesso in concomitanza con le indagini internazionali che ne sono seguite.

L’apparato giuridico costruito in questi anni consente di legittimare omicidi extragiudiziali, torture e uso sproporzionato della forza contro popolazioni civili. Le dottrine ritagliate su misura da accademici e giuristi militari israeliani hanno alterato categorie del diritto internazionale umanitario, e lo hanno fatto a partire da un tornante storico.

Con la Seconda Intifada, iniziata nel 2000, la repressione militare dei manifestanti e degli insorti suscitò l’allarme della comunità internazionale su Israele. Il governo israeliano reagì sostenendo che l’uso della forza contro i palestinesi era da considerarsi alla stregua di una forma inedita di guerra, esentata dai codici esistenti. La tesi era quella di un conflitto armato senza guerra, una situazione sui generis alla quale le leggi vigenti in materia di conflitti armati risultavano inapplicabili.

Quelle interpretazioni, congegnate appositamente per eludere gli schemi normativi internazionali, finirono nel tempo per modificarli, circolando oltre i confini del paese fino a corrompere gli stessi parametri con cui la comunità internazionale valuta le condotte belliche.

L’uniforme in aula

Più recentemente e in ambiti esplicitamente bellici, pochi mesi prima dell’offensiva israeliana su Gaza, nel luglio 2023 l’Università di Tel Aviv annunciò di essersi aggiudicata la gara d’appalto del Ministero della difesa per ospitare il corso di laurea Erez, programma riservato agli ufficiali delle unità di combattimento.

La doppia laurea prevede un curriculum accademico incentrato su aree di interesse militare, abbinato a discipline umanistiche, scienze sociali, economia o ingegneria. Addestramento militare e formazione accademica si integrano lungo tutto il percorso per fare dei cadetti combattenti d’élite.  Laurea con lode, fucile e occupazione. Tutto in un unico ciclo di studi, con tirocinio sul campo. Letteralmente.

A corredo del prestigio e del finanziamento statale c’è un contratto di quaranta pagine che fissa le condizioni dell’accordo. I soldati frequenteranno i corsi in uniforme e potranno portare con sé le armi in dotazione all’interno del campus. Seguiranno la maggior parte delle lezioni insieme agli studenti civili, con l’eccezione dei corsi non accademici tenuti da personale militare di alto profilo, riconosciuti comunque come crediti validi ai fini della laurea.

Per i corsi frequentati da soldati e civili insieme, il Ministero della difesa ha indicato un elenco di tematiche da inserire nel programma, tra cui pensiero strategico e sicurezza nazionale. I docenti sono tenuti a segnalare all’esercito eventuali problemi di sicurezza e ad attenersi alle restrizioni militari.

Il testo dell’accordo è esplicito nel prevedere che l’università si impegni a garantire l’astensione del personale accademico da dichiarazioni lesive nei confronti dei soldati delle Forze di difesa che frequentano l’ateneo, tanto riguardo al loro servizio militare quanto al fatto di indossare l’uniforme, impegno che il medesimo accordo definisce come essenziale.

L’Università di Tel Aviv è un caso tra i più documentati, ma il fenomeno è generalizzato, perché nei territori sotto controllo israeliano i campus universitari non sono mai stati spazi distinti dal compartimento militare. Le università israeliane sono vere e proprie estensioni dell’establishment militare, incorporate in un sistema statale che sostiene e perpetua l’occupazione.

Gli ufficiali che completano programmi come Erez escono dai campus con una laurea e un addestramento militare, pronti a imporre il dominio israeliano su milioni di palestinesi, compresi studenti universitari.

Le collaborazioni occidentali

Volgendo lo sguardo oltre i confini israeliani, la Columbia University descrive l’Università di Tel Aviv quale un’istituzione che condivide l’incrollabile spirito di apertura e innovazione della metropoli israeliana, con una vita universitaria contraddistinta da dinamismo e pluralismo. Lo ha fatto nel 2020, pubblicizzando la doppia laurea appena avviata con l’ateneo israeliano, presentata  a titolo di unico percorso di studi che Columbia propone nell’intera regione mediorientale.

Da decenni le istituzioni europee e nordamericane intrattengono con le università israeliane collaborazioni di ricerca e programmi congiunti che spesso sono le uniche partnership del genere in tutto il Medio Oriente. La libertà accademica israeliana è stata assunta come dato, raramente come oggetto di verifica.

Il caso Cornell è tra i più strutturati. Risale al 2011, quando la Cornell University, una delle otto università private che compongono la Ivy League statunitense, e il Technion di Haifa vinsero una gara lanciata dalla città di New York per costruire un campus di scienze applicate su Roosevelt Island.

Ne nacque il Joan and Irwin Jacobs Technion-Cornell Institute, finanziato con una donazione di centotrentatré milioni di dollari dal fondatore di Qualcomm. Il programma offre master dual degree in Connective Media, Health Tech e Urban Tech e ha incubato oltre cento startup deep-tech.

Nel marzo 2026, il presidente di Cornell Michael Kotlikoff ha respinto una risoluzione studentesca che chiedeva la fine della partnership, affermando che il Technion è uno dei centocinquantanove partner internazionali dell’università e che selezionare un solo interlocutore su base politica sarebbe incompatibile con la libertà accademica.

In Europa, invece, la rete di cooperazione attorno a Horizon Europe continua a coinvolgere istituzioni israeliane nei programmi di ricerca dell’Unione. Nel 2021 Israele ha aderito come paese associato al programma che gli ha destinato 1,11 miliardi di euro di fondi europei per imprese, università ed enti pubblici, distribuiti su 921 progetti che coinvolgono 231 beneficiari. Tra questi troviamo società strettamente connesse all’esercito israeliano.

La relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha definito questo sistema un canale che facilita collaborazione scientifica con istituzioni accusate di complicità nell’occupazione e nell’apartheid. Israel Aerospace Industries, che produce droni e componenti per caccia F-35, partecipa infatti a progetti finanziati da Horizon Europe insieme ad atenei israeliani e imprese europee.

Quanto all’Italia, da noi certe collaborazioni vengono servite con l’eleganza del buffet nei convegni universitari. I rapporti strutturali con il sistema accademico israeliano coprono settori che vanno dall’ingegneria all’aerospazio, dalla cybersecurity alla ricerca dual use.

Il Politecnico di Torino ha firmato nel 2013 un accordo con il Technion e l’Università di Torino per favorire scambi di studenti, docenti e ricercatori e la partecipazione congiunta a bandi internazionali. Quella collaborazione rientrava in un percorso già avviato nei primi anni Duemila, quando il Politecnico aveva preso parte al progetto europeo CAPECON, coordinato da Israel Aerospace Industries e dedicato allo sviluppo di velivoli senza pilota.

Nel programma comparivano il Technion, aziende aerospaziali europee e gruppi legati all’industria militare israeliana come Tadiran. Negli anni successivi i rapporti sono cresciuti attorno a ricerca aerospaziale, intelligenza artificiale e nuove tecnologie, coinvolgendo il Politecnico in reti industriali e scientifiche insieme a Leonardo, Avio Aero e TIM.

Quanto all’Italia, da noi certe collaborazioni vengono servite con l’eleganza del buffet nei convegni universitari.

Il Politecnico di Milano ha avviato collaborazioni con il Technion all’interno di programmi europei dedicati a elettronica, robotica e innovazione tecnologica. La Bocconi mantiene accordi di scambio con la Faculty of Law della Tel Aviv University. L’Università degli Studi di Milano aveva rapporti con Ariel University, ateneo costruito all’interno di una colonia israeliana in Cisgiordania occupata.

Movimenti e sommovimenti di protesta

Dopo il 7 ottobre 2023 le proteste hanno reso inaggirabile il dibattito, portando studenti, ricercatori e personale tecnico a chiedere la sospensione dei rapporti con gli atenei israeliani accusati di essere integrati nel sistema militare e tecnologico di uno stato impegnato in un genocidio nella Striscia di Gaza, di fronte a cui le istituzioni italiane hanno risposto in modo disomogeneo.

L’Università degli Studi di Milano ha formalizzato l’interruzione dei rapporti con Ariel University nel dicembre 2023, a conclusione di un’istruttoria avviata nel 2022. L’Università di Palermo ha sospeso il progetto Erasmus e gli accordi futuri con atenei israeliani. L’Università di Cagliari ha inizialmente respinto la mozione che chiedeva il recesso da tutti gli accordi esistenti, salvo poi fare marcia indietro.

L’Università di Torino ha deciso di rinunciare al bando MAECI 2024 per la cooperazione scientifica con Israele, precisando che si trattava di una scelta relativa a un singolo bando. Il Politecnico di Torino ha confermato invece la propria partecipazione.

La Bocconi, invece, mantiene i programmi di scambio con la Tel Aviv University, che continua a figurare tra gli atenei partner sul sito dell’università.

Contrariamente a quanto accaduto in Italia, altrove in Europa le risposte sono state più categoriche, come dimostra l’Università di Granada che nel maggio 2024 ha approvato la sospensione della mobilità Erasmus con atenei israeliani e l’interruzione degli accordi con Bar-Ilan e Tel Aviv per corsi estivi.

Un tribunale amministrativo ha poi sospeso parzialmente la decisione, limitatamente ai consorzi di ricerca promossi dalla Commissione Europea, mentre le altre misure sono rimaste in vigore.

L’Université Libre de Bruxelles ha annunciato la sospensione di tutti gli accordi e progetti di ricerca con università israeliane fino a un impegno esplicito di rispetto della decisione della Corte Internazionale di Giustizia.

L’Università di Anversa ha informato gli studenti che le future cooperazioni sarebbero state interrotte, e i progetti in corso sarebbero stati completati ma sottoposti a revisione etica. Il Consiglio della Facoltà di Giurisprudenza ha chiuso immediatamente l’accordo con Bar-Ilan, citando le violazioni del diritto internazionale a Gaza.

Nei Paesi Bassi il Netherlands Institute for Advanced Studies ha vietato nel giugno 2024 i viaggi professionali dei propri dipendenti in Israele e bloccato l’accettazione di finanziamenti bilaterali dallo stato israeliano.

In Canada diversi sindacati e associazioni di facoltà hanno votato a favore del boicottaggio, tra cui University of Montreal, Wilfrid Laurier University, Renison University College, Emily Carr University, University of Saskatchewan e Toronto Metropolitan University.

Collaborazioni di ricerca di ogni tipo, legate a Israele, sono finite nel mirino dello scontro pubblico, trascinando rettorati e centri di ricerca nel vortice di un conflitto che ora contagia anche il mondo accademico occidentale.

Il BDS contro le università israeliane

Dietro questa pressione c’è un movimento che nasce nel lontano 2004 con il PACBI, il Palestinian Campaign for Academic and Cultural Boycott of Israel. Un anno dopo, centosettanta organizzazioni della società civile palestinese lanciano la call BDS, ispirata al boicottaggio dell’Apartheid sudafricano.

Le linee guida del 2014 sanciscono in modo inequivocabile che il boicottaggio è diretto contro le istituzioni, risparmiando gli individui. Si estende a eventi, accordi, progetti congiunti fino a quando gli atenei israeliani non riconosceranno i diritti del popolo palestinese e metteranno fine a ogni complicità nelle violazioni del diritto internazionale.

Il ragionamento che sorregge questa posizione si basa sull’evidenza che le università israeliane mettono conoscenza al servizio dell’esercito, formano i suoi ufficiali, sviluppano tecnologie impiegate nei territori occupati e forniscono giustificazioni giuridiche e morali alla violenza di stato. Collaborare con loro costituisce una forma di approvazione di questa funzione.

Le istituzioni che beneficiano di un sistema di dominio, sostengono i promotori del BDS, hanno scarse ragioni per rivendicare la normalità accademica trattandola come un privilegio scontato.

L’obiezione più comune al BDS accusa il movimento di incoerenza. Si chiede perché boicottare Israele e non altri stati responsabili di violazioni dei diritti umani. La risposta sta nel ruolo distintivo che l’Occidente riserva a Israele. Gli stati europei e nordamericani trattano l’Iran o la Cina da avversari o concorrenti scomodi.

Con Israele il rapporto è strutturalmente diverso, perché fondi, armi, copertura diplomatica e alleanze militari vengono garantiti a un paese che nega diritti fondamentali a milioni di persone, e boicottare Israele significa interrompere questa complicità piuttosto che applicare una sanzione generica.

Anche l’immancabile accusa di antisemitismo arriva con la puntualità delle tasse più salate, ma le linee guida del PACBI distinguono la critica allo stato israeliano dall’ostilità verso gli ebrei, rivolgendosi contro le istituzioni che partecipano alla violenza governativa e risparmiando i singoli. Tra i sostenitori figurano ebrei antisionisti, accademici israeliani dissidenti e intellettuali che rifiutano l’identificazione tra stato di Israele e popolo ebraico. Sovrapporre le due cose, notano, serve a proteggere un regime piuttosto che una comunità.

Eppure, nonostante anni di campagne, proteste e pressioni internazionali, il boicottaggio accademico rimane ancora lontano dall’avere effetti strutturali. Uno studio del 2024 sull’academic boycott 2023-2024 conclude che le misure adottate hanno natura compromissoria, ma manca una rottura radicale.

Le università israeliane continuano a partecipare a programmi europei, a pubblicare su riviste internazionali e a ricevere finanziamenti da fondi comunitari, per cui l’interruzione degli accordi bilaterali determina un isolamento parziale.

Ciò accade perché molte università hanno perfezionato l’arte di scrivere verbosi comunicati sulla pace e tenere convegni sul diritto internazionale, salvo poi firmare accordi con chi quel diritto lo ignora da decenni.

Usano la stessa abilità del fumatore che fa il medico del reparto oncologico.

Del rettore che parla di diritti umani al mattino e firma accordi con l’esercito israeliano al pomeriggio. Per molto tempo è bastato infilare tutto dentro la parola “ricerca” e nessuno faceva troppe domande.

Del resto, con un PowerPoint abbastanza elegante perfino la guerra riesce a sembrare innovazione tecnologica. La novità è che il gregge degli ingenui si è sfoltito e qualcuno ha iniziato a seguire il filo che unisce gli slogan ai finanziamenti.


© Kritica – Riproduzione parziale consentita (non più di metà articolo) citando la fonte e inserendo il link all’inizio.

CREDITI FOTO: Wikimedia Commons

Autore

  • Andrea UmbrelloGiornalista multimediale, documenta storie di prima linea attraverso pubblicazioni internazionali, podcast, libri e fotogiornalismo. Da anni si dedica alla copertura della questione palestinese, delle violazioni dei diritti umani e delle ingiustizie sociali nel mondo

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.