Cosa imparare dalle due Flotille per Gaza

Dal blog https://jacobinitalia.it

Giulio Calella 24 Luglio 2026

Un dialogo tra Alessandro Mantovani, Giulia Bucalossi e Dario Salvetti sulle differenze tra le due missioni del 2025 e del 2026, su cos’è il «metodo Flotilla» e se si può estendere alle esperienze di attivismo quotidiano

Negli ultimi 15 anni nessuna esperienza di movimento è riuscita a costruire un immaginario collettivo potente come quello prodotto dalle due Flotille per Gaza, quella di settembre-ottobre 2025 e quella di aprile-maggio 2026. 

Una semplice pratica umanitaria è riuscita a rompere la sensazione di impotenza di fronte alla guerra e al genocidio, a rianimare le piazze in tutta Italia e a produrre una convergenza politica e sociale come non si vedeva almeno dai tempi di Genova 2001. Una convergenza durata purtroppo troppo poco, ma che è riuscita non solo a smascherare la natura dello Stato di Israele, ma anche a costringere i Governi a cambiare strategia politica e comunicativa.

Lo stesso vergognoso «Board of peace» di Trump è stato un cambio di strategia militare sul campo scaturito anche dalla pressione crescente del movimento per Gaza cresciuto grazie all’esperienza della Flotilla. 

Non c’è stato però un dibattito approfondito su qual è stata l’efficacia del «metodo Flotilla», né sulle differenze tra la prima e la seconda missione. Se lo scorso autunno si era prodotto un vero e proprio movimento durato un mese, le mobilitazioni della scorsa primavera sono state importanti per rimettere in primo piano ciò che accade in Palestina ma indubbiamente meno esplosive.

E, soprattutto, se in autunno il movimento per Gaza aveva intrecciato il conflitto di classe e la pratica dello sciopero, questa primavera non siamo riusciti ad andare oltre alle manifestazioni di solidarietà. Del resto andrebbero analizzati anche i sei mesi intercorsi tra una Flotilla e l’altra, in cui c’è stato un sostanziale vuoto di mobilitazione interrotto in modo significativo solo dalla manifestazione No Kings

Abbiamo posto tali questioni ad Alessandro Mantovani, giornalista del Fatto quotidiano salito a bordo in entrambe le Flotille, Giulia Bucalossi, attivista di Acrobax e dell’esperienza romana degli Equipaggi di terra, e Dario Salvetti, del Collettivo di fabbrica ex Gkn imbarcatosi nella seconda missione per Gaza. Per capire cos’è e cosa ci insegna il metodo Flotilla e se può essere davvero esteso alle esperienze di attivismo quotidiano nei luoghi sociali. 

Iniziamo da te Alessandro. Ti sei imbarcato in entrambe le Flotille e hai subito per due volte le torture dell’esercito israeliano. La reazione israeliana alla seconda missione è sembrata più violenta, o almeno con una violenza più esplicita, in pieno giorno. Cos’è cambiato secondo te, concretamente e sul piano della comunicazione, tra le due missioni, sia da parte israeliana che nelle dinamiche interne alla Global Sumud Flotilla?

Alessandro Mantovani: L’esibizione della violenza che ha fatto Ben Gvir nella seconda missione è stata più grave della violenza stessa, perché segnala la degenerazione a cui è arrivata gran parte della società israeliana. In Israele i voti ormai si prendono in quel modo. 

Come hai detto, nella seconda Flotilla l’abbordaggio da parte dell’esercito israeliano è avvenuto in pieno giorno, eppure lo scorso autunno i militari israeliani avevano sostenuto, anche con i loro colleghi italiani, che di giorno non potevano agire.

A ciò si aggiunge che il primissimo abbordaggio di questa primavera è avvenuto a seicento miglia da casa loro, cioè a ovest di Creta, dove tutti i sistemi radar delle marine militari europee e italiane non possono non accorgersi dei movimenti delle navi israeliane. A settembre avevamo avuto l’attacco con i droni a sud di Creta (attacco non rivendicato ma difficile da attribuire a qualcun altro) e a quell’attacco seguì l’impegno di una nave militare italiana ad accompagnarci con l’idea di fare soccorso, ma in realtà con un’evidente funzione di deterrenza.

La cosa strana è che il nostro Governo, pur di fronte a un comportamento più grave ed esplicito, durante la seconda missione non ha fatto nulla. Ciò fa pensare che le relazioni con il governo israeliano si siano in realtà approfondite, nonostante non ci siano più esportazioni dirette di armi. 

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La differenza tra le due missioni all’interno della Flotilla è invece che la seconda ha deciso di avere una rappresentazione più consistente dei paesi del Sud del mondo. Rispetto alla prima spedizione, infatti, sono stati molto più presenti i paesi musulmani, e il peso delle organizzazioni di paesi come la Malesia e la Turchia è stato più rilevante anche dal punto di vista finanziario rispetto all’autunno.

La Flotilla è diventata un’organizzazione mondiale, pur con le caratteristiche sui generis di un’organizzazione di scopo. Io non ricordo niente di simile a livello di movimento. Lo stesso Movimento No Global, di cui ricorre il venticinquesimo anniversario, era in larga parte europeo e occidentale, mentre la Flotilla si posiziona in modo più forte anche nel Sud del mondo, accogliendo una partecipazione anche di matrice religiosa.  

Un’altra differenza tra le due spedizioni è che se a settembre siamo partiti durante l’occupazione militare di Gaza City, a maggio ci siamo imbarcati per rompere il silenzio prima ancora che l’assedio intorno a Gaza. Ma è un silenzio che riguarda soprattutto noi europei perché, come ci hanno raccontato sulle barche, in tutto il mondo arabo e islamico di Gaza si parla tutti i giorni. 

Giulia, voi avete lanciato la rete romana degli «equipaggi di terra» della Flotilla durante le mobilitazioni dello scorso autunno. Come avete letto le differenze che ci sono state tra le due mobilitazioni? A cosa attribuisci il sostanziale vuoto di movimento dopo la convergenza inedita degli scioperi dello scorso ottobre? Sicuramente c’è da tener conto di un cambiamento strutturale dei movimenti, che ovunque nel mondo mostrano da anni grandi fiammate ma una durata breve e un radicamento sociale e organizzativo modesto. C’è però anche qualcosa di specifico in questa vicenda su cui varrebbe la pena riflettere meglio?

Giulia Bucalossi: Il movimento dello scorso autunno è stato corale, fatto di singolarità, diversità aggregative, organizzative, generazionali e di genere. Una ricchezza che si vede solo nei momenti moltitudinari. Nelle emozionanti piazze di fine estate 2025 si è finalmente visto un popolo. 

Il vuoto che c’è stato subito dopo quelle settimane è in realtà lo stesso vuoto che c’era prima. Per tanti anni ci siamo battuti faticosamente per riuscire a parlare di Palestina, e quando è cominciato il genocidio ci chiedevamo: ma possibile che nemmeno di fronte a un tale massacro in diretta tv esploda l’indignazione popolare? A Roma, nello specifico, prima dello scorso autunno c’erano state solo manifestazioni di poche migliaia di persone, spesso tra l’altro diversi cortei in contemporanea in competizione tra loro. Quando il genocidio si è acuito fino ad arrivare all’invasione di terra, con i carri armati diretti verso Gaza City, eravamo una pentola a pressione: c’era bisogno di fare qualcosa. 

A volte la storia è fatta anche di contingenze: per fortuna qualcuno ha messo in gioco il proprio corpo, ha lanciato una scommessa che è stata assolutamente vinta. Qualcuno ha detto: dobbiamo andare a Gaza, perché non stanno più facendo entrare neanche le associazioni umanitarie, neanche gli aiuti alimentari, neanche le associazioni legate all’Onu. E sono partite queste barche con dentro un’umanità plurale. Mentre viaggiavano, giorno dopo giorno, miglio dopo miglio, avvicinandosi a quell’obiettivo, siamo stati tutti coinvolti in un processo collettivo. Per la prima volta abbiamo sentito la forza della possibilità: l’idea di potercela fare. 

Di fronte all’enorme generosità di chi ha messo i propri corpi su quelle barche, il tappo è saltato. Grazie a una semplice pratica, perché le pratiche aprono spazi e possibilità anche per nuove teorie. La pratica della Flotilla ha aperto delle maree che nessuno si aspettava: né noi né tanto meno loro. Lo stesso Trump, come hai detto, si inventa il Board of Peace perché era diventato impossibile andare avanti nello stesso modo di prima, non aveva più il consenso per farlo.

Così, dopo aver guardato con invidia le altre piazze in giro per il mondo, stavolta l’Italia ha dato un segnale importantissimo e l’ha dato attraverso la pratica dello sciopero, con il metodo del blocchiamo tutto. Una pratica che si è affiancata a quella svolta in mare dalle barche, mettendo anche noi a terra il nostro corpo nei luoghi in cui stavamo. Sono stati bloccati porti, fabbriche, scuole, tangenziali e aeroporti.

Per anni abbiamo discusso se fosse possibile o meno fare uno sciopero politico: in un attimo abbiamo avuto la prova lampante che si può fare. A Roma abbiamo bloccato la tangenziale in centinaia di migliaia in barba ai decreti sicurezza. Abbiamo denunciato dappertutto il nesso tra il genocidio e le forme di speculazione che l’economia della guerra scarica direttamente sulle nostre vite. Il genocidio del resto ha svelato fino a dove può arrivare il capitalismo colonialista ed estrattivista. 

Per questo penso che sia sbagliato pensare che gli scioperi dello scorso autunno non abbiano cambiato niente. Nelle mobilitazioni intorno alla seconda Flotilla siamo partiti già dal consenso raccolto intorno alla prima: un consenso diffuso su pratiche radicali e conflittuali. Non a caso la seconda volta anche il Governo Meloni è stato costretto a usare parole diverse, oltre che per il fatto che il conflitto è ormai esteso al Libano e all’Iran, e l’Europa si trova in enorme difficoltà politica. 

Gli equipaggi di terra sono nati dal desiderio di tenere vivo uno spazio pubblico accessibile a strutture e a singoli. Uno spazio di confronto che mette al centro, come ha saputo fare la Flotilla, la pratica di obiettivi chiari contro il genocidio e l’economia di guerra. Uno spazio pubblico a cui tutte le realtà sociali, sindacali e culturali possono contribuire. È il metodo della convergenza. Dobbiamo curare questo metodo, perché non riusciremo a fare conflitto in questa fase politica così atroce se non ci cureremo le une delle altre, se non continueremo a tessere le relazioni. 

Dario, hai vissuto la prima flotilla negli equipaggi di terra fiorentini, poi la seconda dentro a una delle barche. Come Collettivo di fabbrica ex Gkn avete deciso di portare, in modo per nulla scontato, il vostro conflitto di classe dentro a una missione umanitaria internazionale. In autunno avevano fatto una cosa simile i portuali del Calp di Genova. Ma se proprio gli scioperi e il conflitto di classe intorno alla questione palestinese, come ha sottolineato Giulia, hanno suscitato interesse in ogni parte del mondo lo scorso autunno, nella seconda missione questo intreccio non è scattato, se non per la vostra presenza. Qual è la tua riflessione da questo punto di vista? 

Nell’ottica invece di provare a portare il metodo Flotilla nelle lotte di tutti i giorni, ci puoi spiegare cosa intendete quando presentate il vostro progetto di reindustrializzazione dal basso come una «Flotilla nell’economia»? 

Dario Salvetti: Qualcuno ha polemizzato con la Flotilla perché trasmetterebbe l’idea del «bianco salvatore» ma, come ha detto Alessandro, le navi in cui ci siamo imbarcati non erano affatto composte da bianchi. C’erano 60-70 nazionalità, in grossa parte del Sud del mondo, con persone con enormi differenze politiche. Per capire cos’è il metodo Flotilla dobbiamo infatti innanzitutto chiederci: com’è possibile rimanere uniti nelle differenze per tre settimane, con quella tensione, con la consapevolezza che si sta per essere rastrellati dall’esercito più armato del mondo? 

Durante l’intercettazione del 18 maggio ho visto una delle nostre barche a vela tirare dritto prua contro prua contro una nave militare israeliana. Sopra quella barca c’erano persone che, se va bene, si conoscevano da un mese, che non parlavano la stessa lingua, non praticavano la stessa religione, eppure in un attimo decidono insieme di fare questa scelta coraggiosa e pericolosa. Si tratta di un’unità che ancora prima che essere politica è umana.

Il metodo Flotilla permette, rimanendo sulla semplice pratica, di politicizzare l’aiuto, di far diventire conflittuale il mutualismo, su un obiettivo che è legato a un grosso evento della storia, drammatico e devastante, come il genocidio. Si tratta di un metodo che dovrebbe insegnare qualcosa a una sinistra radicale italiana talmente frammentata da non riuscire a trovarsi d’accordo nemmeno di fronte alla contromanifestazione sulla remigrazione. 

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Quel 18 maggio io avevo appena mandato un messaggio a Radio Popolare in cui dicevo che, essendo passata la nottata, eravamo tranquilli perché loro sono la forza delle tenebre, attaccano di notte. E invece poco dopo ci hanno attaccato, di giorno. Il messaggio che ci hanno dato è stato chiaro: ormai anche i rigurgiti nazisti possono essere espressi alla luce del sole perché lo stesso capitalismo mostra senza più infingimenti le proprie dinamiche più distruttive, sdogando la guerra, la deportazione, la stessa speculazione immobiliare nella terra di un genocidio. 

Il capitalismo che mostra ormai in pieno giorno i suoi lati più atroci, ha nel fattore tempo uno dei principali strumenti. Da parte nostra siamo infatti letteralmente sospesi tra due tempi: quello dell’accelerazione della catastrofe del capitale e quello immobile delle istituzioni. 

La distruzione capitalista è ormai talmente rapida che non ti lascia nemmeno la possibilità di provare a intervenire sull’ultimo avvenimento. Una delle cose che veniva chiesta criticamente alla seconda missione della Flotilla era: cosa partite a fare per la Palestina se ora c’è anche la guerra in Libano e in Iran?

Come se l’accelerazione della catastrofe fosse una ragione per bloccarsi, per rimanere fermi. C’è poi il tempo immobile delle istituzioni: ad esempio nel caso del movimento ambientalista tutto viene sempre rimandato alla Cop successiva (la conferenza intergovernativa dell’Onu sui cambiamenti climatici), mentre nel caso di Gkn ci dicono di aspettare le prossime elezioni o la prossima legge da approvare che risolverà i nostri problemi. Si tratta di un tempo in cui si rimane in attesa, immobili.

Mentre le istituzioni sembrano intente a far sì che nulla cambi, persino quando accettano le tue richieste. Come Gkn lo abbiamo visto con il Consorzio regionale pubblico che avrebbe dovuto rilevare la fabbrica e far partire la nostra reindustrializzazione e invece rimane fermo. A Roma vediamo qualcosa di simile ad esempio al Quarticciolo, dove i cittadini ottengono dei riconoscimenti per le loro proposte e poi però concretamente non succede nulla. 

Dobbiamo infine fare i conti anche con un tempo asimmetrico all’interno dei movimenti. Noi qui discutiamo e poi torniamo alle nostre case, ma è una cosa che le compagne e i compagni con cui parliamo in Palestina a Gaza non possono più fare. Allo stesso modo noi qui ci immaginiamo a un domani lontano in cui cambieranno le cose, ma questo domani è inimmaginabile per i sei milioni di poveri assoluti del nostro paese. 

Salpare, decidere di rompere il tempo dell’attesa, è quindi fondamentale per la lotta contro il genocidio così come per tutte le lotte sociali. L’efficacia del metodo Flotilla è quella di riportare tutti noi al fatto che se non riusciamo ad affrontare il problema della sopravvivenza oggi, non riusciamo nemmeno a parlare del domani, anche se sappiamo che l’unica soluzione sta in un domani diverso da questo, in cui la realtà viene trasformata radicalmente. 

Il metodo Flotilla dovrebbe far ristrutturare la nostra militanza e probabilmente non è quello che è avvenuto dopo il movimento di settembre e ottobre 2025. Una serie di realtà organizzate infatti hanno supportato e sostenuto la Flotilla ma, appena scesi da quelle barche, sono tornati al vecchio modo di far politica. Gli scioperi separati di Usb e Cgil di novembre e dicembre 2025 hanno testimoniato che non abbiamo imparato il metodo della generalizzazione dello sciopero, dell’unità nella radicalità. 

Non siamo inoltre riusciti a individuare e a provare a far saltare tutte le articolazioni sioniste nella nostra società. Noi per esempio non siamo riusciti a evidenziare il legame materiale che c’è tra la gentrificazione e la speculazione immobiliare a Firenze e il sionismo, cosa che avrebbe rafforzato l’unità e l’efficacia delle lotte. Ci è mancato insomma quello che sta invece succedendo nel movimento dei fenicotteri in Albania, dove c’è la perfetta convergenza tra la lotta contro la speculazione immobiliare, la svendita del paese, e i legami con i Kings (Trump, Kushner e il sionismo). 

Nel caso dell’ex Gkn facciamo nostro il metodo Flotilla perché non vogliamo semplicemente fare importanti mobilitazioni contro il riarmo e il genocidio, ma mettere in pratica un esempio concreto in mezzo all’economia con la nostra reindustrializzazione dal basso, anche con delle barche che non sono quelle che vorremmo, che non risolvono davvero e complessivamente i problemi in campo.

Adottiamo poi una forma simile. La Flotilla non è privata ma non è statale. È una forma pubblica comunitaria, finanziata da una raccolta fondi di associazioni e persone private che mettono un capitale a disposizione e creano una forza comunitaria. Non a caso la nostra missione in mare è stata trattata come un esercito nemico da affossare perché gli aiuti umanitari quando vuoi annientare una popolazione a livello psico-fisico, diventano un’arma.

Nella lotta dell’ex Gkn abbiamo cercato di far cambiare strada al capitale privato lottando contro la speculazione e i licenziamenti. Abbiamo poi cercato di far intervenire le istituzioni con il Consorzio regionale pubblico. Ora non possiamo più attendere e abbiamo messo in campo un capitale comunitario per far ripartire la fabbrica con una produzione per la comunità stessa, che quindi non può che essere ecologica. 

In questo modo usciamo anche dalla mera enunciazione del fatto che dobbiamo fermare il riarmo e iniziamo a scardinare il ricatto che subiamo: quello che per poter avere un lavoro dobbiamo affidarci alla riconversione bellica. Il metodo Flotilla per noi è questo: la rottura dell’attesa, la rottura del tempo asimmetrico per cui per me, da disoccupato, è impossibile continuare a lottare se non faccio ripartire qualche forma di lavoro; e contemporaneamente costruire, con i nostri corpi, un esempio concreto che a sua volta può innescare movimenti più grandi ed efficaci per cambiare i rapporti di forza. 

*Giulio Calella, cofondatore e presidente della cooperativa Edizioni Alegre, è editor di Jacobin Italia.

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