Missione in Niger: l’interesse nazionale si è perso nel deserto

Il Consiglio dei Ministri ha approvato l’operazione militare in Niger: basta il via libera del Parlamento perché 470 soldati partano per il cuore del Sahel, impegnati in una missione “ a difesa del nostro interesse nazionale”. La vera priorità nella regione era evitare il cambio di regime in Libia del 2011 ed impedire analoghe destabilizzazioni in Algeria ed Egitto: rovesciato Gheddafi, l’Italia vaga ormai al traino delle potenze atlantiche. La missione in Niger si inserisce nel più vasto progetto franco-angloamericano di incendiare il Magreb, per mantenerlo in una perenne condizione di subalternità: schierandosi a fianco della Francia e dell’Arabia Saudita, contro l’Algeria, Roma getta alle ortiche la sua storica politica estera.

E finimmo a presidiare il forte di Madama (costruito in funzione anti-italiana)…

C’era una volta un’Italia in forte crescita economica, dinamica ed intraprendete, decisa a difendere il proprio interesse nazionale, nonostante la recente sconfitta militare e l’assoggettamento alla sfera d’influenza angloamericana: era l’Italia degli ultimi anni ‘50 e dei primi anni ‘60. Era l’Italia di Enrico Mattei. Se i francesi e gli inglesi lottavano per mantenere i propri domini coloniali, gli italiani agivano in senso posto, sostenendo ovunque i movimenti d’indipendenza di matrice laico-nazionalista: Gamal Nasser in Egitto, Abdelaziz Bouteflika in Algeria, di lì a poco, Muammar Gheddafi in Libia. Era una strategia vincente: il peso italiano nel Mediterraneo aumentava e, in parallelo, diminuiva quello dei francesi e degli inglesi, obbligando quest’ultimi a giocare la carta del terrorismo islamico per riguadagnare terreno (si veda la repressione di Nasser e Gheddafi contro la Fratellanza Mussulmana e la sanguinosa guerra civile algerina del 1991-2002).

Sono trascorsi 60 anni e l’Italia è ripiegata su stessa, nel pieno della peggior depressione economica mai sperimentata dal 1861, vittima di una crisi demografica e politica senza precedenti: nel prossimo biennio, persino l’integrità del Paese potrebbe essere messa in forse. Le potenze contro cui combatteva Enrico Mattei (Francia, GB, USA, cui va aggiunta ora anche la Germania), hanno stretto attorno al Paeseun micidiale cappio (l’euro e l’austerità) che ha privato il Paese di qualsiasi margine di manovra: servendosi delle forze politiche prone agli interessi stranieri (il PCI-PD e, qualora riuscisse l’operazione per portarlo al governo, il Movimento 5 Stelle), l’Italia è stata saccheggiata, svuotata, annichilita. Basta ormai poco per spingerla al default, terminando così “il sacco di Roma” iniziato nel lontano 1992-1993. In questo quadro, non soltanto la difesa dell’interesse nazionale è diventata una chimera, ma l’Italia è costretta addirittura ad agire contro le proprie prerogative: ne sono una testimonianza la partecipazione al cambio di regime del 2011 in Libia e, cronaca di questi giorni, la decisione di inviareun contingente militare in Niger.

Il 28 dicembre il Consiglio dei Ministri ha approvato per decreto la missione militare e, sciolte le Camere, occorre più soltanto l’approvazione del Parlamento in regime di prorogatio perché abbia inizio l’effettivo dispiegamento delle truppe: 470 soldati che, basati nella capitale Niamey, dovrebbero estendere il loro raggio d’azione sin nel nord del Niger, raggiungendo Madama, vecchio avamposto francese al confine della Libia (costruito in funzione anti-italiana negli anni ’30!). La missione, afferma il premier Gentiloni ed insiste la stampa, è nell’interesse nazionale: aggregandosi alla operazione “Barkhane” a guida francese, l’Italia contribuirebbe alla lotta dei trafficanti d’essere umani ed al terrorismo islamico, riducendo così la pressione migratoria sulle nostre coste (sorge spontaneo l’interrogativo del perché l’Italia sia stata allora investita da ondate migratorie record, dopo l’inizio delle operazioni franco-angloamericane nella regione che risalgono al 2013).

In realtà, la missione in Niger è agli antipodi del nostro interesse nazionale ed è l’ennesima prova che l’Italia procede ormai al traino delle altre potenze, anche a costo di auto-infliggersi pesanti danni: per spigarne i motivi, bisogna inquadrare l’attivismo francese e angloamericano nel Magreb in una più ampia cornice geopolitica.

La presa “occidentale” sull’Africa e sul Medio Oriente si sta allentando, complice la crisi economica che, esplosa con la bancarotta di Lehman Brothers, non si è mai estinta, come testimoniano i tassi delle banche centrali tuttora schiacciati sullo zero. Il vuoto lasciato dagli Stati Uniti e dai loro alleati è però sistematicamente colmato dalle potenze emergenti: la Russia in Medio Oriente e la Cina in Africa. Per evitare che ad una “pax angloamericana” subentri una “ pax russa/sinica”, dal 2011 in avanti, Washington ed alleati attuano una spietata politica di destabilizzazione, scatenando l’islam politica ed il terrorismo annesso: seguono il cambio di regime in Libia, le Primavere Arabe in Tunisia ed Egitto, il tentativo di destabilizzare l’Algeria, il sostegno all’insurrezione in Siria, la creazione dell’ISIS e l’appoggio, neppure troppo velato, per la nascita di un Califfato islamico tra Siria ed Iraq.

Nel Magreb, più periferico rispetto al Levante e perciò più trascurato dai media, si segue lo stesso copione: si introduce il terrorismo islamico, si destabilizza l’intera regione e si lanciano operazioni militari che, progettate sulla carta per ristabilire “l’ordine e la sicurezza”, servono in realtà a mantenere i Paesi interessati in una condizione di perenne subalternità, rallentando così l’avanza russa/cinese (in Niger, quarto produttore mondiale di uranio, è attiva dal 2010 la China National Nuclear Corp1).

Mentre infatti i Paesi arabi che affacciano sul Mediterraneo sono sconquassati dalle Primavere Arabesupervisionate dalla CIA, la situazione precipita anche nella regione sahariana: la distruzione per mano degli integralisti islamici di alcuni mausolei di Timbuctu2, città patrimonio dell’UNESCO, segna nell’estate 2012 il salto di qualità nella destabilizzazione della regione, latente sin dal 2007 (ultimo anno, infatti, in cui si è corsa la Parigi-Dakar). Il Mali precipita nella guerra, “obbligando” i francesi e gli americani (che sempre nel 2007 hanno creato l’AFRICOM per contenere l’espansione cinese nel Continente Nero) ad intervenire militarmente.

Nel gennaio del 2013, quasi in contemporanea all’assalto all’impianto metanifero di Amenas con cui si cerca per l’ennesima volta di destabilizzare l’Algeria, parte quindi l’operazione “Serval”4.000 soldati francesi sono dispiegati in Mali, con il supporto di Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania (l’Italia, rimasta “bruciata” dal cambio di regime in Libia, evita in questa fase qualsiasi coinvolgimento).

All’operazione Serval, conclusa con la riconquista delle maggiori città, subentra nel 2014 l’operazione Barkhane che, prefiggendosi come obiettivo la lotta all’insurrezione islamista, consente ai francesi (appoggiati dagli angloamericani) di mantenere una presenza militare sine die nel cuore del Magreb. L’uscita di François Hollande e l’ingresso all’Eliseo di Emmanuel Macron non muta la strategia francese. Le ristrettezze di bilancio obbligano, però, il neo-presidente francese a chiedere un maggior contribuito agli alleati nella lotta “contro il terrorismo”: Macron organizza quindi a Parigi, il 13 dicembre 2017, un vertice dei cosiddetti “G5 del Sahel” (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger), cui partecipa anche la cancelliera tedesca Angela Merkel e diversi “sponsor” arabi (Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si impegnano, rispettivamente, a versare 100 e 30 $mln3).

Al vertice dei “G5 del Sahel” partecipa, ribaltando la strategia seguita sino a quel momento, pure il premier Paolo Gentiloni. Proprio in quella sede è presa la decisione, anticipata subito da La Repubblica4e ufficializzata soltanto ieri, di inviare un contingente militare in Niger. Lo scambio, o meglio sarebbe dire il “ricatto”, con cui il nostro Paese è indotto a schierarsi per fianco della Francia, è facilmente immaginabile: Roma sostiene l’operazione militare nel Magreb di Parigi e quest’ultima si impegna (a parole) a tutelare gli interessi italiani in Libia, dove la Francia, appoggiando il generale Khalifa Haftar, è ormai in posizione di forza.

Per l’Italia la decisione è un vero azzardo.

Non soltanto si sottopongono le nostre truppe a considerevoli rischi (si veda l’uccisione, risalente allo scorso ottobre, di quattro soldati americani in Niger, caduti in un’imboscata delle milizie islamiste5), ma soprattutto si ribalta di 180 gradi la strategia storicamente adottata dall’Italia nella regione,coinvolgendo il nostro Paese e pieno titolo nella strategia di destabilizzazione/militarizzazione del Magreb, portata avanti dalle potenze atlantiche. Lo dice espressamente Jean-Pierre Darnis, ricercatore presso l’Istituto Affari Internazionali (il pensatoio creato nel 1965 da Altiero Spinelli)6:

“La missione in Niger può saldare l’interesse nazionale, essenzialmente rivolto alla Libia, e la visione francese, tedesca e americana di stabilizzazione dell’intera zona saheliana, legando lotta al terrorismo, stabilità delle frontiere, contrasto all’emigrazione clandestina e sviluppo locale”.

È sufficiente sostituire il termine “stabilizzazione” con “destabilizzazione” per afferrare in quale contesto si inserisce il nostro intervento militare. Ne è consapevole anche l’Algeria, storica alleata dell’Italia sin dalla guerra d’indipendenza contro i francesi, che, in occasione del summit parigino dei G5 del Sahel, ha nuovamente espresso la sua ostilità contro le manovra atlantiche ai suoi confini, considerate più una minaccia che una garanzia alla propria sicurezza. È un bene, si chiedono le forze armate di Algeri7, che angloamericani, francesi e sauditi ammassino truppe ai nostri confini? Che fanno, nel deserto sahariano, le stesse potenze che hanno creato, per poi “combattere”, lo Stato Islamico?

La destabilizzazione del Nord Africa procede senza sosta e all’appello mancano ancora due pesi massimi come l’Algeria e l’Egitto: aggregandosi alle manovre militari atlantiche nella regione, l’Italia dà incredibilmente il proprio contributo alla sovversione della regione, gettando alle ortiche la politica di Enrico Mattei, basata sull’astensione da qualsiasi intervento militare e sul sostegno alle forze arabe laico-nazionaliste, contro le potenze atlantiche.

Poveri noi, persa la bussola, siamo finiti nel cuore del deserto del Sahel, a presidiare il fortino di Madama, costruito dai francesi negli anni ’30 in funzione anti-italiana!

1 Comment

  1. L’Italia ha bisogno di andare in Niger! Vuole farsi bella e portare in pericolo molti soldati,non sono d’accordo…Con tutti i problemi che abbiamo a casa nostra, questa non ci voleva!!!

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