Psicopolitica

dal blog  Pensieri lib(e)ri

Viviamo una fase storica particolare, in cui la stessa libertà genera costrizioni. La libertà di ‘potere’ (Können) produce persino più vincoli del ‘dovere’ (Sollen) disciplinare, che esprime obblighi e divieti.”

psicopolitica-d495.jpgIl Neoliberismo è l’argomento attorno al quale il filosofo Byung-Chul Han, in questo testo breve ma denso di contenuti, sviluppa diversi temi mettendo in luce le criticità del sistema sociale e politico attuale. Se nel precedente saggio Nello sciame. Visioni del digitale si è soffermato sui cambiamenti che le tecnologie digitali portano nel nostro modo di vivere e di pensare, in Psicopolitica affronta le conseguenze che questi medium hanno sul piano politico. Attraverso l’analisi di alcune parole e la loro evoluzione nella storia moderna si arriva a comprendere come la tecnologia digitale contribuisca a potenziare meccanismi di controllo psichico che si basano sulla nostra volontaria adesione.

 

Libertà

Sul concetto di libertà e i suoi cambiamenti nelle diverse fasi della storia moderna Han inizia la sua analisi, per arrivare al rapporto che esiste attualmente tra il neoliberismo e la libertà.
Se per Marx la libertà è un rapporto soddisfacente con l’altro e si diventa liberi quando ci si realizza insieme (libertà intesa, quindi, come comunità felice e non come individualità) nel senso del capitale, invece, la libertà è intesa come libertà individuale, in ‘libera concorrenza’ (peccato che l’effetto non sia altro che alimentare il capitale e rendere la libertà individuale una schiavitù).
Arriviamo al neoliberismo attuale per comprendere quanto sia diventato più ambiguo il concetto di libertà, perché si basa su un IO che si vuole liberato da obblighi e costrizioni esterne ma che in realtà è invece sottomesso a obblighi e costrizioni interiori, autoimposte, meno visibili; un tipo di libertà che diventa una forma di autosfruttamento perché viene attribuita al soggetto (soggetto nel significato letterale: essere sottomesso) la funzione di imprenditore di se stesso.
Questo sistema di autorappresentatività e autosfruttamento porta al superamento delle classi ma anche all’isolamento, con l’effetto di impedire la costruzione di un NOI politico.
Il sistema neoliberale non si basa più, infatti, su un sistema di classi, non vale più la distinzione tra proletariato e borghesia in quanto le forme di produzione sono diventate immateriali, post-industriali e ogni lavoratore è imprenditore di se stesso con conseguenze da non sottovalutare:
Nella società della prestazione neoliberale chi fallisce, invece di mettere in dubbio la società o il sistema, ritiene se stesso responsabile e si vergogna del fallimento. In ciò consiste la speciale intelligenza del regime neoliberale: non lascia emergere alcuna resistenza al sistema.”
L’effetto non è solo politico e sociale ma anche individuale e soggettivo perché l’aggressività non può essere rivolta verso uno sfruttatore, ma “si rivolge, invece, contro noi stessi: quest’aggressività indirizzata contro se stessi non rende gli sfruttati dei rivoluzionari, bensì dei soggetti repressi”.

Libertà, trasparenza, conformità nell’era digitale

L’avvento del digitale ha introdotto nuove parole come trasparenza e conformità, cambiando ulteriormente il concetto di libertà e trasformando la politica.
All’inizio dell’era digitale la libertà è stata considerata illimitata; il primo slogan di Microsoft è stato ‘Where do you want to go today?’. Poi questa libertà sconfinata si è rivelata un’illusione perché si è rovesciata ben presto nel controllo e nella sorveglianza in quanto volontariamente le persone immettono in rete una marea di dati personali di cui la società digitale fa un uso massiccio trasformando la libertà di autoesposizione in controllo.

Uno dei concetti chiave evocati in nome della libertà di informazione è quello di trasparenza che, in realtà, è un “dispositivo neoliberale” e porta a considerare tutto ciò che è segreto e interiore come un ostacolo alla comunicazione illimitata:
Chiusura, riservatezza e interiorità impediscono la comunicazione”.
Conseguenza del dispositivo della trasparenza è la conformità: la connessione e la comunicazione sono livellanti e le anomalie non considerabili o da reprimere.

L’effetto sulla politica di quesi due dispositivi è dirompente.
La trasparenza, che oggi si esige dai politici, è tutt’altro che una pretesa politica. Non si rivendica la trasparenza politica nei processi decisionali, ai quali nessun consumatore s’interessa. L’imperativo della trasparenza serve soprattutto a mettere a nudo i politici, a smascherarli o a suscitare scandalo. La richiesta di trasparenza presuppone uno spettatore che si scandalizza: non è la richiesta di un cittadino impegnato, ma di uno spettatore passivo. La partecipazione avviene come reclamo e lamentela: la società della trasparenza, popolata da spettatori e consumatori, dà vita a una democrazia di spettatori.”
Oggi l’elettore, il cittadino, è per effetto del neoliberismo un consumatore passivo anche in politica. Non è capace o non vuole un impegno attivo nella comunità
reagisce solo passivamente alla politica, criticando, lamentandosi, proprio come fa il consumatore di fronte a prodotto o a servizi che non gli piacciono.”
E i politici e i partiti sono influenzati da questa logica del consumismo e la seguono diventando fornitori
si presentano essi stessi come fornitori, che devono soddisfare gli elettori intesi come consumatori o clienti.”

È sempre una questione di POTERE…

…ma il Potere, nella società neoliberale, assume una forma diversa dal passato.

Il Potere ha diversi modi di manifestarsi:
la forma più semplice e diretta è quella della violenza e della negazione della libertà;
ma la forma di potere più grande è quella che agisce silenziosamente, senza clamori.
La prima è la forma negativa del potere, che si serve di violenza e repressione: è il potere disciplinare;
la seconda è la forma assente del potere neoliberista, duttile, intelligente e non visibile, in cui il soggetto sottomesso non è cosciente della sua sottomissione: è un potere che invece di rendere docili le persone le rende dipendenti
Seduce, invece di proibire… Il potere intelligente si plasma sulla psiche, invece di disciplinarla o di sottoporla a obblighi o divieti.”

È vero che oggi non abbiamo obbligo ma… neppure libera scelta che
viene annullata in favore di una libera selezione tra le offerte…
Il like è il suo segno…
Al capitalismo del like è da ricondurre la seguente avvertenza: Protect me from what I want. (Jenny Holsen)”.

Il potere si realizza diversamente nella società disciplinare e nella società neoliberale perché gli ambiti sono diversi.
Gli ambiti della società disciplinare “sono rappresentati dalla famiglia, scuola, prigione, caserma, ospizio, fabbrica”, ossia ci si muove in un sistema chiuso e l’animale simbolo di questo sistema è la Talpa.
La Talpa è il lavoratore che si sottomette a restrizioni spaziali. È un soggetto sottomesso. Ha ridotte possibilità di movimento e impone confini alla produttività.
Nella società neoliberale gli spazi sono invece aperti e l’animale simbolo è il Serpente.
Il Serpente rappresenta l’imprenditore, si fa spazio con il solo movimento. È un progetto e annulla il limite produttivo, realizza una maggiore produttività.

Il regime disciplinare, secondo Deleuze, si organizza come un corpo: è un regime biopolitico.
Il regime neoliberale si comporta come un’anima: è psicopolitica.
Motivazione, progetto, emulazione, ottimizzazione e iniziativa appartengono alla tecnica psicopolitica di dominio messa in atto dal regime liberale”.

Biopolitica e Psicopolitica

Per comprendere il passaggio dal regime biopolitico a quello psicopolitico Han fa riferimento alle teorie di alcuni pensatori del Novecento. Il primo, e principale, tra questi è Michel Foucault.

Foucault scrive che, a partire dal XVII sec., il potere passa da potere di morte, in mano a un sovrano, a potere disciplinare, che non ha più la funzione di uccidere ma di perpetuare la vita. Il passaggio è dovuto al cambiamento delle forme di produzione, dall’agricoltura all’industria.
Il potere disciplinare ‘norma’ il corpo nella coercizione di abitudini automatiche; il corpo diventa cioè una macchina produttiva:
Il potere disciplinare è un potere normativo che sottopone il soggetto a un insieme di regole, obblighi e divieti, che elimina aberrazioni e anomalie”. 
La ‘popolazione’ diventa massa produttiva, da disciplinare e governare. La tecnica di governo della società disciplinare è la biopolitica che si basa sul metodo delle statistiche demografiche:
procreazione, tasso di natalità e mortalità, stato di salute, durata della vita sono oggetto di controlli regolativi”.

Il neoliberismo, invece, scopre la Psiche come fosse produttiva:
“oggi il corpo è congedato dal processo di produzione diretta e diventa oggetto di ottimizzazione estetica o tecnico-sanitaria”.
Per avere accesso alla psiche usa metodi psicografici, i big data, dai quali si può ricavare lo psicogramma individuale, quello collettivo e anche lo psicogramma dell’inconscio.
Oggi lo psicopotere usa le psicotecnologie, tra le quali ‘l’industria telematica’,
“tale industria ci consentirebbe una forma di consumo dettata dall’istinto e porterebbe alla regressione delle masse”.

La violenza della positività

Quando l’oggetto di sfruttamento diventa la psiche dell’uomo necessitano forme raffinate per ricavarne i massimi vantaggi come la tensione verso l’ottimizzazione e la positività, in un lavoro infinito sull’IO e sul suo miglioramento. Siamo cioè spinti a comunicare e a consumare, secondo un principio di positività, per cui i bisogni non sono repressi ma stimolati.
Solo che questa seduzione dell’anima porta al collasso mentale perché lo sfruttamento della psiche ha come effetto l’aumento di patologie psichiche e di barnout. In questo tendere alla positività, rincorrendo i like e gli stimoli positivi, viene negato il dolore, esclusa la negatività, elementi costitutivi dell’esperienza che rendono umana la vita
La violenza della positività è distruttiva quanto la violenza della negatività”.

Il panottico digitale

Non ci troviamo quindi più di fronte al panottico benthamiano (il carcere ideale progettato da Bentham e teorizzato da Foucalut) ma al panottico digitale (internet, smartphone, google), dominato dall’illusione di libertà, da una comunicazione illimitata.
La verità è sostituita dalla trasparenza e dall’informazione.
L’obiettivo non è controllare il passato ma orientare il futuro (in senso psicopolitico) e i due seguenti riferimenti lo esemplificano.
Se in 1984 di Orwell troviamo l’annientamento delle parole come forma di controllo del pensiero, nel panottico digitale, all’opposto, abbiamo un incremento di parole. Per Orwell lo stato di sorveglianza si serve di condizionamenti, minacce, lavaggi del cervello e tende a un controllo limitando parole e beni di consumo.
Lo spot di Apple trasmesso nel 1984 intende mostrare la fine dello stato di sorveglianza: una donna corre inseguita dalla polizia del pensiero e lancia un martello contro lo schermo del Grande Fratello, distruggendolo. Mostra la tecnica del potere neoliberale che non è proibitiva o repressiva ma permissiva e prospettica. Nel panottico digitale nessuno si sente sorvegliato o minacciato, ma si denuda volontariamente
“La comunicazione coincide interamente col controllo. Ognuno è il panottico di se stesso”.

Il capitalismo dell’emozione

Questo sistema si basa sull’emozione. Ma per comprendere come avvenga lo sfruttamento della psiche è necessario distinguere i significati confusi che oggi attribuiamo a diverse parole.

  • Innanzitutto la confusione concettuale tra sentimento ed emozione:

Il sentimento è una narrazione e ha una durata.
L’emozione non è narrabile, non apre spazi.

Il sentimento è constatativo: “sento che…”
L’emozione è preformativa: si riferisce alle azioni

Il sentimento ha una temporalità che prevede una durata.
Le emozioni sono fugaci, rapide, limitate al momento, non durano.

Le emozioni possono essere sfruttate proprio per le loro qualità.
Il sentimento non può essere sfruttato.

Per tutte queste caratteristiche la comunicazione digitale si basa sull’emozione e sulla scarica immediata dell’affetto, è un “rumoroso teatro dell’affetto” e tipiche di questo teatro digitale sono le “shitstorm”, tempeste affettive che imperversano nei social.

  • Poi la distinzione tra razionalità ed emozione:

La società disciplinare si basa sulla razionalità, mentre nella società neoliberale subentra l’emotività, dove il sentimento di libertà è inteso come libero sviluppo della persona e significa dare libero sfogo alle emozioni.

La razionalità è oggettiva, universale, persistente.
L’emotività è soggettiva, situazionale, volatile.

La razionalità ha lunga durata, costanza e regolarità, nessi stabili; è più lenta dell’emozione.
L’emotività emerge nel cambiamento degli stati, nelle modificazioni delle percezioni.

L’economia neoliberale introduce cambiamenti, instabilità, trasformazioni e usa l’accelerazione della comunicazione per arrivare a una “dittatura dell’emozione”. Possiamo comprendere la potenza di uso delle emozioni se consideriamo che sono governate dal sistema limbico, dove si trovano anche gli istinti. È un livello pre-riflessivo e semi-cosciente. La psicopolitica neoliberale facendo leva sulle emozioni influenza quindi le azioni proprio sul piano pre-riflessivo, primario, non controllabile dalla persona. È un efficace modo di controllare gli individui senza bisogno di oppressione e catene.

“I Big data annunciano la fine della persona e della volontà libera”

E arriviamo ai Big data, questa enorme massa di dati che permettono una forma di controllo superiore perché, rispetto al panottico benthamiano, la ‘prospettiva digitale’ non ha angoli ciechi ed è in grado di scrutare sin dentro la psiche. Una nuova fede li accompagna: il Dataismo, un secondo illuminismo.
Il primo illuminismo prestava fede nella statistica, la riteneva un “sapere oggettivo, fondato su cifre, condotto su base numerica”. Il medium era la ragione.
Il secondo illuminismo, quello nella nostra epoca, ha come parola chiave la trasparenza: tutto deve diventare dato e informazione. È un totalitarismo dei dati e i big data guidano il sapere e lo liberano dall’intuizione.
“La fede nella misurabilità e nella quantificabilità della vita domina l’epoca digitale nel suo complesso”.
Si registrano dati, che però non rispondono alla domanda: Chi sono? Il limite del Dataismo è infatti la rinuncia al senso, perché dati e cifre sono additivi e non narrativi e il senso si fonda sulla narrazione. Il Sé viene scomposto in dati che non sono narrabili senza il senso.
“Per quanto sterminati possano essere, da dati e numeri non si ricava alcuna conoscenza di sé. I numeri non raccontano nulla del Sé. Contare non è raccontare; il Sé, infatti, deriva da un racconto. Non il contare, ma il raccontare conduce alla scoperta o alla conoscenza di sé”.

“I big data rendono leggibili, forse, i nostri desideri, dei quali noi stessi non siamo espressamente coscienti” perché in prossimità dell’ES freudiano, quella parte di noi che si sottrae all’IO cosciente. Hanno accesso all’inconscio, ai desideri e alle inclinazioni, prima che ne diventiamo coscienti. Si innestano in profondità nella psiche e sono capaci di sfruttarla.
data mining (l’insieme di tecniche e metodologie che hanno per oggetto l’estrazione di una informazione o di una conoscenza a partire da grandi quantità di dati – attraverso metodi automatici o semiautomatici – e l’utilizzo scientifico, industriale o operativo di questa informazione, da Wikipedia) ingrandiscono le azioni umane e rivelano delle micro-azioni che si sottraggono alla coscienza.
I big data possono promuovere modelli collettivi di comportamento e diventa così accessibile l’inconscio collettivo. Che si può chiamare anche inconscio digitale.
“La psicopolitica digitale sarebbe dunque in grado di impadronirsi del comportamento delle masse su un piano che si sottrae alla coscienza”.

I big data sono innanzitutto un grande affare perché i dati personali sono oggetto di commercio e di guadagno. Sul piano economico viene sfruttato tutto il sapere sugli uomini, che vengono trattati e monetizzati
“L’azienda statunitense di analisi dei big data Acxiom commercializza i dati personali di circa trecento milioni di cittadini statunitensi – dunque, di quasi tutti i cittadini. In questo modo, Acxiom sa più cose sui cittadini statunitensi di quante non ne sappia l’FBI: nel suo catalogo, i cittadini sono offerti come merce. Per qualsiasi bisogno c’è qualcosa da comprare: le persone con un basso coefficiente economico sono indicate con il termine waste, ‘spazzatura’. I consumatori con un elevato valore di mercato si trovano nel gruppo shooting star: tra i 36 e i 45 anni sono dinamici, si svegliano presto per andare a correre, non hanno figli pur essendo sposati, fanno volentieri viaggi e guardano Seinfeld”.

E quindi i big data catalogano, informano e creano una società digitale di classi dove gli uomini vengono identificati per il loro valore di consumatori (i dati vengono usati da banche e assicurazione per dare o negare prestiti, ad esempio).

Anche sul piano politico i big data sono un grande affare: “Nelle campagne elettorali statunitensi, big data e data-mining, si dimostrano nei fatti l’uovo di Colombo. I candidati dispongono di uno sguardo a 360^ sugli elettori: da fonti diverse vengono raccolte, anzi comprate, immense masse di dati, poi connesse tra loro in modo da produrre dei profili estremamente precisi degli elettori. Si ricorre al micro-targeting per rivolgersi ai votanti in modo mirato, con messaggi personalizzati, per influenzarli. Il micro-targeting come prassi della microfisica del potere è una psicopolitica basata sui dati…”.

E poi la memoria, diversa da quella imperfetta dell’uomo. I big data non dimenticano nulla e questo rende più efficace il sistema di controllo digitale, caratterizzato da una registrazione che imprigiona in una memoria totale.
“Oggi, ogni nostro clic, ogni parametro di ricerca che immettiamo viene salvato. Ogni passo nella rete è osservato e registrato. La nostra vita si riflette completamente nella rete digitale. Le nostre abitudini digitali offrono una copia esatta della nostra persona, del nostro animo, forse persino più precisa o completa dell’immagine che anche noi ci facciamo di noi stessi”.

Riconsiderare il valore del silenzio e del vuoto

A fronte di questa visione così totalizzante (e direi spaventosa) di controllo e dipendenza Han cerca, alla fine, di trovare spiragli dai quali sfuggire. Li trova nella filosofia e in alcuni pensatori in particolare.

Il primo è Nietzsche che, nel XVIII sec., ha rigettato la statistica in quanto scienza che considera gli uomini solo come espressione della massa, senza valorizzare nessuna differenza e individualità. La critica di Nietzsche si può estendere agli elementi tipici della società odierna, trasparenza e dovere di informazione che uniformano eliminando l’anomalia
“I big data rendono visibili soprattutto i modelli di comportamento collettivo” e calcolano i valori medi, ma non l’unicità, e quindi sono “ciechi agli eventi”.
“La storia, il futuro umano non sono determinati dalla probabilità statistica, ma dall’improbabile, dal singolare, dall’evento. Così i big data sono anche ciechi verso il futuro”.

Come disarmare la psicopolitica? Come non assoggettarsi al controllo psicologico?
L’arte di vivere deve assumere la forma della de-psicologizzazione e questo si può fare solo creando il vuoto, scrive Han. E riprende quanto ha affermato Deleuze nel corso su Spinoza nel 1980:
“Letteralmente, potrei dire: fanno gli idioti. Fare l’idiota. Fare l’idiota è sempre stata una funzione della filosofia”.
L’essere idiota è la storia della filosofia:
Socrate sa di non sapere;
Descartes pone tutto in dubbio: “Cogito ergo sum”.
L’idiota è il non connesso, il non informato. La tendenza alla conformità data dalla società digitale fa scomparire la figura dell’outsider e dell’eretico, la cui forma moderna è quella dell’idiota.
Eresia in origine significa scelta e l’eretico è il moderno outsider che devia dal conformismo; una figura di resistenza contro il consenso
“Oggi, a fronte della crescente coercizione alla conformità, è più urgente che mai affinare la coscienza eretica”.
Deleuze, nel 1995, annunciava la ‘politica del silenzio’ contro la psicopolitica neoliberale di una comunicazione e condivisione totali:
“Il problema non è più quello di fare in modo che la gente si esprima, ma di procurare loro gli interstizi di solitudine e di silenzio a partire dai quali avranno finalmente qualcosa da dire. Le forze della repressione non impediscono alla gente di esprimersi, al contrario la costringono ad esprimersi. Dolcezza di non aver nulla da dire, diritto di non aver nulla da dire: è questa la condizione perché si formi qualcosa di raro o di rarefatto che meriti, per poco che sia, di essere detto” (Gilles Deleuze, Gli intercessori).

Oggi non c’è scelta libera ma solo una selezione tra le scelte rese disponibili dal sistema e si può scegliere unicamente tra le opzioni offerte.
Solo il vuoto non si lascia psicologizzare né soggettivizzare.

Byung-Chul Han
Psicopolitica
figure nottetempo, 2016

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