il debito e` pubblico? il commercio del tempo

cor-pus 15 blog

Postato il 3 aprile 2018 di bortocal15
Eurostat, l’Ufficio Statistico dell’Unione Europea, corregge il governo italiano e l’ISTAT sul debito pubblico italiano e lo riporta per quest’anno al 132,1% del PIL (Gentiloni aveva dichiarato di averlo riportato al 131,5%) e ad un totale di 2.266 miliardi di euro, anziche` i 2.256 miliardi dichiarati da noi.
erano semplicemente stati dimenticati 10 miliardi netti spesi, senza nessun clamore mediatico sul debito, per il salvataggio delle banche popolari venete.
ora, se il cosiddetto debito pubblico o statale ha raggiunto per l’Italia la cifra stratosferica di 2.266 miliardi di euro, su questa cifra noi, stato e cittadini italiani, abbiamo pagato dal 1981, cioe` negli ultimi quarant’anni, 3.500 miliardi di euro di interessi, di cui si calcola circa 1.000 miliardi sono finiti all’estero.
quindi e` abbastanza evidente che il debito, considerato in se stesso, e` gia` stato ampiamente ripagato e che continua a sussistere semplicemente perche` noi consideriamo ovvio e naturale continuare a pagarci gli interessi, anche se lo abbiamo invece gia` restituito.
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immaginatevi che qualcuno vi abbia convinto a indebitarvi con lui: magari non occorre neppure guardare troppo lontano, potrebbe essere semplicemente la vostra banca che vi ha rifilato una carta di credito con la quale potete spendere anche senza copertura.
naturalmente, ma rifletteremo fra un attimo su questo naturalmente, voi su questo debito dovete pagare gli interessi, e puo` anche succedere che questo debito cresca negli anni al punto tale e duri da cosi` tanto tempo che la massa degli interessi che avete pagato negli anni ha superato oramai da un bel pezzo quel che avete ricevuto in prestito, eppure il vostro debito e` intatto, anzi continua a crescere di anno in anno.
gia`, perche` voi ogni anno pagate effettivamente gli interessi, ma poi avete bisogno di nuovi prestiti per fare fronte alle spese vive del vostro bilancio familiare…
e` esattamente la situazione del nostro cosiddetto debito pubblico o meglio statale.
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ora che un debito debba produrre interesse, cioe` crescere per il solo fatto di esistere, e` una cosa che le religioni hanno concordemente considerato aberrante, diabolica e peccaminosa, e una in particolare continua a considerarlo tale.
anche dimenticando la religione ebraica, che nel passato imponeva addirittura la cancellazione periodica dei debiti ogni cinquant’anni, che dice la religione islamica?
275. Coloro invece che si nutrono di usura resusciteranno come chi sia stato toccato da Satana. E questo perché dicono: “Il commercio è come la usura!”. Ma Allah ha permesso il commercio e ha proibito l’usura.
Chi desiste dopo che gli è giunto il monito del suo Signore, tenga per sé quello che ha e il suo caso dipende da Allah. Quanto a chi persiste, ecco i compagni del Fuoco. Vi rimarranno in perpetuo.
276. Allah vanifica l’usura e fa decuplicare l’elemosina. Allah non ama nessun ingrato peccatore. (…)
278. O voi che credete, temete Allah e rinunciate ai profitti dell’usura se siete credenti.
279. Se non lo farete vi è dichiarata guerra da parte di Allah e del Suo Messaggero; se vi pentirete, conserverete il vostro patrimonio.
Non fate torto e non subirete torto.
280. Chi è nelle difficoltà, abbia una dilazione fino a che si risollevi. Ma è meglio per voi se rimetterete il debito, se solo lo sapeste!
(Corano, Sura n. 2, La giovenca)
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lo stesso assoluto divieto vigeva nella religione cristiana fin verso la fine del Medioevo: noi oggi intendiamo con usura la richiesta di interessi esosi, ma il termine allora indicava semplicemente la richiesta di interessi.
tuttora nelle scuole superiori si legge (senza rifletterci) il canto XVII dell’Inferno di Dante, dove sono descritti i supplizi a cui sono sottoposti, secondo lui, nell’aldila` gli usurai per avere violato il comandamento divino che impone di guadagnarsi il pane col sudore della fronte, cioe` col lavoro: essi sono colpevoli contro l’arte (cioe` contro il lavoro, come veniva allora chiamato), che e` figlio della natura, che e` figlia di dio: per questo Dante accomuna gli usurai ai sodomiti, e li considera entrambi peccatori contro natura: i primi direttamente, i secondi indirettamente.
il fondamento di questo rifiuto stava non soltanto nei precetti della Bibbia, ma anche nella filosofia di Aristotele, secondo il quale il denaro e` un semplice strumento della compravendita, e di per se` ‘sterile’ e incapace di fruttare.
Egidio di Lessines, vissuto una generazione prima di Dante, aveva scritto il De usuris, in cui sosteneva che questa fosse un peccato di ‘malizia’, da considerare molto più grave della sodomia.
Remigio de Girolami, frate domenicano nato una ventina d’anni prima di Dante e vissuto a Firenze, lo influenzo` certamente anche direttamente, dato che probabilmente segui` le sue lezioni: nel cap. 36 del suo De peccato usurae parla di chi presta ad interesse come di coloro che ebbero in vita il pugno chiuso e sono condannati a essere percossi dal pugno serrato di Mammona: e` evidente la consonanza con l’immagine che usa Dante per gli avari nel canto VII dell’Inferno:
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso
(VII, 56-57)
ma naturalmente il principale punto di riferimento rimane Tommaso d’Aquino, che nella Summa Theologica II-II, q. 78, aa. 1-4 la considera peccato contro la giustizia commutativa:
L’interesse per il denaro prestato o usura è per se stesso un’ingiustizia: poiché si vende una cosa inesistente […]. Infatti, per le cose il cui uso coincide col loro totale consumo […], non si deve computare l’uso come distinto dalle cose stesse. Per queste cose il prestito equivale ad un passaggio di proprietà. Quindi se si volesse vendere il vino separatamente dal suo uso, si venderebbe due volte la stesa cosa o ciò che non esiste.
insomma l’interesse sul prestito rappresenta sostanzialmente la vendita di qualcosa che non appartiene al creditore, cioe` il tempo.
il creditore cede al debitore il tempo incorporato nel suo denaro e ne pretende in cambio il tempo incorporato nella sua vita lavorativa.
usura, interesse: commercio del tempo.
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del resto l’opposizione degli apparati ecclesiastici servi` a poco: il nome con cui venivano chiamati nel Trecento in Europa gli usurai, cioe` i prestatori ad interessi, era lombardi.
e basta ricordare la prima novella del Decameron per ritrovarci davanti al tipo umano dell’agente di un usuraio italiano, ser Cepperello, per giunta sodomita, mandato in Francia da Musciatto Franzesi, da ricchissimo e gran mercatante in Francia cavalier divenuto (…) a riscuoter suoi crediti fatti a più borgognoni..
questo, riparandosi in casa di due fratelli fiorentini, li quali quivi ad usura prestavano, ridotto in punto di mmorte da una malattia, beffardamente finge di convertirsi in punto di morte e viene venerato come santo.

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nella moderna economia, cioe` nel pensiero economico che ha introiettato come assolutamente ovvio che gli umani siano padroni del tempo, il debito, cioe` l’interesse sul debito, e` diventato lo strumento principale della realizzazione del profitto, cioe` del ciclo del capitale.
questa centralita` del debito nel meccanismo di riproduzione del capitale, se non non sbaglio, non era affatto presente nel pensiero di Marx, che si concentrava sul concetto di plusvalore, cioe` sulla sottrazione all’operaio, da parte del proprietario dei mezzi di produzione, di una parte del suo lavoro, al momento della sua remunerazione.
in realta` qui vi era forse una forzatura: a me pare che Marx non abbia colto a sufficienza, da un lato, che nel profitto del datore di lavoro ci sta una forma di compenso, in se stessa giusta, del suo lavoro di organizzazione della produzione e della vendita delle merci; ma dall’altro lato il datore di lavoro non si limita ad esisgere una ricompensa ragionevole per il suo lavoro di direzione della produzione, ma pretende anche un profitto supplementare.
questo e` anche di tipo usuraio: l’imprenditore viene a configurarsi come colui che presta all’operaio i suoi strumenti di lavoro e su questo prestito esige un interesse di tipo capitalistico, cioe` collegato al valore del capitale impiegato.
il datore di lavoro si comporta, cioe`, esattamente come se avesse fatto all’operaio un prestito in denaro di valore corrispondente agli strumenti di lavoro che li ha usato.
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ma oggi nella circolazione contemporanea del capitale, accanto allo sfruttamento della manodopera sopra descritto e` venuto a crearsi un parallelo sfruttamento del consumatore e la fase successiva del consumo e della distribuzione delle merci e` ancora piu` importante nella formazione del profitto: anzi, e` diventata assolutamente prevalente, dopo Marx.
ed e` in questa fase che viene a crearsi, di nuovo, un rapporto tra il concetto del plusvalore e quello dell’interesse sul credito.
nel primo passaggio della circolazione del capitale il capitalista guadagna comperando la merce dal produttore ad un valore inferiore a quello impiegato da lui per produrla; nel secondo la rivende al consumatore, cioe` di solito ai produttori stessi, ad un valore superiore al suo valore reale, cioe` al suo valore di produzione.
nel primo caso il guadagno del capitale puo` essere descritto come l’appropriazione di una parte del tempo della produzione, nel secondo caso il consumatore puo` essere descritto come colui che cede una quota del proprio tempo di produzione, per come gli e` stato remunerato.
il profitto che nasce dal vendere una merce ad un costo superiore al suo valore reale nasce dall’acquistare, in cambio di quella merce, una quota del tempo salariato del consumatore ad un valore inferiore a quello suo reale.
e questo guadagno puo` essere visto sempre come una forma di uso commerciale del tempo.
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ma se il consumatore viene indotto a cedere, in cambio delle merci che desidera, anche un suo tempo salariato che ancora non possiede e che non ha prestato, anche i profitti aumentano di conseguenza.
indurre i consumatori a cedere un tempo lavoro non ancora prestato in cambio di merci moltiplica i profitti, non solo per la maggiore circolazione delle merci, ma perche` questa anticipazione, che assume la forma di un credito fatto con richiesta dei relativi interessi, produce – oltre alle due forme di profitto gia` descritte – anche una terza forma di profitto sotto forma di interesse sul prestito.
a questo indebitamento progessivo i consumatori possono essere indotti in vario modo, ma il piu` semplice e` quello della riduzione dei loro redditi.
a fronte del valore reale del reddito che diminuisce, se anche i consumi sentiti come necessari rimangono soltanto immutati, il profitto cresce ugualmente sotto forma di interessi sul credito concesso.
in poche parole, sembra che quando una ulteriore espansione dei consumi non sia piu` possibile, allora la via maestra per la realizzazione dei profitti connessa alla vendita di merci e` di venderle a credito e di guadagnare sui relativi tassi di interesse.
a fronte di una domanda stagnante, la via maestra del profitto e` l’indebitamento del cliente.
questo delinea un futuro, ma forse anche un presente, nel quale la via maestra della lotta al capitalismo e` il rifiuto del debito.
ma dove i produttori dovessero rifiutare l’indebitamento ulteriore, con comportamenti molecolarmente diffusi, riman sempre l’ancora di salvataggio per il prestatore ad interesse, per l’usuraio, del cosiddetto debito pubblico, l’ultimo nido difeso dalla forza stessa dello stato, dove si annida la produzione degli interessi.
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non sono sicuro di essere riuscito a spiegare come mai la riduzione dei livelli salariali globali, con la precarizzazione dei rapporti di lavoro, risulta la via piu` semplice per continuare a fare profitti anche con una domanda di merci in declino.
ma a questo punto l’economia capitalistica entra in una spirale auto-distruttiva.
vi e` un punto limite oltre il quale l’indebitamento diventa troppo rischioso per il creditore, e dunque anche i profitti realizzati con una massa di consumatori che si indebitano crollano.
dunque lo sviluppo tecnologico in atto, con la progressiva sostituzione di lavoro umano reale con lavoro totalmente automatizzato e dunque l’espulsione accelerata di forza lavoro dal mercato, delinea un futuro inquietante nel quale il ruolo degli umani, come consumatori, si annulla.
potrebbero gli umani, a questo punto, essere totalmente sostituiti da produttori automatizzati, da vedersi anche come consumatori automatizzati?
non se ne vede il vantaggio, se non come strumento di riproduzione del mercato.
pero` e` difficile pensare ad intelligenze virtuali che si indebitano.
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insomma, la robotizzazione del lavoro assieme al declino demografico prodotto dalla diminuzione dei consumi delinea un futuro nel quale la massa dei consumatori risultera` drasticamente ridotta.
e non sono soltanto le illazioni di un blogger fantasioso:
Karen Harris, managing director di Bain & Company (nota azienda di consulenza statunitense), ha presentato nei giorni scorsi alla Strategic Investment Conference a San Diego, California un analisi delle tendenze in atto nel mercato: “Labor 2030: The Collision of Demographics, Automation, and Inequality”; prevede un’economia destinata a calare piano piano, portandosi dietro quella classe media che fino a oggi è stata la forza trainante trainante di produzione e consumi.
cambiamenti demografici e automazione concorrono nel delineare un futuro dominato da crescita della diseguaglianza e diminuzione della domanda: la forza lavoro è destinata a dimunuire, anche per l’impatto di una automazione sempre più efficiente, e la domanda di beni e servizi è destinata a diminuire.
il processo, iniziato negli anni Ottanta, secondo la Harris raggiungera` il punto di rottura nei prossimi dieci anni e lascerà molti cadaveri sul terreno, chissa` se soltanto metaforicamente:
saranno i lavoratori a basso salario, i più deboli nella scala sociale, a pagarne il prezzo piu` alto, perché l’impatto dell’automazione sarà diseguale.
ma la situazione finirà per ripercuotersi sulle stesse aziende che hanno sposato l’automazione: chi acquisterà i prodotti fatti dai robot?
ci sarà dunque, secondo l’allarme lanciato dalla Harris, una contrazione della domanda, dunque del Pil, che si ripercuoterà anche sui mercati finanziari.
la Harris suggerisce a imprese e investitori di porsi una domanda: “Chi saranno i miei clienti tra un decennio?”
ma forse la capacita` creativa del capitalismo sara` superiore anche a quella della Harris o alla nostra, e potremo avere una moltiplicazione del capitale affidata a meccanismi puramente finanziari, che potranno finalmente prescindere dall’inutile peso rappresentato dai consumatori umani.
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ma e` qui che invece io provo a tirare delle conclusioni controcerrente: vi e` una via maestra per opporsi a questo scenario autodistruttivo, ed e` l’attacco diretto all’ultima casamatta del debito, cioe` al debito che viene chiamato pubblico, semplicemente perche` viene garantito alle istituzioni finanziarie dallo stato.
l’idea di una ricontrattazione del debito pubblico e di un suo drastico ridimensionamento sta diffondendosi come soluzione possibile o quantomeno da sperimentare dei mali dell’economia contemporanea e come alternativa all’autodistruzione capitalistica.
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https://www.italia.attac.org//

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