Van Gogh, il ritratto della passione

di paolopolitiblog

Chiara Fera LINTELLETUALEDISSIDENTE.IT 29 APRILE 2018

Van Gogh: autoritratto (1889) • Olio su tela • 54,5 x 65 cm • Musée d’Orsay, ParigiSiamo abituati a pensare Vincent van Gogh come un burbero, un folle, un alienato. In realtà le ‘Lettere a Theo’ ci consegnano un uomo mosso da amore lacerante e struggente passione, affascinato dal mondo e dal miglior modo per interpretarlo: l’arte.

Vincent ossessionato, Vincent occhi da demone rapace. Vincent burbero che terrifica con rosse occhiatacce, che incute disagio tra le strade di Arles. Chiunque, oggi, lo descriverebbe così. Tutti lo descrivevano così, nel 1889, mentre firmavano una petizione per il suo internamento. Ma a Vincent non importava far sapere chi fosse per cercare di acquietare stolte dicerie. Né si prendeva la briga di ottenere fumose rivincite. Semplicemente se ne infischiava. Un po’ come Borromini che, nonostante la superiorità di spirito, visse una vita all’ombra del mondano Bernini, logorandosi fino al suicidio, senza mai però aver avuto il tempo di schernire il suo rivale. Concepì capolavori, tanto basta. E Vincent, oltre a quelli, ci teneva a dipingere la sua anima, piega per piega, cercandosi tra le parole.

Autoritratto con cappello di feltro - Vincent Van Gogh (1888)

Ti sorprende su carta come su tela. Mi ricorda Michelangelo, creatore di versi sublimi, poeta eccelso senza consapevolezza. Mi invischio tra le parole di Van Gogh e la coscienza sussulta come se mi trovassi in compagnia dei suoi umili contadini, liricamente intenti a raccogliere grano o a sbucciare patate. Leggo le lettere al fratello Theo, silenzioso spettatore di un’agitata genialità, e un lampo di irrequieta tempesta mi sbalza nei suoi occhi; una di quelle tempeste miti, gialle, tenui, che sussurrano appena le disperate urla del cuore. C’è una frase, che leggo ogni giorno, e non mi stanca mai.

Be’, cosa vuoi, quello che uno ha dentro traspare anche al di fuori. Uno ha un grande fuoco nel suo cuore e nessuno viene mai a scaldarcisi vicino, e i passanti non vedono che un poco di fumo in cima al camino, e poi se ne vanno per la loro strada.

Straziante nel suo pudore, gigantesco nella sua modestia, senza pretese e con aria dimessa raccontava, cheto e silente, le terribili sensibilità che inondano le sue opere. Era un tipo che voltava le spalle e tornava a casa da solo, rimuginando sulla necessità di

essere dotti in quelle cose che sono celate ai sapienti e agli intellettuali del mondo, ma che sono rivelate, come per natura, ai poveri e ai semplici, alle donne e ai bambini. Che cosa c’è infatti di meglio da imparare di quel che Dio ha dato per natura a ogni anima umana: la vita e l’amore, la spe…

Impassibile alle convenienze sociali, senza alcuna dimestichezza con i pregiudizi del mondo, immerso violentemente in un accanimento creativo tutto spirituale, lasciò Parigi e i suoi pittori, che “come uomini mi disgustano”, e si ritirò nel Sud della Francia, per cercare di più, amare di più, mantenere quel fuoco interno, attendere pazientemente eppur con tanta impazienza, attendere il momento in cui qualcuno vorrà sedersi davanti, e magari fermarsiTimido, miserabile e malinconico, era compiaciuto dell’isolamento che gli regalava la libertà di approfondire questo o quel problema, a tu per tu con la natura divinizzata. Voleva annientare la prigione che lo murava vivo, sotterrandolo orribilmente, impedendogli di realizzare il suo nebbioso ma indefesso desiderio d’azione. E voleva con sé tutti i guai e le avversità, per imparare di più, per sentire profondamente e con tenerezza e, fra tutto, per non sganciarsi mai dalla terra e dal cuore del popolo.

La vigna rossa - Vincent van Gogh (1888)

Vincent lo trovi nelle sue lettere, in quel lenzuolo strappato di sentimenti rovesciati con maniacale precisione. Ti raccontava tutto, il perché di ogni cosa, ogni accenno di vita tentata, la lacerante ricerca di un amore senza eguali. Amare, amare molto, amare in ogni forma. Lungi dall’essere scioccamente sentimentale, l’idea di un’altra anima nella sua lo attrasse smisuratamente (penso che la vita senza amore sia immorale e peccaminosa). Un’anima con un corpo, con delle gambe da stringere, una fronte da accarezzare, ombre e luci da possedere. Fu il suo capolavoro mai realizzato. Sarebbe dovuta essere l’opera ultima, lo sforzo estremo, l’atto finale per sgocciolare l’unica piega rimasta inespressa. Tentò, tentò strenuamente, credette di farcela, a un certo punto, con una donna e nessun’altra. S’immaginava di lasciare la civiltà che lo annoiava, imparare un lavoro manuale, indossare un camiciotto da pittore e passare attraverso le gioie e i dolori della vita domestica per poterli dipingere dalla mia esperienza personale. Ma fallì. Non poteva essere altrimenti. Lo confessò, una volta, chiedendosi se avesse mai cercato veramente di riuscire.

L’ambizione era qualcosa di assurdo per Vincent. Assurdo svegliarsi e dire “oggi dipingo”. Nessun intento programmato nelle sue mani ruvide e callose. Sognava di vivere da operaio, nel ventre della terra a estrarre carbone o sotto il sole sfiancante dei campi di grano, e sentire la rigogliosa stanchezza che a fine giornata brucia e sfinisce. L’arte era tutta lì, per lui, nel tempo trascorso con chi lavora penosamente, nel docile sguardo di gente disprezzata e maledetta:

Essendo uno che lavora con le mani, mi sento a mio agio tra la classe operaia e cercherò di prendervi radice sempre più. Non posso fare altrimenti, non voglio fare altrimenti, non comprendo alcun’altra strada.

Una volta, povero com’era, si tolse il pane per sfamare una prostituta gravida, e quasi la sposò per risparmiarle la strada. Cos’altro è la vita se non impetuoso sacrificio per gli sciagurati della terra? E cos’altro deve l’arte se non consistere di cose derivate in pieno dalla realtà? Si calava in pericolose miniere con i carbonai dal viso cotto ed emaciato, rischiando con loro esplosioni e avvelenamenti, e pregava alla sera con le donne dall’aria stoica e rassegnata. Era gente semplice e buona, mai supponente o autoritaria, che si proiettava nella sua mente con forte potenza coloristica, prorompendo in quadri non eseguiti per compiacere un certo gusto in fatto d’arte, ma per esprimere un sincero sentimento umano. Empatico fino allo sfinimento psichico, era disgustato da chi dipingeva a memoria, senza sentire, pensare e vivere come sente, pensa e vive il soggetto dell’arte, contadino o prostituta nei suoi dipinti solo se contadino e prostituta lo erano per davvero. Compassionevole com’era, non faceva del male a nessuno; semplicemente, per raggiungere quella nota gialla che gli bruciava nel petto, gli era necessario salire un po’ su di giri. E scordarsi di mangiare, tirare avanti a pagnotte di segale e tazze di the, pranzo e cena, per giorni e settimane, andare in giro come uno straccione, spendere tutto in tele e modelle, succhiando colori dai cieli del Sud, rimpinzandosi di libri fino all’entusiasmo.

Seminatore al tramonto - Vincent van Gogh (1888)

Cosa sono io agli occhi della gran parte della gente? Una nullità, un uomo eccentrico o sgradevole – qualcuno che non ha posizione sociale né potrà averne mai una; in breve, l’infimo degli infimi. Ebbene, anche se ciò fosse vero, vorrei sempre che le mie opere mostrassero cosa c’è nel cuore di quest…

Le Lettere a Theo sono una lezione d’arte e passione alle anime affini dei secoli a venire. Ci si può trovare di tutto, un po’ come in Delitto e castigo. La sensazione è quella: amore, morte, vita, disperazione… Mai banale, mai soporifero. Sempre travolgente. Ogni pagina scrolla violentemente il lettore da respiri controllati e percorsi già battuti. Pagine in cui un uomo spera di accettare con fermezza il suo mestiere di pazzo e in poco più di due mesi dipinge ottanta tele turbolente, sbalorditive, tragiche e salvifiche. Per poi accasciarsi, eternamente, in una smania lancinante e nervosa. Ma va bene così, così aveva immaginato e così fu.

Mi considero come una persona che deve portare a compimento qualcosa con amore, entro pochi anni, e questo lo deve fare con energia. Se vivrò più a lungo, tant mieux, ma non ci faccio conto. Bisogna fare qualcosa in quei pochi anni, è questo il pensiero che domina tutti i miei progetti di lavoro.

Quel qualcosa sono ottanta capolavori bistrattati fino alla data del 27 luglio 1890, a partire dalla quale iniziarono a far impallidire l’arte di tutto il mondo. Avete sentito mai qualcosa di più sconvolgente?

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