Ior, come procede il processo di riforma della banca vaticana

di paolopolitiblog

Nota di Redazione # sarà che per me la fede deve essere una libera scelta di ogni individuo, ma al di là della morale ideologica, nonostante i tentativi di Bergoglio di “democratizzare” una situazione assurda che va dai rapporti con Sindona al capitalismo finanziario continuo a pensare che una fede non ha nulla a che fare con un patrimonio netto di 6.000 miliardi e la gestione di uno dei più grandi patrimoni immobiliari al mondo , altro che Blackrock . Tutto cambia perchè nulla cambi diceva il religiosissimo Andreotti dopo essersi genuflesso . La distanza fra la gente e questa organizzazione finanziaria è davvero abissale e si base semplicemente sulla non  comunicazione, sul non far sapere la portata del tema. Meglio dirle e ricevere critiche che accodarsi ai media delle lobbi di potere reale che sfruttano la religione per mascherare un impero reale  ! #

FRANCESCO PELOSO LETTERA43.IT 4 GIUGNO 2018

La porta in faccia ai grandi evasori. La riduzione di costi e sprechi. La rimodulazione degli investimenti. In seguito alla presentazione del bilancio, uno sguardo alla complicata riorganizzazione dell’istituto.

Lo Ior non farà accordi transattivi con chi l’ha “trascinato nel fango”, si rimette anzi al giudizio dei tribunali per salvaguardare la propria reputazione e individuare le responsabilità delle malversazioni. Parole pesanti quelle messe nero su bianco dal cardinale spagnolo Santos Abril Castellò, presidente della commissione cardinalizia di vigilanza della banca vaticana, nella lettera di presentazione al bilancio 2017 dell’istituto. Il documento è interessante per varie ragioni e aiuta a capire come procede il faticoso lavoro di riforma delle finanze vaticane. Un successo viene considerato l’ok dato alla normativa antiriciclaggio (l’organismo del consiglio d’Europa vigila sulla trasparenza finanziaria), si spiega poi che l’istituto vaticano non è più il rifugio perfetto dei grandi evasori, mentre si lavora alacremente per ridurre i costi e gli sprechi di gestione e riorganizzare il business secondo parametri etici rispettosi dei principi cattolici. Gli investimenti compiuti, si legge, sono stati “prudenti”, ovvero non molto remunerativi.

UNA RIORGANIZZAZIONE NECESSARIA. La trasparenza ha un prezzo e il patrimonio in gestione dello Ior è in calo drastico: è passato dai 5,7 miliardi del 2016 ai 5,3 del 2017. Ma nel 2014 toccava ancora i 6 miliardi e nel 2012 arrivava a 6,3 miliardi; in sostanza nell’arco di 6 anni – da quando è iniziato l’adeguamento a criteri di trasparenza finanziaria – il patrimonio complessivo è sceso di 1 miliardo, un bel salto all’indietro. I clienti sono scesi sotto quota 15 mila e diverse congregazioni religiose hanno preferito rivolgersi al sistema bancario del proprio Paese (erano oltre 20 mila nel 2012, si contavano inoltre circa 4.500 conti ‘dormienti’, cioè inattivi da oltre 5 anni che nel tempo sono stati chiusi). È dunque urgente riorganizzare il settore investimenti per attirare nuova clientela fra le stesse istituzioni cattoliche, e questo è anzi uno degli obiettivi enunciati.

Jean Baptiste de Franssu, presidente del board laico dello Ior.

«Voglio ricordare», scrive il presidente della commissione cardinalizia, «la scelta dell’Istituto di rimettersi alle decisioni dei tribunali competenti per accertare le responsabilità di soggetti che in passato, a vario titolo (amministratori, dirigenti, investitori e/o consulenti dell’epoca) ne hanno tradito la fiducia e lo hanno gravemente danneggiato, nonostante i consistenti accordi transattivi proposti da alcuni degli interessati per riparare ai danni causati all’Istituto con le loro condotte». Con costoro, si precisa, «l’Istituto ha escluso qualsiasi trattativa con chi l’ha trascinato nel fango, subordinando il risarcimento dei danni reputazionali ed economici all’accertamento delle responsabilità emergenti ad opera delle autorità competenti e alla decisione delle autorità competenti». Da notare che nelle scorse settimane è infine iniziato il processo contro Angelo Caloia, ex presidente dello Ior per un ventennio (1989-2009) accusato di aver sottratto beni ingenti all’istituto insieme ad alcuni complici (imputazione di peculato e autoriciclaggio).

UNA LUNGA SERIE DI EPISODI OPACHI. Sul concetto torna anche il presidente del board laico dello Ior, Jean Baptiste de Franssu, il quale a sua volta scrive nel Rapporto di bilancio: «In merito agli illeciti passati che hanno coinvolto l’Istituto, è stato dato un nuovo impulso con le azioni legali intraprese a Malta, relative ai prodotti finanziari in cui lo Ior investì tra il 2011 e il 2013, e in Vaticano, contro alcuni ex dirigenti e membri del Consiglio dello Ior». Sottrazione di beni, investimenti sbagliati, sospetti di truffe: certo è che il percorso dell’istituto vaticano è costellato di episodi opachi fino a tempi recenti. E, come ormai dimostrano i fatti fin qui emersi, si tratta di una storia che aveva messo radici profonde nei sacri palazzi godendo di convivenze di alto livello. È in questa prospettiva, infatti, che si comprende la meglio l’importanza data, dai vertici attuali, all’opera di trasparenza e denuncia in corso.

FINE DI UN PARADISO. La scelta di adottare criteri etici nella selezione degli investimenti, si spiega, crea qualche problema alla crescita degli utili ma è questa la strada da seguire e corrisponde del resto a quanto richiesto dal papa; in tal senso traspare pure in modo evidente che gli accordi in materia fiscale sottoscritti con Italia e Stati Uniti hanno contribuito a ridurre il patrimonio dello Ior. Lo fa capire lo stesso cardinale Abril Castellò il quale mette in luce, in modo particolare, «la scelta dell’Istituto di continuare a selezionare per sé e per i propri clienti solo investimenti in linea con i principi cattolici e la scelta di dare piena attuazione alle convenzioni fiscali firmate negli ultimi anni rispettivamente con gli Stati Uniti d’America e con la Repubblica Italiana al fine di rendere fiscalmente trasparenti i conti della proprietà e quelli della clientela, pur consapevole di una possibile contrazione della clientela a seguito di scelte così rigorose». Tradotto, lo Ior non è più un paradiso fiscale anche a costo di perdere qualche beneficio finanziario; implicitamente si può facilmente dedurre che prima le cose andavano diversamente.

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Peraltro l’istituto e lo Stato vaticano devono perfezionare la propria adesione a Sepa, sigla che sta ad indicare il sistema di pagamento europeo (quello usato per i bonifici per intendersi), il che naturalmente dovrebbe aiutare lo Ior facilitando le movimentazioni di denaro e quindi la clientela. Di fatto ‘la banca del papa’ ha scontato problemi seri in questi anni di passaggio verso l’adeguamento a standard riconosciuti internazionalmente in materia di trasparenza finanziaria. A ciò si aggiunga la necessità di investire in modo eticamente compatibile. Per questo è stato creato un comitato ad hoc denominato “Business transformation strategy” allo scopo di «generare una crescita ulteriore nel settore delle gestioni patrimoniali».

I NUMERI PARLANO CHIARO. I numeri in effetti parlano chiaro: oltre al patrimonio dell’istituto in forte calo, ci sono altre voci che fanno registrare oscillazioni negative. L’utile netto nel 2017 è stato pari a 31,9 milioni, l’anno precedente toccava i 36 milioni; il patrimonio al netto della distribuzione degli utili è risultato di 627,2 milioni di euro, nel 2016 era di 636,6 milioni. I depositi della clientela sono scesi da 2 miliardi di euro a 1,8 mentre la gestione patrimoniale è calata da 3,1 miliardi a 3 miliardi. Infine i titoli in custodia sono scesi da 0,6 mld a 0,5. Come scrive il prelato dello ior, monsignor Battista Ricca, «ormai si è superata la logica del far soldi per far soldi, ma usare i soldi per rispondere alle necessità per le quali l’Istituto è stato fondato, cioè aiutare le attività della Chiesa Cattolica». Ma di certo, pur seguendo strategie di investimento non voracemente speculative, lo Ior dovrà recuperare sul piano della clientela e su quello finanziario; il suo progressivo ridimensionamento infatti potrebbe avere conseguenze importanti sulle attività della Chiesa e soprattutto sui bilanci del Vaticano. A meno che proprio il ridimensionamento di quest’ultimo, non sia un obiettivo delle politiche di risparmio messe a punto da papa Francesco.

paolopolitiblog | 4 giugno 2018 alle 19:26 | Categorie: Senza categ

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