Se la Scioa d’Etiopia non e` la Shoah ebraica

di bortocal15

ignorata dai nostri media, la notizia della pace raggiunta fra Etiopia ed Eritrea.

http://apocalisselaica.net/la-pace-tra-eritrea-e-etiopia-unottima-notizia-anche-per-litalia/

e` stata​  fortemente voluta dal nuovo primo ministro etiope Abiy Ahmed, di 41 anni, gia` sfuggito ad alcuni attentati per le sue scelte, ​e chiude dopo 20 anni una guerra rimasta aperta dal 1998, anche se da ultimo fortunamente non piu` combattuta apertamente, ma costata comunque 80.000 morti, nonostante gli accordi di pace del 2000, voluti dall’Onu, ma non applicati.

non che ai nostri media provinciali interessi molto: eppure questa pace potrebbe avere delle ricadute anche sulle ondate migratorie, in particolare dall’Eritrea, se cambiera` qualcosa del duro regime dittatoriale di Isaias Afewerki, appoggiato sinora dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti; con loro Ahmed, appoggiato dagli americani, ha preparato la pace, che ha qualcosa a che fare, evidentemente anche con la guerra in corso nello Yemen contro gli insorti, pochi km al di la` del Mar Rosso rispetto all’Eritrea, sostenuta dagli stessi stati che hanno voluto la pace qui, evidentemente preoccupati di un possibile contagio.

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ma a proposito di Etiopia e di guerre, e di fantasmi neri nella mia famiglia, che dire di quest’altra notizia, che viene invece dalla Stampa, per la penna di Masolino D’Amico?

http://www.lastampa.it/2018/07/21/cultura/addis-abeba-ventimila-vittime-degli-italiani-brava-gente-VpIBkkCz2H41hvARMqaTKJ/pagina.html

riguarda fatti conosciuti confusamente dalla nostra opinione pubblica (a non da chi vuole conoscerli), avvenuti in Etiopia nel 1937, dopo l’invasione italiana del 1935-36  con una guerra dichiarata in spregio alla diffida dell’Onu (precedente incoraggiante per Hitler), condotta con metodi proibiti dei trattati internazionali: l’uso dei gas, per essere chiari.

di questi fatti a me bambino giunse notizia in due modi:

qualche chiacchiera vaga a tavola, una volta, che pero` mi riase stampata nella mente,​ dove si parlava dell’attentato al maresciallo Graziani, che sarebbe rimasto impotente per le ferite riportate,

e qualche fotografia trovata fra quelle di mio padre –

lui era militare in quella campagna e le aveva evidentemente portato a casa in una licenza, prima di sposare mia madre nel 1938, poi erano rimaste a lei…

(ma dopo quel matrimonio il 20 agosto di ottant’anni fa e dopo il rientro di mio padre in Etiopia a ottobre, non ci sarebbero piu` state licenze e i miei genitori si sarebbero rivisti soltanto all’inizio del 1946, quando mio padre fu rilasciato dal suo campo di prigionia a Nairobi).

le foto rappresentavano l’impiccagione in piazza di alcuni etiopi e dei cadaveri di guerriglieri caduti in battaglia contro gli italiani.

erano di questo genere, per dare l’idea, dato che sono andate fortunatamente perse:

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ma oggi dunque e` stata pubblicata una nuova ricerca, Il massacro di Addis Abeba, Rizzoli, dello storico inglese Ian Campbell, che vive e insegna in Etiopia e da 25 anni si occupa di queste cose, e adesso ricostruisce in modo piu` accurato l’accaduto, gia` noto a grandi linee (per cui stupisce un poco la sorpresa di D’Amico, nonostante il suo articolo sia in se stesso meritevole; ma io stesso ne ho gia` scritto in passato come blogger sulla base degli studi di Giorgio Del Boca).

Il 19 febbraio 1937 il maresciallo Rodolfo Graziani, viceré d’Etiopia dal maggio dell’anno prima, quando l’invasione era stata completata, aveva deciso di ristabilire una cerimonia tradizionale annualmente celebrata dall’Imperatore, consistente nella distribuzione di elemosine a preti, poveri, storpi, vedove con bambini e via dicendo, nel recinto del palazzo governativo della capitale. Era prevista una gran folla, e per evitare disordini le truppe italiane avevano collocato uomini e mitragliatrici nei punti nevralgici.

Durante il rito due irredentisti gettarono delle bombe a mano, nove in tutto, senza uccidere nessuno ma facendo un certo numero di feriti, tra cui Graziani, che fu subito portato via, appunto.

Presi dal panico, temendo l’inizio di una sollevazione, gli italiani reagirono aprendo subito il fuoco; il punto è che non si fermarono più. Pazientemente, esibendo foto – ma non quelle di mio padre –, citando continuamente le sue fonti, che sono molteplici a partire dalle testimonianze di superstiti non solo indigeni, per più di duecento pagine molto fitte il professor Campbell ricostruisce momento per momento i fatti che seguirono, e che si possono sintetizzare come segue. Lì per lì gli italiani spararono alla cieca su tutti gli etiopi presenti, compresi i dignitari ligi al nuovo regime, compresi i preti, i mendicanti, le donne e i bambini, fino a ammazzare quasi tutti gli indigeni che si trovavano nei terreni del palazzo governativo.

L’eccidio durò circa un’ora e mezza e fece circa 3.000 vittime. Dopodiché fu data la caccia a tutti gli etiopi che trovarono nel resto della città; e per tre giorni civili disarmati e indifesi di ogni sesso ed età furono macellati indiscriminatamente. Centinaia di case furono date alle fiamme, spesso con dentro i loro abitanti; quelle meno povere, dopo essere state saccheggiate. Alla mattanza presero parte, oltre alle feroci camicie nere, parecchi nostri connazionali in borghese, servendosi di armi improvvisate, come badili, zappe, persino manovelle di avviamento delle automobili. La moglie di uno degli attentatori si era rifugiata in un monastero; gli italiani andarono anche lì e sterminarono tutti, monaci e comunità, per un totale di altre 3mila persone. Quando quel raptus collettivo si fermò, il totale – oggi accertato – dei morti era di quasi 20mila, un quinto della popolazione della città.

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quel che Campbell non dice, o meglio, che almeno l’articolo di D’Amico non riporta, e` che i massacri si estesero anche fuori Addis Ababa e durarono molto piu` a lungo di quanto li` non venga detto.

puo` darsi che il suo accenno conciso ad un monastero si riferisca al massacro di Debra Libanos (in amarico ደብረ፡ሊባኖስ, Däbrä Libanos), avvenuto in realta` piu` di tre mesi dopo, tra il 21 e il 29 maggio 1937: fu la strage premeditata di appartenenti alla chiesa copta etiopica all’interno del villaggio conventuale di Debra Libanos copiuta dalle truppe coloniali italiane sotto il comando del generale Pietro Maletti, allora incaricato della repressione armata nella regione dello Scioa occidentale, per ordine del viceré Rodolfo Graziani, il quale credeva in questo modo di piegare definitivamente la chiesa copta e la classe dirigente etiopica.

su incarico di Graziani, l’avvocato militare Olivieri compilò una relazione basata su interrogatori affrettati e traduzioni inadeguate, che in cinque punti stabilì: l’attentato del 19 febbraio e` parte di un più vasto complotto perpetrato da ministri etiopici, allievi della scuola militare di Olettà e dai Giovani etiopici; sono coinvolti i servizi segreti britannici; l’attentato doveva essere il segnale per un’insurrezione generale di Addis Abeba; molti capi etiopici già sottomessi all’Italia erano a conoscenza del complotto; parte del clero copto sapeva dell’attentato e alcuni alti prelati lo hanno in qualche maniera facilitato.

Sempre secondo questa relazione, durante i primi giorni di febbraio i due attentatori, Abraham Debotch e Mogus Asghedom, lasciarono Addis Abeba per recarsi a Debra Libanos, dove furono ospiti del monaco Abba Hanna, e dove per alcuni giorni con la complicità di due priori del convento, si esercitarono al lancio di bombe a mano, facendo ritorno nella capitale il 12 febbraio.

ma quel rapporto di Olivieri non dava alcuna prova concreta di colpevolezza, ma soltanto indizi, sospetti e voci; l’unico collegamento certo con il convento fu che Abraham Debotch liquidò tutti i suoi averi per porre in salvo la moglie nel monastero di Debra Libanos. Ma la relazione fu l’alibi cercato e voluto che permise a Graziani di iniziare la sua opera di repressione nei confronti della popolazione, dei funzionari, e in ultimo momento, proprio del clero copto.

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altre notizie piu` accurate le si trovano sulla voce di wikipedia dedicata al massacro, che riporta altri studi precedenti di Campbell; a me manca perfino la forza di continuare col copia e incolla:

https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Debra_Libanos

mi limito a citare le indicazioni operative che Graziani dette a Maletti:
“Voglio precisare i miei intendimenti definitivi nei riguardi dell’ex Scioa. Lo ex Scioa nelle regioni non ancora piegate alla nostra autorità deve essere assolutamente domato e messo a ferro e fuoco. Più Vostra Signoria distruggerà nello Scioa e più acquisterà benemerenze nei riguardi pacificazione territorio impero”.

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Maletti esegui` con zelo tale da sminuire addirittura i numeri dei massacri compiuti nelle relazioni che ne fece, ma rivendico` con orgoglio fascista la sua azione complessiva, e Graziani pote` scrivere:

«Questo romano esempio di pronto inflessibile rigore è stato sicuramente opportuno e salutare. Esso ha ammonito i nemici, ha rinsaldato la fede ai vacillanti e ha legato maggiormente a noi i fedeli».

«Non è millanteria la mia quella di rivendicare la completa responsabilità della tremenda lezione data al clero intero dell’Etiopia […]. Ma è semmai titolo di giusto orgoglio per me aver avuto la forza d’animo di applicare un provvedimento che fece tremare le viscere di tutto il clero, dall’Abuna all’ultimo prete o monaco, che da quel momento capirono di dover desistere dal loro atteggiamento di ostilità a nostro riguardo».

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citando D’Amico, nella prefazione al libro di Cambell si scrive che noi italiani fummo responsabili «di atrocità che osservatori scriventi prima dell’olocausto nazista paragonarono solo a quei massacri armeni del 1895-6 e del 1915, che avevano scandalizzato il mondo».

ma D’Amico sembra ignorare il genocidio di meta` della popolazione libica compiuto sempre da noi fra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta.

interessante e nuovo e` invece quel che rivela l’inglese Campbelli in questo nuovo studio: che alla fine della guerra furono proprio gli inglesi ad opporsi, malgrado le istanze dell’Etiopia liberata, a che l’Italia, ora alleata, venisse processata per genocidio accanto ai responsabili della Shoah.

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la Scioa d’Etiopia non e` la Shoah ebraica: non sembra una incredibile ironia della storia?

ed io perche` scrivo queste cose?

ma perche` sono d’accordo con le conclusioni di D’Amico: gli italiani sono sempre brava gente, come no?

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anche oggi che si lasciano annegare i clandestini in mare per dare una lezione: i metodi sono ancora quelli.

lo sono anche oggi, e lo sono stati in Libia e nella ex Jugoslavia.

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ma poi il vostro blogger come si sente a sapere che suo padre partecipo` a questi massacri?

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