Occidente, lo zoo di Babilonia

di Roberto Pecchioli – 03/10/2018

dal blog https://www.ariannaeditrice.it

Fonte: Ereticamente

L’ umanità dell’Occidente terminale ha trovato il suo destino, diventare lo zoo di Babilonia. Un ambiente falso, un parco tematico, una gabbia lussureggiante in cui gli animali sono prigionieri in una finta foresta, privati della naturale dignità per essere esposti allo sguardo meravigliato di una folla pagante che si muove lungo percorsi stabiliti, tra chioschi, punti di ristoro e gadget. La differenza con lo zoo degli animali selvaggi è che diventiamo spettatori di noi stessi. La cultura che ha scoperto il concetto di persona muore per aver accettato entusiasticamente la sorte zootecnica. Dal primato sulla natura, dalla certezza di aver avuto il dono della ragione e della consapevolezza di sé al triste futuro di specie zoologica. Bestie intelligenti d’allevamento senza l’innocenza dell’animale, a questo siamo ridotti.
Alexis de Tocqueville immaginò che l’idea di uguaglianza condotta alle estreme conseguenze, combinata con il miraggio di libertà illimitata, avrebbe estirpato ogni altra aspirazione dal cuore umano. A quasi due secoli dalle intuizioni del conte normanno, il percorso è compiuto. Scambiata la libertà con la liberazione, poi con il desiderio, infine con il capriccio, assunto come valore indiscutibile il postulato dell’uguaglianza, l’uomo occidentale si è incamminato per il sentiero più pericoloso, diventato un’autostrada priva di uscite, quello di una lotta senza quartiere alla natura, le sue leggi, i suoi limiti. Ha costruito una società della disgregazione, un ossimoro di cui siamo testimoni, in maggioranza ignari della sorte di mutanti. Nei giorni scorsi il Belgio, terra che ospita le istituzioni dell’Unione Europea in quel palazzo Berlaymont costruito sul modello della torre di Babilonia, ha visto un’oscena fiera dell’anti natura, la mostra mercato delle tecniche, degli strumenti e delle imprese attive nella procreazione/produzione di bimbi destinati a famiglie omogenitoriali, come si deve dire con eufemismo burocratico. Il manifesto dell’esposizione, munita di tutti i timbri e crismi della vigente legalità, rappresenta l’immagine felice (gay…) di una coppia di attempati omosessuali che stringono al petto (scrivere seno è offensivo della bella, classica immagine materna) un sorridente pupetto biondo. Una perfetta immagine degli “ultimi uomini” di nietzschiana memoria, esito coerente del volteggio della civilizzazione europea sulla corda tesa tra l’Oltreuomo e il precipizio.

Si fa mercato della vita, si nega ai figli di un presente burrascoso, destinati a un futuro di deserto civile e morale, il diritto naturale a entrare nella vita accompagnati da una madre e da un padre nel silenzio impressionante delle femministe, che dovrebbero contestare a gola spiegata lo sfruttamento delle donne povere, ridotte a fattrici, prestatrici e locatarie dell’utero o dell’ovulo, attardate a negare la natura biologica della maternità cianciando di eteropatriarcato e di ruolo assegnato dal malvagio maschio bianco eterosessuale, finalmente sconfitto. Osserva in un brano drammatico Claudio Risé, filosofo ma innanzitutto psicoterapeuta: “scompaiono padre e madre, ormai visti dalla legge esclusivamente come fornitori dei rispettivi materiali biologici, cancellandone le rispettive figure genitoriali. Papà e mamma vengono sostituiti dai mercati di prodotti genetici e riproduttivi maschili e femminili, forniti dai livelli più poveri della popolazione e dai laboratori specializzati “. E’ tutto perfettamente legale, anzi è dichiarato giusto e progressista. Ogni eccezione rimossa, come recitava una vecchia formula da fogli d’ordine burocratici. Le leggi si adeguano prontamente al Dio Mercato, anche nell’apparato repressivo contro i dissidenti al nuovo (dis)ordine imposto.
L’interesse dei gruppi dominanti produce una visione zootecnica dell’uomo, semplice grumo di cellule da selezionare e aggregare secondo le possibilità della scienza e i desideri indotti di chi paga affinché diventi realtà ogni capriccio. Si fabbricano esseri umani in serie come negli allevamenti di animali da carne o su ordinazione per le preferenze eccentriche dei più abbienti. Si riceve lo sperma di qualcuno, lo si mantiene alla giusta temperatura, quindi lo si introduce nell’utero prescelto nel momento più appropriato per una “buona” fecondazione. Un innesto praticato su soggetti ancora privi del cartellino con codice a barre contenente i dati tecnici del capo di bestiame umano, ma si attrezzeranno senz’altro con un comodo chip intracutaneo multiuso. Ci faranno credere che è utile, comodo, moderno, un esclusivo simbolo di progresso. Il gregge degli animali dello zoo obbedirà. Chip e carta di credito, anzi di debito, lacard, sono simboli pregnanti di un’epoca tremenda in cui degrado e progresso si intrecciano sino a fondersi. Volgiamo il linguaggio dominante contro se stesso, fintanto che permangono interstizi di libertà. Siamo entrati in un tragico nazismo tecnologico, il più gelido di cui si abbia memoria. Ci spieghiamo con la citazione di un giurista nazionalsocialista, Ernst Forsthoff, che ha il pregio dell’onestà intellettuale, sconosciuta ai nazisti contemporanei liberal libertari. “Chi ha lo Stato, fa le leggi e, cosa non meno importante, le interpreta (…). Egli stabilisce che cosa è legale (…) La legalità è quindi qualcosa di puramente formale e non significa altro se non che la volontà di un qualsiasi partito (…) è diventata disposizione di legge (…). “Il concetto di partito è tramontato insieme con l’idea di Stato al commiato del secolo XX, adesso comanda un’oligarchia padrona del denaro e delle potentissime tecnologie che disegnano l’uomo nuovo, architetti dell’universo che, nel caos (ordo a chao…) modellano un’umanità del tutto inedita.

Come rileva Carl Schmitt, “la legalità diventa l’arma avvelenata con la quale si colpisce alle spalle l’avversario politico. In un romanzo di Bertolt Brecht alla fine il capo dei gangster comanda ai suoi seguaci: il lavoro deve essere legale. La legalità finisce qui come parola d’ordine di un gangster”. Il nemico è ora la natura tutta intera, il Creato con le sue leggi dichiarate mutabili e comunque ingiuste dall’Uomo Dio manovrato dal nuovo Onnipotente, il Mercato metafora del Vitello d’Oro. L’ Europa terminale non si esaurisce nel piccolo Belgio. Nella Francia del giovin signore, Macron, burattino del sistema finanziario e di riservatissime cupole dai disegni antiumani – la vecchia sinarchia smascherata da De Gaulle, oggi rappresentata da novelli nazisti tecnocratici alla Jacques Attali – è stato approvato da un sedicente Comitato Etico nazionale (il bispensiero e il linguaggio invertito funzionano sempre) il via libera alla procreazione assistita per madri sole o coppie lesbiche. Giustissimo, il feticcio dell’uguaglianza non poteva tagliare fuori dal lucroso mercato della procreazione artificiale e dell’eugenetica l’altra metà del cielo.Attendiamo per omogeneità di trattamento che il feticcio del diritto “umano” ad avere figli sia esteso agli uomini soli. La follia di un’uguaglianza declinata come lotta a correzione del creato, la superbia tecnica unita al giudizio negativo sulla realtà naturale, ci trasforma in prodotti, oggetti da compravendere a prescindere da qualunque etica. In Francia è aperto il dibattito sulla possibilità che i fornitori di sperma vengano retribuiti, ovvero che si proceda all’importazione di liquido seminale. Reificazione della persona umana e di tutto ciò che la concerne, una deriva zoologica e zootecnica che dà i brividi ma non è percepita dall’opinione pubblica, prigioniera dell’apparato di informazione posseduto dagli stessi che hanno promosso la nuova zoo-antropologia. Dovrà adeguarsi anche la tariffa doganale internazionale, che include nella merceologia lo sperma animale, ma non, ohibò, quello umano. Dall’ habeas corpus a parti e pezzi staccati, liberamente commerciabili sul Mercato, dazio e IVA inclusi.

Mentre si estende ovunque il ricorso all’eutanasia, cioè la soppressione programmata di esseri umani, tanto che tra i bambini, i più indifesi, sarebbe aumentata in pochissimi anni del quattromila per cento, l’onda del totalitarismo dell’uguaglianza raggiunge l’università svedese di Lund, dove un professore è stato sospeso per aver affermato la differenza biologica tra uomo e donna. L’ideologia è sempre ostile alla verità e non si arrende all’evidenza, come il farsesco colonnello Buttiglione di Arbore e Boncompagni. Oltre Manica, non si canta più Rule Britannia, ma Gay Britannia. Un membro della famiglia Mountbatten, tra le più potenti del Regno Unito, parenti della casa reale con eroi di guerra e pilastri dell’impero, si è sposato con il fidanzato. Non lo ha fatto in segreto, ma in una cappella anglicana con tanto di benedizione della Chiesa di Stato e foto con la regina e la famiglia reale. Lord Ivar Mountbatten è alle seconde nozze, le prime, nella limitata modalità uomo-donna, gli diedero tre figlie, entusiaste sostenitrici dell’omomatrimonio paterno. Quel che resta delle aristocrazie europee, al servizio dell’oligarchia per conservare i privilegi degli avi, si sono dunque schierate in prima persona. Indietro non si torna, il mondo liquido, il futuro fluido, transeunte, delle scelte a tempo determinato, poiché nulla è per sempre, è già presente, è al potere. Non mancano lati sottilmente umoristici, come la decisione della giunta regionale dell’Andalusia di obbligare i docenti a seguire corsi di femminismo per adattare l’insegnamento al verbo del mondo nuovo. Non si tratta di indottrinamento, beninteso, nonostante le pesanti sanzioni a chi volesse sottrarsi alle lezioni, ma del necessario adattamento alla Verità progressista. Peccato che nel mondo liquido con ogni probabilità la verità di oggi sia la menzogna di domani.
Gli anziani si preparino al peggio, poiché, dietro le mentite spoglie del testamento biologico e della “qualità della vita” (nulla, tanto meno la morte, è chiamato con il suo nome, nella scintillante Atlantide babilonese) circolano proposte già avanzate nei paesi nordici e in Olanda (ieri protestanti, oggi insorgenti contro la vita) per cui a 75 anni si potrà chiedere di essere soppressi – legalmente, igienicamente – anche se in buona salute. Gioiscono le assicurazioni malattia, i fondi pensione e si preparano nuovi carnefici a norma di legge in camice bianco. Un colpo e via, come ai cavalli azzoppati, ma indolore in sapore in ambiente sterile, poi un fuocherello e le ceneri disperse. Era meglio Mastro Titta, il boia di Rugantino. Lo intuì Ugo Foscolo nei Sepolcri, testimone della rivoluzione giacobina anche in ambito funerario, con i versi “Dal dì che nozze e tribunali ed are dier alle umane belve esser pietose di sé stesse e d’altrui, toglieano i vivi all’etere maligno ed alle fere i miserandi avanzi che Natura con veci eterne a’ sensi altri destina.“ Ridicolizzate le nozze, respinta nell’oblio la religione, finito il rispetto dei morti, ridotto a diritto commerciale e notaio del potere il ruolo della legge, la regressione al post umano è veloce e inevitabile. I rappresentanti della tradizione cristiana, architrave dell’Europa (Novalis: Europa, ovvero la Cristianità) voltano lo sguardo altrove, quando non si fanno complicidei tempi nuovi, per debolezza e smania di conservare trucioli di influenza. Azzerato ogni richiamo all’universale e al trascendente, restano l’olezzo del disinfettante e l’immagine della siringa, fedele pittogramma della civilizzazione occidentale.

E’ abolito il discernimento, la capacità di scegliere, dominare se stessi, guardare in alto. Il Mercato ci vuole prigionieri delle pulsioni, animali desideranti governati da istinti inferi che seguono ogni impulso ribattezzato libertà e, quando può formare oggetto di profitto, proclamato diritto fondamentale. Non vi è alcunché di religioso, tanto meno confessionale, nella lotta a difesa dell’uomo. Pensiamo anzi che i più fieri oppositori delle derive imposte dovrebbero trovarsi nel campo dei difensori della natura minacciata, stravolta, ri- creata, tra i sostenitori di una onesta morale laica e tra i nemici “da sinistra” del Mercato misura di tutte le cose. Gran parte di costoro, per una incredibile legge del contrappasso, sono schierati dalla parte della riduzione dell’umanità a un gregge ammaestrato, drogato di false libertà. Liberato, affermano, ma da se stesso, da ciò che ci distingue dalla dimensione animale. La differenza non è più costitutiva, ontologica, ma quantitativa: l’uomo è più intelligente degli altri esseri, dunque può e deve possedere un suo progetto sulla natura, il dominio a fini di lucro e un folle anelito di onnipotenza. E’ l’impresa di Lucifero, la stessa che la narrazione biblica intravvide sull’orgogliosa potenza babilonese. Una torre elevata fino al cielo, mura poderose e altissime, i giardini sui tetti, a mostrare il predominio sulla natura. Eroina di quell’epopea fu la figura, sospesa tra mito e realtà, della regina Semiramide, salita al trono con la congiura e l’assassinio del marito Nino, esaltata dallo storico Erodoto, amata dalla cultura europea, come dimostrano la tragedia teatrale dedicatale da Voltaire, l’opera lirica omonima di Gioacchino Rossini e il quadro impressionista di Edgar Degas, Semiramide alla costruzione di Babele. Per Dante, al contrario, Semiramide, eroina femminista forse incestuosa in anticipo di alcuni millenni, merita l’inferno dei lussuriosi: “libito fé licito in sua legge, per torre il biasmo in che era condotta”. Un’antesignana del presente scorcio di XXI secolo dell’era ex cristiana.
Babele fu distrutta, secondo il racconto del Genesi, dall’intervento divino che confuse le lingue, adirato con l’impresa della torre in quanto “questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile”. La capacità della creatura uomo di scoprire i segreti della natura fisica, dominarli e porli alla base di tecniche e tecnologie è pervenuto in questa parte del mondo a livelli straordinari, ma la rottura del vaso di Pandora ha scatenato Prometeo sino a un’intollerabile superbia che ha cancellato ogni altro sentimento. La natura riprenderà il sopravvento, lei che ha dalla propria i secoli e i millenni. Il problema è nostro, dei dissidenti di questo tempo bastardo, testimoni inascoltati, trascurabili Cassandre al limite del ridicolo. Pure, non possiamo tacere, ultimi di ieri e primi di domani. Faust ha scelto Mefistofele, ha venduto anima e corpo in cambio di una potenza senza direzione. In principio era l’azione, non il Verbo. Di questo si è convinto l’uomo occidentale, ed ha conseguito straordinari traguardi scientifici e tecnici al prezzo di abbandonare la sua natura profonda. Nel breve tornante di storia umana che ci è dato di vivere, il destino di Faust regredisce a danza macabra, Dioniso scaccia dall’Olimpo tutti gli altri dei con l’aiuto di Minerva impazzita. Chissà che, alla ricerca del mito mercatista dell’imprenditore, l’ultimo Faust non crei un’inedita start-up: fornitore, venditore, importatore, commerciante e provveditore di sperma dell’animale-uomo, con tanto di cataloghi, pubblicità, offerte, marchio di qualità e consegna a mezzo Amazon. Il principio fu il Verbo, la fine una triste masturbazione di massa. I resti di quella che fu una delle più potenti civiltà della storia si suicidano gaiamente e lo chiamano progresso.

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