Terza Roma e geopolitica dello scisma ortodosso

dal blog  https://www.lintellettualedissidente.it

Ben più del Grande Scisma del 1054, la rottura dei rapporti tra Mosca e Costantinopoli a seguito della concessione a Kiev dell’autocefalia ha un significato eminentemente politico e geopolitico. Ripercorriamo la storia delle relazioni tra le due sedi patriarcali e le dinamiche attraverso le quali tali relazioni sono state influenzate dal gioco tra le grandi potenze.di Daniele Perra –

22 novembre 2018 

Il politologo statunitense Samuel P. Huntington nel suo celeberrimo saggio The Clash of Civilizations individuò i confini della civiltà occidentale laddove inizia quel mondo ortodosso che, per la sua inclinazione alla contemplazione ed al rispetto della tradizione, venne inserito dal padre della geopolitica Rudolf Kjellen nell’immenso spazio dell’Oriente. Ciò che Huntington non ebbe modo di intuire, pur sviluppando la sua elaborazione teorica negli istanti immediatamente successivi alla fine della Guerra Fredda, fu il fatto che l’Occidente (composto nella sua visione dal Nord America ed all’Europa occidentale) sarebbe stato capace di espandere il proprio raggio di azione e di influenza ben oltre i confini del “mondo ortodosso”.

Di fatto, a seguito dell’implosione dell’Unione Sovietica e del cosiddetto blocco socialista, la preponderante influenza nordamericana sul continente europeo determinò una spinta senza precedenti all’accelerazione dei processi di unificazione economico-monetaria e all’espansione della stessa futura Unione ad est in modo da includere al suo interno Paesi ex membri del Patto di Varsavia e dell’URSS stessa.

Il noto stratega statunitense Zbigniew Brzezinski, a tale proposito, ebbe modo di affermare:

qualunque espansione del campo di azione politico dell’Europa, è automaticamente un’espansione dell’influenza statunitense. Un’Europa allargata ed una NATO allargata serviranno gli interessi a breve ed a lungo termine della politica europea. Un’Europa allargata estenderà il raggio dell’influenza americana senza creare, allo stesso tempo, un’Europa così integrata che sia in grado di sfidare gli Stati Uniti in questioni di rilievo geopolitico, in particolare nel Vicino Oriente.

Fu così che diversi Paesi dell’area balcanica di tradizione ortodossa (in primo luogo Bulgaria e Romania), a cavallo tra il XX ed il XXI secolo, vennero rapidamente inseriti all’interno dell’UE e della NATO. Senza considerare l’ormai pluridecennale presenza all’interno dell’Alleanza Atlantica della Grecia.

Tale processo è tutt’ora in corso. Ed in tempi ancor più recenti, l’Occidente è riuscito ad espandersi ulteriormente inglobando nella sua sfera di influenza nuovi Paesi di tradizione prettamente ortodossa come la Georgia, il Montenegro, l’Ucraina e, a seguito del cambio del nome, con tutta probabilità, la Macedonia del Nord.

Zbigniew Brzezinski

Più o meno consapevoli del fatto che ogni grande orientamento geopolitico è anche in primo luogo un orientamento spirituale, gli strateghi di Washington, preoccupati dal fatto che Mosca, dopo la fine del comunismo e della sciagurata era Eltsin, stesse nuovamente trasformandosi in un “polo di attrazione spirituale” (anche facendo rivivere il mito della Terza Roma), hanno scientemente deciso di sostenere qualsiasi spinta divisiva all’interno del mondo ortodosso.

In questo contesto, il riconoscimento dell’autocefalia alla Chiesa ortodossa ucraina, resa indipendente dal Patriarcato moscovita, e la conseguente rottura della comunione eucaristica tra Mosca e Costantinopoli (notizia, non a caso, ben poco riportata sui mezzi di informazione occidentali) potrebbero rappresentare un precedente estremamente preoccupante le cui gravi ripercussioni andrebbero ad influire nell’immediato futuro su tutta l’area di diffusione della cultura bizantino-ortodossa. Soprattutto perché, come ha affermato il Patriarca serbo Irinej,

non vi è alcuna divergenza teologica di fondo ma semplicemente un uso strumentale della religione e di taluni sentimenti nazionalistici.

Il Presidente “golpista” ucraino Petro Poroschenko da tempo faceva pressioni sul Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I (primus inter pares nella ormai ex pentarchia dei patriarcati orientali) affinché concedesse alla Chiesa ucraina l’autocefalia, separandola da Mosca e ponendo fine alla frammentazione esistita fino ad oggi. La Chiesa ucraina, infatti, era divisa in tre diverse giurisdizioni: la Chiesa ortodossa unita al Patriarcato di Mosca e retta dal metropolita di Kiev Onufriy (l’unica riconosciuta come “canonica” fino ad oggi e dunque in comunione con le altre Chiese ortodosse); la Chiesa ortodossa ucraina (Patriarcato di Kiev) nata nel 1992 dall’auto-proclamazione a Patriarca del già Metropolita Filarete; la Chiesa ucraina ortodossa autocefala ristabilita nel 1990 ma che si vuole continuatrice della chiesa dichiaratasi autonoma da Mosca già nel 1921.

Il colpo di Stato filo-atlantista ed il conseguente scontro politico con la Russia hanno aggravato ed esasperato ulteriormente la divisione tra il Patriarcato di Mosca e Kiev. Tanto che il Patriarca di Mosca Kirill non ha potuto più mettere piede in Ucraina, mentre il Metropolita Hilarion è stato respinto al confine.

Cirillo I

Sancendo la definitiva autocefalia, Bartolomeo I ha riammesso alla piena comunione con le restanti Chiese canoniche il Patriarcato di Kiev legato alla figura del già citato Filarete Denishenko. Una decisione che ha determinato lo scisma di Mosca e la rottura della comunione con le altre Chiese ortodosse calcedonesi: oltre a quello di Costantinopoli, i Patriarcati di Antiochia, Gerusalemme ed Alessandria.

Ora, questa decisione del Patriarca di Costantinopoli risulta grave in primo luogo perché potrebbe dare il la a nuove scissioni. Le Chiese montenegrina e macedone (Stati già inseriti nella sfera d’influenza dell’Occidente e della NATO) potrebbero infatti puntare ad una separazione da Belgrado, ancora poco incline a compromessi “atlantisti”.

La Chiesa montenegrina è già divisa in due correnti (favorevoli e contrari al mantenimento dell’attuale status). Mentre quella macedone, dopo il recente accordo con la Grecia che ha favorito il cambio del nome e con esso il processo di inserimento nella NATO e nell’UE, potrebbe richiedere che vengano rispettate le sue prerogative di autonomia già sancite dall’articolo 19 della Costituzione della piccola Repubblica balcanica nata a seguito della disgregazione dell’ex Jugoslavia, ancora una volta, favorita proprio dall’Occidente. A ciò si aggiunga che anche la situazione moldava non è delle migliori essendo il Paese diviso tra la Metropolia di Chisinau, sotto giurisdizione di Mosca, e la Metropolia della Bessarabia, sottoposta alla giurisdizione della Chiesa ortodossa romena. Ma, in secondo luogo, risulta grave perché mette discussione il rapporto indissolubile che lega l’Ortodossia al suo rapporto con la terra ed alla dimensione imperiale del suo portato religioso-culturale.

Quadro del 1980 di Konstantin Silin raffigurante una chiesa ortodossa di Odessa

Nella cultura politica di stampo bizantino-ortodosso la terra, e con essa la sua difesa o espansione, assume un carattere sacrale. L’eredità di Bisanzio ha avuto un ruolo determinante in tutte le entità imperiali e statuali che l’hanno condivisa. Nella Battaglia del Cossovo del 1389, ad esempio, la nobiltà serba, pur consapevole dell’impossibilità della vittoria contro gli Ottomani e del fatto che sarebbe andata con ogni probabilità (e come effettivamente avvenne) incontro alla morte, scelse di immolarsi in nome di un’ideale superiore e sacro che avrebbe fatto da esempio alle generazioni future.

Paradossalmente, anche l’Impero Ottomano raccolse a suo modo l’eredità bizantina. Il primo Patriarca ecumenico della Costantinopoli conquistata dagli Ottomani fu quel Giorgio Scolario (1405-1473) che, a differenza dell’attuale Bartolomeo I, rifiutò ogni forma di compromesso con l’Occidente. Tuttavia la vera eredità di Bisanzio venne raccolta da Mosca in virtù di quella translatio imperii che avrebbe trasferito la funzione imperiale del Sacrum Imperium da Roma a Bisanzio e da quest’ultima a Mosca.

Già a cavallo tra i secoli XIV e XV l’allora Patriarca di Costantinopoli Antonio IV, spaventato dalla pressione ottomana ai confini della capitale imperiale, rivolse a Mosca le sue speranze. Tuttavia, solo nel 1589 Mosca venne elevata al rango patriarcale ed inserita all’interno della pentarchia al posto di Roma ormai da secoli egemonizzata da quella che in Oriente venne definita come l’eresia latina. La storia di come il cristianesimo si diffuse nei territori dell’attuale Russia e di come questo, nella sua versione bizantino-ortodossa, svolse il ruolo di collante unificatore fra le sue diverse anime merita di essere approfondita anche per comprendere meglio le ragioni che hanno portato allo scisma odierno.

Raffigurazione artistica della Battaglia del Cossovo

Le fonti bizantine riportano che il nome geografico Rus venne attribuito a causa del particolare coloro “rosso” o “rossiccio” dei corpi e dei capelli delle popolazioni che abitavano questa regione. Tuttavia tale nome deriverebbe dal fatto che questa terra era compresa in una dimensione spaziale circondata da fiumi i cui nomi ancestrali erano Ras/Rus/Ros’/Rus’. Sia l’Avesta che il Rig Veda riportano, ad esempio, una particolare denominazione del fume Volga: rispettivamente Rangha/Rankha e Rasa.

La conversione di questo ampio territorio al cristianesimo avvenne attraverso un lungo processo storico durante il quale vennero riconosciuti cinque differenti “battesimi”, sebbene sia solo a partire dall’ultimo che la Russia venne inserita a tutti gli effetti all’interno dell’ecumene cristiana. Il primo fu la predicazione dell’Apostolo Andrea nelle terre slave nel I secolo dopo Cristo; il secondo la predicazione di Cirillo e Metodio (creatori dell’alfabeto slavo) nelle medesime terre su ordine dell’Imperatore bizantino Michele III(842-867); il terzo fu il battesimo dei russi a Costantinopoli al tempo del Patriarca Fozio (829-891); il quarto, il battesimo della principessa Olga ed il quinto la conversione del Gran Principe Vladimir di Kiev (980-1015), nipote di Olga, alla fede cristiana.

Dipinto di Apollinary Vasnetsov del 1895 raffigurante il fiume Kama, uno dei massimi e più importanti affluenti del Volga

Il Racconto dei tempi passati (cronaca della Rus’ di Kiev attribuita al monaco Nestor di Pecerska) narra di come i russi si convertirono al cristianesimo ortodosso intorno al X secolo. Il Gran Principe Vladimir cercò di unificare i clan slavi attraverso la religione. Questi fece dei tentativi dapprima col paganesimo, dopodiché ricevette richieste sia dai musulmani bulgari che dagli ebrei cazari. La prima venne rigettata in virtù del fatto che i russi, amanti delle bevande alcoliche, non avrebbero mai potuto accettare di non bere. La seconda perché, secondo Vladimir, gli ebrei, dispersi e respinti dal loro stesso Dio, non avrebbero potuto insegnare la religione ad alcuno.

Così la scelta cadde sul cristianesimo, nella sua versione orientale, in quanto:

dai greci andammo, e vedemmo dove officiavano in onore del loro Dio, e non sapevamo se in cielo ci trovavamo oppure in terra; non v’è sulla terra uno spettacolo di tale bellezza: e non riusciamo a descriverlo; solo questo sappiamo: che lì Dio con l’uomo coesiste e che il rito loro è migliore di quello di tutti i paesi.

Tuttavia, come ebbe modo di constatare il teologo e filosofo russo Pavel Florenskij, il cristianesimo, nelle terre russe, andò a mischiarsi a tutta una serie di credenze pagane che determinarono in modo specifico la sua stessa evoluzione. Non è da sottovalutare neanche il fatto che diverse comunità cristiane orbitassero attorno all’area di Kiev intorno al X secolo cercando di imporvi la loro influenza. Taluni storici sostengono addirittura che vi fosse una cospicua presenza di monaci irlandesi portatori di una sorta di visione celtica del cristianesimo.

Florenskij e Bulgakov in un dipinto di M. Nesterov (1917)

L’Ortodossia russa dovette da subito fronteggiare minacce sempre crescenti. E, da sempre, è stata circondata da forze ostili (i cavalieri teutonici così come il potente Stato polacco-lituano) intenzionate ad inglobarla all’interno del mondo cattolico.

A tal proposito, l’antropologo sovietico Lev N. Gumilev sostenne che la crisi della Rus’ di Kiev fu dovuta ad una diminuzione dell’unità interna ed all’accrescersi di interessi di breve periodo rispetto ad obiettivi di lungo termine e, di conseguenza, all’incapacità di proteggersi dalle aggressioni esterne. Ad accelerarne la fine contribuì in modo determinante l’incontro ravvicinato con due ethnos particolarmente aggressivi: quello mongolo e quello europeo occidentale allora ancora dominato dai valori eroici propri del feudalesimo germanico.

In questo contesto, la figura di Aleksandr Nevskij (non a caso fatto Santo dalla Chiesa ortodossa russa) assunse un ruolo particolarmente importante per il futuro sviluppo della specificità etnico-culturale russa. Egli, infatti, scegliendo di allearsi con i mongoli contro l’espansionismo occidentale, per primo indirizzò la Russia lungo una direttrice prettamente eurasiatica.

Aleksandr Nevskij, film di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn (1938)

L’alleanza con i mongoli, attraverso il pagamento di un tributo all’Orda d’Oro, permise alla Russia di preservare le fede cristiana ortodossa (unico elemento che univa tutti i russi del XIII secolo) dall’espansionismo della cristianità occidentale. Il codice etico mongolo, lo yasa, prevedeva infatti una sostanziale tolleranza religiosa in cambio della totale sottomissione politica. Ciò permise di proteggere il nuovo ethnos russo nella sua fase embrionale e dunque, nel momento in cui esso era più debole. A ciò si aggiunga che fu proprio dal giogo mongolo e gengiskhanide, più che da Bisanzio, che la Russia ereditò le sue precipue funzioni imperiali.

È alla Chiesa ortodossa che si deve la creazione politica della Grande Russia. Con il trasferimento della Metropolia da Kiev (occupata dal già citato Stato polacco-lituano e dalle sue aspirazioni ideologico-militari) a Vladimir e successivamente a Mosca ad opera del Metropolita Pietro I, l’attuale capitale della Russia accrebbe enormemente il suo status e l’intera Moscovia si trasformò in una sorta di vera e propria teocrazia ortodossa. 

Morte di Aleksandr Nevskij, di Henryk Siemiradzki

La battaglia di Kulikovo (1380) assunse il doppio significato di liberazione dal giogo mongolo e di definitiva separazione della Russia dall’Occidente. Di fronte alle rivendicazioni del ribelle Manaj, inadatto al trono dell’Orda in quanto non diretto discendente di Gengis Khan ma supportato da Genova (potenza talassocratica che dalla Crimea attuava politiche commerciali aggressive nei confronti della Russia imperniate anche da un profondo disprezzo religioso), i russi decisero di schierarsi a favore del legittimo discendente al trono Tokhtamysh (ultimo grande Khan riunificatore dell’Orda d’Oro). Successivamente, fu con la battaglia di Ugra del 1480 che la Russia iniziò a liberarsi definitivamente dalla presenza mongola ed a svilupparsi lungo tre direttrici principali: l’Ortodossia, l’autocrazia e la comunità rurale.

Fu così che la consapevolezza di rappresentare l’unico potere ortodosso indipendente consolidò la convinzione di un destino speciale all’interno del mondo. Mosca, che già nel 1448 (a seguito del suo rifiuto di accettare l’esito del Concilio unionista di Firenze) elesse il proprio Metropolita senza l’assenso di Costantinopoli, era ora la Terza Roma e tutti gli imperi cristiani erano confluiti in essa, come recitava la lettera dello starec Filofej a Vasilij III, figlio di Ivan III e Sofia Paleologa, e padre di Ivan IV il Terribile.

Dipinto di Sergey Prisekin del 1980 raffigurante la Battaglia di Kulikovo

Tuttavia, solo con la dinastia dei Romanov l’ideale della Santa Russia si tradusse in termini geopolitici come difesa della cristianità ortodossa nella sua interezza, riconquista di Costantinopoli e delle vie di comunicazione tra il Mar Nero ed il Mediterraneo e difesa dei Luoghi Santi in Palestina. Il filosofo e mistico russo Vladimir Solov’ev, vissuto nella seconda metà del XIX secolo, nella summa profetica del suo pensiero I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo, tramite il personaggio del Generale, invitò addirittura l’Impero zarista a declinare il suo ruolo di baluardo della cristianità espandendosi oltre Costantinopoli e fino alla stessa Gerusalemme.

Appare evidente come un simile logos filosofico-esistenziale, impregnato di istinti messianici, escatologici ed universalistici, non possa che intimorire ogni potenziale “nemico geopolitico”. La Gran Bretagna, per tutto il corso del XIX secolo, cercò di impedire che ogni aspirazione indipendentista dei popoli balcanici ortodossi potesse tradursi in un vantaggio geopolitico per la Russia zarista.

Non è un caso se la lotta per l’indipendenza della Grecia, guidata da personaggi come Alexander Ypsilanti(già ufficiale dell’esercito zarista) o Ioannis Kapodistrias (già Ministro degli Esteri dello Zar), venne indirizzata lungo una direttrice ben più favorevole alla potenza talassocratica britannica, tanto che al vertice del neonato Regno venne imposta una casa regnante, i Wittelbasch di Baviera, totalmente estranea alla storia precedente del Paese mediterraneo. E, di fatto, tutte le successive “guerre balcaniche” si evolsero più o meno nel medesimo modo.

Ioannis Kapodistrias in un dipinto di Thomas Lawrence

Il mito di Mosca come Terza Roma permase in forma sotterranea e clandestina per tutto il periodo sovietico ed oggi sta conoscendo una rinnovata fortuna e diffusione anche a causa dello sdoganamento istituzionale della corrente filosofico-geopolitica del neoeurasiatismo. Ed è questo “mito” che si cerca di minare con la moltiplicazione delle divisioni all’interno del Patriarcato moscovita e di tutte le Russie.

Nella sua poesia Panmongolismo, il già citato Vladimir Solov’ev identificò in una ipotetica minaccia proveniente da Oriente la causa della fine della Terza Roma. Il mistico russo, a differenza del suo contemporaneo e connazionale Konstantin Leont’ev (considerato come il precursore dell’eurasiatismo), fu incapace di comprendere che la reale minaccia alla Terza Roma sarebbe arrivata da Occidente e non da quella terra verso la quale, come scrisse san Giovanni Damasceno, “bisogna volgere gli occhi per pregare ed adorare Dio”.di DANIELE PERRA

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.