Come sarà il lavoro nel futuro

Dal blog https://youmanist.it

03 GIUGNO 2019

Il mondo del lavoro sta cambiando velocemente, rincorrendo i rapidi sviluppi tecnologici che stanno portando a una sempre maggiore automazione dei processi produttivi e alla digitalizzazione di quelli di analisi dei dati. Quella che per molti può essere considerata come un’intromissione pericolosa da parte dei robot nel proprio settore produttivo, dovrebbe essere invece affrontata come una sfida e una possibilità per rivalutarsi.

Secondo le previsioni del World Economic Forum, l’avvento delle macchine non sottrarrà posti di lavoro come molti temono – anzi, questo potrebbe addirittura tradursi in un aumento della domanda da parte delle aziende; quello che cambierà sono le attività che dovranno essere svolte dai lavoratori. Stime dell’Ocse indicano che un italiano su tre dovrà modificare radicalmente le proprie mansioni per adattarsi a lavorare in sinergia con le nuove tecnologie. A fronte di un 5-10% dei posti lavoro che sono ad alto rischio di automazione, si formeranno nuove professioni, creando più posti di quanti ne vengano dismessi.

Sempre secondo il World Economic Forum, ogni dipendente dovrà trascorrere, in media, 101 giorni ad aggiornarsi e riqualificarsi nell’arco dei prossimi tre anni. Questo comporterà, per le aziende che vorranno rimanere competitive sul lungo periodo, dover effettuare massicci investimenti in corsi e programmi di rivalorizzazione del proprio organico. Inoltre dovrà essere avviato un ciclo di assunzioni per posizioni come Big Data analysts, sviluppatori di software e applicazioni e specialisti in e-commerce e social marketing, figure indispensabili per potersi affacciare e sopravvivere sul mercato, sempre più basato sulle transazioni online.

Per ora in Italia questa fase di transizione sembra non essere ancora iniziata, o quanto meno le aziende non sembrano aver capito l’importanza di dotarsi di figure con avanzate competenze digitali. Come segnalato da Jobrapido, in Italia, nel 2018, le offerte di lavoro per ruoli che hanno a che vedere con intelligenza artificiale e analisi dei Big Data sono state solo 300 a fronte delle 18mila posizioni aperte nel Regno Unito.

Non solo il lavoro, ma anche le modalità con cui è svolto, cambieranno: già oggi la crescente interazione attraverso i computer e gli smartphone permette di poter operare efficacemente anche lontano dall’ufficio. Secondo le stime del politecnico di Milano, gli “Smart Workers”, cioè i dipendenti capaci di operare e rimanere efficienti anche da remoto, sono del 15% più produttivi e del 20% meno assenteisti rispetto ai loro colleghi. Questo avviene perché avere la possibilità di gestire il proprio tempo e allocare a piacimento i carichi di lavoro, il dipendente è più soddisfatto e, com’è dimostrato, un lavoratore più felice è anche più produttivo. L’esempio più significativo è Automattic, azienda dal valore di un miliardo di dollari fondata dal creatore di WordPress, senza uffici in cui lavorare, tutta la comunicazione avviene tramite social, con una mole di messaggistica istantanea che si aggira sui 125.000 messaggi alla settimana e un totale di 887 dipendenti sparsi in tutto il mondo.

L’utilizzo delle nuove tecnologie, capaci di svolgere un numero sempre maggiore di mansioni, comporterà anche un cambio negli equilibri economici mondiali: il cardine dello sviluppo industriale non sarà più il costo dei dipendenti, ma le loro competenze: se negli ultimi 30 anni il fenomeno della delocalizzazione ha avvantaggiato i Paesi dove la forza lavoro costava meno, permettendo minori costi di produzione, ora, con l’avvento dell’automazione, il vantaggio competitivo si sposta verso quei Paesi che possiedono le competenze tecniche. In prima linea non ci sono solo le startup della Silicon Valley, ma anche istituti europei, come il francese Cea (Commissariat à l’énergie atomique et aux énergies alternatives) o la Fraunhofer Society tedesca, posizionate sul podio della classifica The World’s Most Innovative Research Institutions stilata da Reuters sui migliori poli d’innovazione a livello mondiale. Anche la Cina sta facendo importanti passi avanti, soprattutto grazie alle sue aziende di spicco, come Huawei, capace nel 2018 di superare per vendite Apple, o Xiaomi che grazie anche alla collaborazione con l’americana Qualcomm sta rivoluzionando il mondo degli smartphone, con un aumento delle vendite del 48% nel solo 2018, tale da renderla la quarta azienda del settore.

Il progressivo spostamento dei carichi di lavoro dall’uomo alla macchina renderà sempre più rilevante possedere quelle qualità, tipiche dell’uomo, che l’intelligenza artificiale è ancora lontana dal raggiungere, come la creatività, il pensiero critico, l’intelligenza emotiva, le capacità di problem solving e di leadership. Ad affermarsi, in questo nuovo panorama del lavoro 4.0, saranno quelle aziende che riusciranno a implementare nella propria filosofia il valore delle competenze umane in un sistema altamente digitalizzato, aperte alle innovazioni e veloci nel recepirle: per citare Charles Darwin, “Non è la più intelligente delle specie quella che sopravvive; non è nemmeno la più forte; la specie che sopravvive è quella che è in grado di adattarsi e di adeguarsi meglio ai cambiamenti dell’ambiente in cui si trova.”

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