Tanto tuonò che piovve. Sull’accordo Mercosur-Ue

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Roberto Lampa26 Luglio 2019

Nonostante i festeggiamenti, l’intesa tra Unione europea e Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay favorisce le economie del vecchio continente. Alla base c’è un trentennio di trasformazioni economiche regressive nei paesi latinoamericani

Tra scene di giubilo nei quartieri bene di Buenos Aires e San Paolo e la sostanziale indifferenza dell’opinione pubblica del vecchio continente, Mercosur e Unione europea hanno raggiunto un accordo politico sull’implementazione di un trattato bilaterale di libero commercio. Ventotto paesi dell’Unione Europea, da un lato, e quattro membri del Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay), dall’altro, si impegnano così a rimuovere i dazi all’importazione di merci e servizi provenienti da ciascuno dei due blocchi, oltre a uniformare regole sanitarie e fitosanitarie, gare d’appalto e disciplina della proprietà intellettuale.

La natura politica (dunque non ancora giuridica né vincolante) dell’accordo va sottolineata con molta attenzione, evitando di concludere semplicisticamente che ormai i giochi sono fatti. Al contrario, bisognerebbe prendere atto che al momento le chance che il lungo percorso intrapreso porterà effettivamente alla libera circolazione di merci tra i due blocchi continentali sono decisamente limitate.

In primo luogo, sul fronte europeo si sono già palesate diverse posizioni contrarie. La più importante è stata quella del governo francese, che tramite la propria portavoce ha chiarito che la Francia non sottoscriverà nulla con paesi che non abbiano aderito all’accordo di Parigi sul clima. Si tratta, a prima vista, di una stilettata mortale all’amministrazione Bolsonaro, i cui piani di distruzione dell’Amazzonia per destinare crescenti aree alla coltivazione di soja e cereali sono tristemente noti. In realtà, dietro l’ecologismo di facciata dell’amministrazione Macron si nasconde il vero nodo della questione: la protezione del settore agricolo francese, che si vedrebbe fortemente minacciato da un’invasione di prodotti a basso costo provenienti dal Sud America. Simili ragionamenti hanno motivato il no di Irlanda, Belgio e Polonia ma anche, sebbene sia passato sotto traccia, dell’Italia. Tre giorni fa infatti, facendo sfoggio di notevoli doti diplomatiche e raffinate abilità linguistiche, il ministro Centinaio ha espresso il no italiano al consiglio europeo dei ministri dell’agricoltura dicendo che firmare «equivarrebbe a puntarsi una pistola alla tempia».

D’altra parte, non vanno sottovalutate nemmeno le difficoltà che la cialtronesca accoppiata Macri-Bolsonaro avrà sul piano interno per far approvare quest’accordo. In Argentina, in particolare, esistono fondati motivi per dubitare che ciò avvenga. In primis, perché da qui a ottobre si sceglierà il nuovo presidente e, grazie alla sua catastrofica gestione, Mauricio Macri ha serie possibilità di non essere rieletto. In secondo luogo, perché anche qualora ottenesse la rielezione, Macri non disporrebbe della maggioranza in nessuna delle due camere del parlamento, che saranno chiamate a discutere e approvare l’accordo. Nell’uno come nell’altro caso, lo scoglio da superare sarebbe il peronismo che oggigiorno si ripresenta unito in una versione centrista e annacquata, ma che comunque mantiene una forte ostilità (culturale prima che politica) verso l’apertura commerciale e tutto ciò che possa danneggiare il lavoro e la produzione nazionale, retaggio autarchico del corporativismo Primo de Riverista e fascista che ha plasmato la dottrina economica e sindacale peronista sin dalle sue origini.  

Vale la pena, in ogni caso, scorrere velocemente i contenuti dell’accordo sin qui raggiunto per speculare sui possibili costi/benefici per ciascuno dei due blocchi regionali.

Tra i grandi beneficiari ci sarebbe senz’altro l’industria automobilistica europea. Attualmente, il Mercosur impone un dazio del 35% su tutte le auto importate, fatto che ha obbligato i vari gruppi automobilistici (persino quelli di lusso, come Audi, Bmw e Mercedes) ad aprire succursali in Argentina e, soprattutto, Brasile. Storicamente, si è trattato di una decisione mal digerita dalle imprese del settore perché la scala piuttosto modesta dei mercati Mercosur ha imposto di cercare di massimizzare la redditività degli investimenti attraverso la minimizzazione dei costi (più che aumentando il valore aggiunto), producendo una gamma di modelli specifici e a basso costo – i famigerati modelli Mercosur per l’appunto – che includono vere aberrazioni della tecnica automobilistica come le Fiat Duna e Palio o la Volkswagen Gol. L’accordo rappresenterebbe quindi un colpo mortale per il settore automobilistico del Mercosur, verosimilmente destinato alla scomparsa.

Simili dinamiche riguarderebbero in ogni caso anche il resto dei settori industriali, dall’elettronica al tessile, dato che la struttura dei costi europea è curiosamente (se si considerano le grosse differenze di salario) molto più competitiva di quella dei paesi Mercosur. Ciò varrebbe perfino per l’industria alimentare, come testimonia già oggi il fortissimo successo dei vini italiani low cost in Brasile (Lambrusco in testa) o delle conserve di pomodoro italiane in Argentina, nonostante i dazi. In quest’ultimo caso, oltretutto, i paesi europei beneficerebbero di un’importantissima clausola ottenuta nelle negoziazioni: la protezione di tutte le denominazioni di origine (Igp; Igt; Doc; Docg; etc.) contro il rischio di contraffazione. Ciò equivarrebbe a cancellare dai mercati Mercosur un’interminabile lista di contraffazioni locali, dal Parmesano e Reggianito argentini alla muzarela e Roquefort pampeani, dalla Bonarda ai vini de La Rioja fino alla pizza «napolitana» e la pasta. 

Un capitolo a parte sarebbe poi rappresentato dall’industria farmaceutica. L’Ue ha imposto il riconoscimento del proprio regime di brevetti e marchi registrati ai paesi del Mercosur. Per i prodotti farmaceutici questo significa che a differenza della situazione odierna nella quale le imprese Mercosur erano tenute ad attendere che scadesse il solo brevetto del farmaco per poi poterlo produrre, in futuro si dovrà rispettare anche il successivo brevetto del processo di produzione del farmaco, il che quasi raddoppierà la durata della protezione dei farmaci europei. In più, rimane un nodo irrisolto, potenzialmente in grado di cancellare dal mercato il grosso dei laboratori farmaceutici sudamericani. Sin qui, le imprese farmaceutiche del Mercosur non erano tenute ad applicare protocolli di sperimentazione per i farmaci riprodotti in loco ma semplicemente a dimostrare che erano equivalenti a farmaci già sperimentati altrove, ad esempio nella Ue. I negoziatori europei continuano però a insistere sull’obbligatorietà della sperimentazione anche nei paesi Mercosur. I fortissimi costi che ne deriverebbero equivarrebbero a togliere di mezzo ogni forma di concorrenza locale per l’industria europea.           

Più articolata sarebbe la situazione del settore servizi. Se da un lato i paesi Ue hanno ottenuto un’importantissima concessione cioè la piena apertura di tutte le gare d’appalto delle amministrazioni pubbliche del Mercosur alle imprese europee, dall’altro è possibile che alcuni specifici servizi del Mercosur, come la produzione di software, possano ricevere uno stimolo dall’accordo. Non si tratterebbe però di una maggior esportazione di servizi da parte dei paesi Mercosur, quanto di un’altamente plausibile delocalizzazione da parte delle grandi imprese del settore (Accenture sta già facendo da apripista), che approfitterebbero di personale qualificato e livello di tassazione estremamente ridotta, specie in Argentina.  

Infine, rimane da analizzare il settore primario che, vale la pena ricordarlo, non si limita ai prodotti agricoli ma anche ai minerali e all’industria estrattiva. È evidente che in questo caso il Mercosur avrebbe una serie di vantaggi rispetto all’Unione Europea, ferma restando l’ostilità francese che potrebbe verosimilmente tradursi in un sistema di quote massime, specie per prodotti come la carne ed il latte. Ma anche in questo caso, non va dimenticato che già oggi nella Ue i dazi doganali sono molto bassi (o inesistenti) per gran parte dei prodotti provenienti dal Mercosur come la maggioranza dei minerali, mangimi animali, semi per oli etc. Pertanto è piuttosto difficile immaginare enormi benefici derivanti dall’accordo, quanto piuttosto puntuali miglioramenti circoscritti a specifici ambiti del settore primario. 

La sommaria esposizione degli effetti strettamente economici del trattato Ue Mercosur sin qui sviluppata ci porta quindi a concludere che si tratterebbe di una sostanziale vittoria dell’Ue, che trarrebbe complessivamente enormi benefici e limitate perdite, localizzate nel settore primario.  

Viene quindi da chiedersi: che cos’hanno da celebrare Macri, Bolsonaro e perfino il socialista Evo Morales (quest’ultimo, presidente di un paese che non è nemmeno membro a pieno titolo, ma membro associato del blocco, in eterna lista di attesa per entrare)? 

Una risposta è possibile ripercorrendo brevemente la grande trasformazione, in termini regressivi, che ha caratterizzato le economie del Mercosur negli ultimi trent’anni ed il ruolo svolto dagli accordi del Mercosur in questo specifico senso.

Il peccato originale del Mercosur ricorda vagamente gli accordi di integrazione europea. Pensati in termini progressisti e figli di una visione multipolare del mondo, si sono ben presto trasformati nel loro esatto contrario: un formidabile vincolo esterno per imporre la disciplina di mercato sulle economie del continente e la loro trasformazione in senso neoliberale.

Le iperinflazioni brasiliana ed argentina di fine anni ottanta hanno infatti prodotto nel continente sudamericano l’abbandono delle vecchie ricette economiche strutturaliste – che avevano agito su scala locale in maniera non dissimile dalle politiche keynesiane in Europa dopo la Grande Inflazione del 1973 – oltre alla scomparsa della classe politica che aveva progettato il Mercosur.

Al loro posto, le nuove parole d’ordine della politica e dell’economia sono diventate ‘liberalizzazioni’ ed ‘apertura finanziaria e commerciale’.

In questo senso, sotto l’egida dei presidenti neoliberali Collor e Menem, la nascita del Mercosur Novanta al principio degli anni ha rappresentato un forte incentivo per la trasformazione del modello produttivo che è rapidamente passato dall’essere industriale e basato sulla sostituzione delle importazioni al tornare estrattivista ed agricolo, determinando un’ulteriore concentrazione della giá concentrata e latifondista proprietá fondiaria.

La centralità delle commodities nelle economie del blocco ha poi avuto un’ulteriore conseguenza nefasta. Quando nel 2003 si è assistito a un cambio nel ciclo politico che ha portato alle presidenze Lula e Kirchner, il prezzo delle materie prime era alle stelle e stava per iniziare quello che sarebbe stato ribattezzato super-ciclo delle commodities. Pertanto, i governi progressisti hanno sostanzialmente lasciato inalterato il modello produttivo (che anzi, nel caso brasiliano si è contraddistinto per una fortissima de-industrializzazione precoce) puntando alla redistribuzione delle risorse generate mediante le copiose e remunerative esportazioni del settore primario.

Al di là di una retorica che tendeva ad enfatizzare le radici bolivariane e legate all’idea della Patria Grande latinoamericana del processo di integrazione regionale, il Mercosur ha continuato nei fatti ad agire come un facilitatore delle trasformazioni neoliberali dei paesi membri in virtù della liberalizzazione finanziaria e commerciale che imponeva su di essi.

Due episodi bastano a dimostrare questa tendenza: in primis, la mancata implementazione del Banco del Sur, una specie di anti-Fmi che doveva soccorrere con prestiti in dollari senza condizionalità i paesi membri del Mercosur che si fossero trovati in crisi. In secondo luogo, il mancato soccorso del Brasile all’Argentina (suo partner commerciale strategico) durante la crisi da bilancia dei pagamenti che la colpì a fine 2011. Un aiuto di 30 miliardi di dollari avrebbe risolto per lunghi anni a venire la penuria di riserve argentina, una sciocchezza per il Brasile considerando i quasi 400 miliardi di dollari di riserve che aveva al momento dei fatti. Eppure, nessuna solidarietà è stata possibile tra i paesi membri, segno di una logica mercantilista e competitiva tanto interna quanto esterna al blocco. 

Su queste basi, è bene ricordarlo, nel 2013 si è arrivati alla riapertura del tavolo negoziale Ue-Mercosur proprio sotto l’egida di governi di segno popolare nei principali paesi membri.   

Con questo non si vuole in nessuna maniera sminuire il ruolo svolto dalle amministrazioni di  Macri e Bolsonaro ma fornire una base di riflessione per comprendere la dinamica che ha portato allo scenario attuale.

Alla base dell’accordo c’è un trentennio di politiche liberalizzatrici e di profonde trasformazioni in senso regressivo delle economie del Mercosur. Dalla ridefinizione degli attori sociali egemonici che ne è scaturita dipendono molti degli attuali problemi del blocco. In questo senso, Macri e Bolsonaro sono interpreti ed espressione delle nuove élites finanziarie e terratenientes, che nel loro complesso delineano una specie di feudalesimo finanziarizzato nelle odierne società latinoamericane a discapito di ogni progetto legato alla trasformazione produttiva in senso industriale ed inclusivo sul piano sociale.

Dietro la parola d’ordine del «tornare al mondo» di Macri e Bolsonaro, si cela in fondo un messaggio di modernizzazione accelerata dall’alto delle società sudamericane. Un messaggio pericoloso e perverso, che oggi come ieri riesce a sedurre ampi settori sociali e a determinare nefasti cicli elettorali. 

 *Roberto Lampa è professore di economia presso l’Università di San Martín di Buenos Aires. Si occupa di storia del pensiero economia .

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