Dieci monti (10). Monte Bianco 4810 mt.

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Alessandro Montanimontagna  13 luglio 2019

È strano che non mi venga in mente neppure una foto che mi immortali in cima al monte per me più importante, quello che in fondo è misura di tutto il resto. Solo cercando in casa dei miei genitori ho trovato qualche foto, ma in fondo non mi dispiace dovermi affidare prima di tutto alla memoria.

La mia storia con il Monte Bianco è molto lunga e, come mi è già capitato di scrivere, dopo averlo guardato dal basso, ho cominciato presto a girarci intorno. Avendo, appunto, iniziato a 8 anni a girarci intorno, è maturata presto la convinzione che prima o poi – possibilmente prima – vi sarei salito in cima.

Versante italiano del Monte Bianco visto dalla Testa della Tronche

Non si tratta di una cima come le altre. Non è semplicemente la cima più alta delle Alpi. Non è solamente il tetto d’Europa (va bene, c’è l’Elbrus, ma da queste parti fatichiamo a considerare il Caucaso come qualcosa di europeo). Non è solamente una montagna che ho cominciato a guardare a cinque anni e alla quale sono sentimentalmente legato. Il Monte Bianco è oggettivamente importante. La data di inizio dell’alpinismo è indiscutibilmente una, l’8 agosto 1786. Così, 200 anni dopo, insieme ad altre migliaia di persone, andai a festeggiare l’anniversario della prima salita a Chamonix. Ci posizionammo per vedere il momento dell’inaugurazione della statua dedicata a Michel Gabriel Paccard, il primo salitore insieme a Jacques Balmat. I miei lettori non appassionati di alpinismo devono infatti sapere che nel 1887 fu eretto un monumento che ritraeva Balmat che indicava la via di salita a Horace-Bénédict de Saussure, lo scienziato ginevrino che per molte ragioni può essere considerato l’ispiratore della prima salita, ma che mise piede sulla vetta insieme a Balmat solo nel 1787. Per varie ragioni – diciamo pure per vanterie di Balmat e Saussure – il medico Paccard finì, non diciamo dimenticato, ma a lungo fu ritenuto un peso morto trascinato in vetta dal cercatore di cristalli. La statua, 200 anni dopo, avrebbe dovuto rendere ufficialmente giustizia al medico. Ebbene, tolsero il velo e noi vedemmo le spalle del monumento. Alla sera un momento spettacolare fu l’illuminazione tramite dei bengala della via seguita da Balmat e Paccard. Mio fratello scattava foto. Dopo la trentaseiesima fotografia, che sarebbe dovuta essere l’ultima del rullino, sembrava che la macchina fotografasse ancora. Alcuni giorni dopo il mistero fu chiarito quando portammo la macchina dal fotografo per far sviluppare il rullino: il fotografo aprì la macchina e il rullino non c’era. Niente foto della schiena di Paccard.

1988: primo tentativo (ma io non c’ero). Nel 1988 in casa Montani giunse il momento per tentare la salita, ma fui considerato troppo giovane, così al Refuge du Goûter, andarono mio fratello e mio padre. Dopo una notte un po’ movimentata con andirivieni di cordate che provavano a partire nonostante il maltempo, al mattino rientrarono a valle.

1989: gloriosa conclusione del secolo breve. L’anno dopo ci fu un rimescolamento delle gerarchie, così diventai ufficialmente non solo quello che arrampicava meglio, ma anche il più instancabile destinato a fare da capocordata. L’obiettivo alpinistico dell’estate era stabilito senza alcun dubbio: Monte Bianco dal Col du Midi. Non dal Refuge des Cosmiques, perché era ancora in costruzione, ma proprio dal Col du Midi, dove avremmo dormito in tenda. Il progetto era talmente lucido che tenda e sacchi a pelo facevano parte del bagaglio portato in montagna fin dalla prima macchinata estiva.

Dunque io ero in formissima: 20 giorni consecutivi a 2000 metri, il mio primo enchainement, l’Aiguille d’Argentière e soprattutto l’entusiasmo di un diciassettenne nel 1989 che non si aspettava che tre mesi dopo sarebbe crollato il Muro di Berlino, ma che maturava alcune fondamentali scelte di vita e che aveva partecipato alle memorabili manifestazioni contro la mostra navale bellica a Genova pochi mesi prima.

Eccoci allora un pomeriggio intenti a scendere la sottile cresta dell’Aiguille du Midi e raggiungere dopo poco il camping più alto d’Europa. Prima di piantare la tendina, una Salewa acquistata anni prima come tenda da ghiacciaio e che finalmente utilizzavamo nel suo ambiente d’elezione, alzai lo sguardo verso la sud dell’Aiguille du Midi. Non servì salire troppo, bastò fermarsi a un primo tiro, il tetto della leggendaria Ma Daltonaperta da Michel Piola, ma salita in libera da Thierry Renault. Con il suo tetto di 7b+ era all’epoca la via più difficile del massiccio e nella mia testa era ben stampata la foto di Renault che saliva in canottiera. Ammirata Ma Dalton, con il suo caratteristico granito biancastro alla destra della fessura, ci mettemmo a sistemare la tenda, in parte protetta da uno dei molti muretti di ghiaccio eretti nei giorni precedenti da altri campeggiatori. Cominciò a nevicare, ma la cosa non ci preoccupò più di tanto, perché le previsioni davano bel tempo sicuro e anche se mio fratello era solo uno studente di fisica e non ancora un meteorologo, noi ponevamo già grande fiducia nelle previsioni.

Mio padre al campo base del Col du Midi

Il riposo – se così si può definire – notturno fu molto breve, prima di mezzanotte e mezza ci svegliammo e alle due partimmo. Dietro di noi c’era una cordata di inglesi, ma si teneva a debita distanza, lasciando a me il compito di battere la traccia nella neve fresca caduta poche ore prima. Sul pendio del Mont Blanc du Tacul osservammo uno strano fenomeno geometrico. Ogni volta che il pendio diventava più ripido, la corda che separava mio fratello da mio padre, che chiudeva la cordata, invece di diventare più lasca e toccare terra, si tendeva. Mistero.

Arrivati alla spalla del Tacul, come sicuramente molti dei lettori sanno, si scende di un centinaio di metri scarsi fino al Col Maudit, per poi riprendere la salita fino al Col du Mont Maudit, il punto più impegnativo della salita, che comunque superammo agevolmente, sia per le buone condizioni, sia perché eravamo sufficientemente abili da non impantanarci alla prima difficoltà. A proposito, gli inglesi continuavano a starsene dietro.

Alle 6 eravamo al Colle della Brenva: un’ottima andatura, anche non considerando la neve fresca. Si poteva ragionevolmente pensare di arrivare in vetta in un paio di ore. Il Colle della Brenva è uno dei posti più belli in cui trovarsi alle 6 del mattino, ammesso che il tempo sia bello. E il tempo era molto bello, insomma roba da scattare qualche fotografia. Questa volta però la macchina fotografica era rimasta in tenda. Pazienza, zaino più leggero ed evento storico per la famiglia affidato alle nostre memorie. Comunque, tanto per dare un’idea, qua sotto pubblico un paio di foto rubate dal web.

Se guardi verso l’Italia vedi il sole spuntare dalle parti del Monte Rosa (non vorrei avere un falso ricordo, ma mi sembra addirittura che quel giorno il sole fosse spuntato proprio tra il Rosa e il Cervino).

Colle della Brenva: il sole sorge sul versante italiano

Se guardi verso la cima, invece, per alcuni minuti la via sarà immersa in una luce incredibile.

Colle della Brenva: salita verso il Mur de la Côte e, dietro, verso la vetta

Ma torniamo a salire. Gli inglesi ci superarono, ma tanto ormai non c’era più neve fresca perché il vento non l’aveva fatta accumulare. Maledetti!

Lungo il Mur de la Côte e sulla lunga spalla finale rallentammo parecchio. Io praticamente non faticavo, mio fratello era pure lui tranquillo, ma mio padre aveva rallentato, perciò arrivammo in cima alle 9.

In cima al Monte Bianco provi una sensazione di sfericità, è come se percepissi la curvatura della crosta terrestre. Monti come il Mont Maudit, le Grandes Jorasses e le Aiguille Verte, sono là sotto, centinaia di metri più in basso, e li guardi quasi con sufficienza.

Vetta del Monte Bianco: puoi solo abbassare lo sguardo

Quando, al ritorno, ci ritrovammo al Col della Brenva, mio fratello ed io avevamo ancora qualche freccia al nostro arco, così molto rapidamente salimmo e scendemmo il Mont Maudit mentre mio padre ci aspettava. Al Col du Mont Maudit ce la cavammo bene anche in discesa, mentre una volta risaliti alla spalla del Mont Blanc du Tacul non ce la sentimmo di salire in vetta al terzo Quattromila. Finalmente al campo base, ci riposammo un po’, smontammo la tenda e, ahinoi, ci toccò risalire fino all’Aiguille du Midi. Brivido finale: io chiudevo la cordata e proprio sulla cresta, che come molti sanno non è per niente larga, a mio fratello scivolò dallo zaino la tenda. Lui non si accorse di niente, mentre io mi accucciai, la raccolsi e arrivai alla funivia con la tenda sottobraccio.

L’estate si concluse poi ancora nel segno del Monte Bianco, infatti ai primi di settembre con mio fratello e un’amica di Roma facemmo un mezzo Tour du Mont Blanc, in parte in tenda, in parte in rifugio. Memorabile il tappone da Tréléchamp al Rifugio Bellachat, quando nel tardo pomeriggio di una giornata senza una nuvola ci trovammo da soli in cima a Le Brévent, il posto migliore da dove ammirare le ultime luci sul Monte Bianco. Vent’anni dopo sarebbe cambiato il mio concetto di “tappone” al Giro del Monte Bianco, ma questa è un’altra storia.

1991: il più forte arrampicatore della Val d’Aosta. Il modo più fico di festeggiare la maturità non è l’interrail, bensì salire sul Monte Bianco con il proprio compagno di arrampicate e autostop a Finale Ligure. Fu così che a Dolonne, nel luglio del 1991, mi raggiunse Bracco. Io ero già ben allenato, lui arrivava da un campo in condizioni incerte. Dormimmo al Rifugio Torino e facemmo una traversata stupenda fino al Col du Midi. La luna non era piena, ma quella che c’era era sufficiente per illuminare a giorno il ghiacciaio. La lampada frontale era praticamente superflua mentre attraversavamo il Cinque Maudit. Sulla salita del Tacul però Bracco non si sentì tanto bene, così facemmo dietrofront, ad occhio e croce intorno ai 3900 metri. L’amarezza per la ritirata fu compensata dall’alba nel Cinque Maudit.

Io e Bracco rientriamo verso il Rifugio Torino. Dietro di noi Monte Bianco, Mont Maudit e, con la cima mozzata dal fotografo, Mont Blanc du Tacul con i satelliti
Io nello stesso punto. Senza piedi, ma con la cima del Tacul. L’occhio esperto riconoscerà a sinistra la Nord della Tour Ronde e alla mia destra il Grand Capucin

Passò un po’ più di un mese e fu di nuovo tempo per un altro tentativo. Con Bracco arrivò anche Corrado, altro compagno di scalate anche lui neomaturato, e il primo giorno loro due salirono la Pyramide du Tacul, mentre io li aspettavo a valle. Tornarono non prestissimo, dopo aver trovato la scalata più impegnativa del previsto.

Nella giornata di riposo ci fu un incontro destinato a rimanere nella mitologia della nostra amicizia.  Eravamo in giro per Dolonne e ci venne incontro un tipo vestito da arrampicatore che si rivolse a noi chiedendoci se avessimo visto un tale con cui doveva andare in Valgrisa (all’epoca “andare in Valgrisa” significava automaticamente “andare ad arrampicare”). Domanda non troppo bizzarra, se non fosse stato per la voce da tossico. I genovesi della mia generazione ricorderanno sicuramente “i tossici”, personaggi di Onde storte, programma radiofonico di Radio Liguria 1 che a 13 anni ascoltavamo di nascosto al lunedì sera: ecco, il tipo parlava proprio come loro. E infatti a un certo punto disse: “Eh, un tempo ero il più forte arrampicatore della Val d’Aosta, poi troppe canne”. Mantenemmo un aplomb notevole per la nostra gioventù e aspettammo che fosse a qualche metro da noi prima di scoppiare a ridere. Da allora io e Bracco, che dieci anni dopo sarebbe diventato il mio testimone di nozze, ci qualifichiamo spesso tra di noi come più forte arrampicatore della Val d’Aosta, più forte trailer di Castelletto e altre scemenze del genere.

Eravamo allenati, quindi gli addominali non si indolenzirono per le risate, e la sera dopo eravamo al Refuge des Cosmiques, che finalmente era stato costruito. Partimmo dal rifugio e ci bevemmo la spalla del Tacul, poi al Col Maudit facemmo un felice errore di itinerario. Anzi, ad essere sinceri fui io a commettere l’errore, visto che ero capocordata ed ero pure quello che avrebbe dovuto conoscere l’itinerario. Seguii una cordata che, invece di dirigersi verso il Col du Mont Maudit, andò a sinistra puntando più o meno verso il punto in cui si esce dalla Cresta Kuffner. Quando me ne resi conto era troppo tardi, così proseguimmo vicini al filo della cresta e, quasi in cima al Mont Maudit traversammo a destra su un pendio piuttosto ripido per poi raggiungere la vetta. Felice errore, come ho già scritto, perché perdendo pochissimo tempo avevamo già salito una vetta.

In nero la via normale che conduce al Col du Mont Maudit (si vedono numerose cordate); in rosso ho segnato la via che più o meno abbiamo seguito noi

Dopo il Colle della Brenva rallentammo un po’ l’andatura, comunque arrivammo presto in vetta, sicuramente in meno delle sette ore impiegate due anni prima e inserendoci anche la salita al Maudit. Tostissimi, i migliori alpinisti della Val d’Aosta!

1994: maltempo, crepacci, jettatori. Ho scritto 1994, ma non sono del tutto sicuro, potrei sbagliarmi di un anno.

Dopo due salite per la via dei 3 monti, venne voglia di provare un’altra delle vie normali di salita, cioè quella italiana dal Rifugio Gonella. La via aveva sempre incusso un certo timore perché più complicata come itinerario e molto lunga con i suoi 1800 metri di dislivello dal rifugio alla vetta.

Io e mio fratello non eravamo mai stati neppure al rifugio e la salita mi piacque molto con il suo lungo ghiacciaio ricoperto di pietre, un tipo di ambiente che amo particolarmente.

Al Rifugio c’era un certo movimento perché c’era un gruppo di militari della Scuola Militare Alpina di Aosta che avrebbe dovuto prestare giuramento il giorno dopo in vetta al Bianco. In un’altra puntata ho già parlato del potere iettatorio di questi soldati. Il tempo non era bellissimo, perciò per tutto il pomeriggio seguimmo gli scambi radio in cui si discuteva di condizioni e previsioni atmosferiche, fino a quando fu dato l’ordine che i militari non sarebbero saliti e avrebbero prestato giuramento il mattino seguente sul ghiacciaio. Mio fratello ed io decidemmo invece di tentare la salita. Alla sera in rifugio i militari si comportavano come ci si aspetterebbe che facciano dei soldati che il mattino dopo non devono più fare ciò che era previsto. In altre parole, facevano un po’ troppo casino. Dalla camerata vicina a quella in cui dormivamo noi e un’altra cordata composta da un prete con due amici si sentivano interessantissimi discorsi riguardanti i tarzanelli e a un certo punto il prete, un po’ seccato, alzò la voce e con parole non proprio da monsignore, li redarguì commentando che i disturbatori avevano sempre sulla bocca una certa sostanza prodotta dal nostro corpo. I militari si tranquillizzarono, ovviamente dopo aver replicato con espressioni all’altezza della situazione.

Il ghiacciaio era estremamente crepacciato e costringeva a un percorso piuttosto tortuoso. A un certo punto, dopo un’oretta di salita ci trovammo davanti a un ponte impressionante. Pensammo a lungo, poi decidemmo che non ce la sentivamo. In quel momento arrivò la cordata con il prete, che, più fiduciosa o più imprudente di noi, passò. Non li imitammo e scendemmo al rifugio.

Per fortuna il tempo restò coperto tutto il giorno, così l’alibi del meteo avverso ci aiutò a mascherare la nostra mancanza di temerarietà.

Dopo aver riposato qualche ora al rifugio, scendemmo a valle, raggiungendo i militari proprio nel momento in cui stavano per sostenere il giuramento. Arrivò in elicottero un generale o quel che era e restammo a guardare e ad ascoltare un discorso che a noi obiettori di coscienza sembrò inevitabilmente ridicolo e irritante.

La mia ultima salita risale al 1996. La condizione fisica non era granché. Stavo svolgendo l’anno di servizio civile e non ero stato in montagna a lungo come negli anni precedenti. Certo, avevo fatto un giro di alcuni giorni nelle Dolomiti, ma avevo tenuto un ritmo molto tranquillo. Oltre che con mio fratello, ero con mio padre e con Alessandro, un amico più giovane e meno esperto che negli anni seguenti sarebbe diventato invece molto più forte di me.

Di nuovo dormimmo al Cosmiques. Si fa per dire che dormimmo, perché non mi appisolai neppure un minuto e feci avanti e indietro tra stanza e bagno a cercare di liberarmi dell’aria che mi gonfiava. La salita fu all’altezza della notte, cioè molto faticosa. Mio fratello dopo il Colle della Brenva si fermò, mentre noi continuammo, ma ricordo che dopo il Mur de la Côte, ogni volta che mi fermavo per tirare il fiato, mi sedevo sulla piccozza e mi addormentavo. Comunque ce la feci e almeno questa volta una foto di vetta la rimediai.

Con Alessandro in cima al Monte Bianco

Al ritorno a Courmayeur c’era per la prima ad attendermi anche Monica, che poi anni dopo mi avrebbe atteso molte volte non dopo essere salito in cima, ma dopo aver girato intorno al Bianco nel minor tempo possibile.

Il versante francese: da sinistra a destra Mont Blanc du Tacul, Mont Maudit, Monte Bianco, Dôme du Goûter

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