TARANTO SI PUÒ SALVARE?

dal blog http://www.labottegadelbarbieri.org/

6 Dicembre 2019Redazione

Un altro dossier (*) su ArcelorMittal, ex Ilva, catastrofi (e bugie) annesse

Taranto , allegoria d’Italia?

di Doriana Goracci

TARANTO ALLEGORIA D’ITALIA: ho sentito questa frase al tg3 in cui veniva intervistato brevemente Girolamo De Michele sull’ Ilva; non conoscevo nè lui nè il suo recente libro “Le cose innominabiliTaranto oh cara…

Il 7 novembre 2019 ha pubblicato su  Wu Ming A Taranto nemmeno i morti sono al sicuro. Su Ilva/AlcelorMittal e lo pseudo-dibattito in corso.

Nell’articolo, per me da leggere tutto, cita le inchieste di Antonio Cederna del 1972:«Una città disastrata, una Manhattan del sottosviluppo e dell’abuso edilizio, tale appare Taranto allo sbalordito visitatore. Stretta nella morsa della speculazione privata e di un processo di industrializzazione che si realizza al di fuori di qualsiasi piano di interesse generale, essa può ben essere presa a simbolo degli errori della politica fin qui seguita per il Mezzogiorno».

Cita il romanzo “La dismissione” di Ermanno ReaWalter Tobagi del 1979: «l’Italsider assicura una discreta quota di benessere medio, ma non ha determinato quel decollo della regione che molti speravano quando si gettarono le fondamenta di questa cattedrale della siderurgia. Le spiegazioni sono tante: mentre cresceva la fabbrica nuova, decadevano i cantieri navali e l’arsenale, che furono la prima base industriale della città»…

E continua così: La crisi a venire era anticipata ed esemplificata dalla figura dell’imprenditore Emilio Riva, ex venditore di ferro usato che svolazzando per il mondo alla ricerca di impianti in via di fallimento ha costruito un impero industriale. Allo stesso tempo, le navi liguri che trasportavano l’acciaio prodotto a Taranto, riterritorializzando altrove non solo i flussi di ricchezza della produzione, ma anche del trasporto, facevano segno a una feroce fuga dei cervelli, a una costante sottrazione dell’intelligenza collettiva jonica, alla quale piccole realtà militanti ed ecologiste locali, talora anch’esse contrassegnate dal va-e-vieni dei fuorisede, cercano di porre rimedio. La Fabbrica – Italsider Ilva ArcelorMittal – ha costituito per Taranto una sorta di Alien che, mentre la teneva in vita, le succhiava ogni risorsa vitale, fino a ucciderla. Avvelenandone non solo l’aria, con emissioni e polveri, e il sottosuolo, con scarichi dei quali tutt’ora si sa poco – come l’affiorare di catrame alla gravina Leucaspide, o le misteriose emissioni di gas nelle scuole del rione Tamburi –; ma anche devastandone la struttura sociale, e imponendosi come la tetra forma mentale di un destino al quale non si può sfuggire. Un mostruoso impasto organico di metalli e carni umane che attira le vite al proprio interno e chiede, come un moderno Minotauro, un tributo di morte in tumori e leucemie, che invade con le proprie metastasi i corpi, saturando di polveri sottili bronchi e polmoni. È il prezzo pagato al mito del progresso e al Moloch lavorista che vuole il senso della vita coincidere con l’alzarsi tutte le mattine per andare a lavorare, fare i turni, e andarsene a casa con un salario che ti costringe il giorno dopo a tornare in fabbrica. Per crepare, se sopravvivi a quelli che ormai nessuno chiama più «omicidi bianchi», sputando veleno o agganciato ai tubi delle flebo e alle fiale di morfina. Non serve essere semiologi o sociologi, allora, per capire che la crisi dell’Ilva-Arcelor Mittal è tutta interna al modello del valore-lavoro, del «lavoro bene comune», del paradigma lavorista novecentesco che è incapace di pensare la vita autonoma dal lavoro salariato. Non serve essere fini analisti per capire il perché non solo della compromissione con la fabbrica di partiti e politici chiara filiazione padronale – dalla vecchia DC alla moderna Lega di Salvini –, ma anche della subalternità di quei politici, partiti e sindacati «di sinistra» – da Vendola alla FIOM, da Bersani a Landini e Cremaschi – legati a doppio filo al modello lavorista e industriale.”

Lui è nato a Taranto, vive però a Ferrara, è nato fra le diossine di una città del Sud e vive fra le emissioni nocive di una città del Centro-nord in una nazione a sud dell’Europa; non fuma per non fornire alibi futuri. Ha scritto narrativa e saggistica pubblicando diversi libri fra cui “Tre uomini paradossali”, “Scirocco”, “La scuola è di tutti” e “Filosofia. Corso di sopravvivenza”. È redattore di Carmilla, e-magazine diretto da Valerio Evangelisti, tra i piú seguiti nel web (www.carmillaonline.com). Scrive di filosofia e critica letteraria su diversi giornali, e ha pubblicato saggi di filosofia e ricerca storica , ultimamente ha pubblicato “Le cose innominabili”. Si racconta di Emma Battaglia, che Taranto ce l’ha nel sangue: come patologia forse causata dalla polvere del grande siderurgico che scontorna i margini delle cose, colora di rosso le tombe al cimitero e si deposita nei polmoni. Emma, il suo male, l’ha chiamato la bestia. Del resto le parole sono importanti. Lo sa bene lei che è insegnante in un liceo e nel tempo libero fa la maestra a ragazzini che altrimenti imparerebbero solo dalla strada. Ma a furia di fronteggiare la bestia in agguato si finisce per vedere il mondo in modo diverso, e da una prospettiva obliqua. Così Emma osserva il terremoto che scuote gli equilibri di potere ai piedi della fabbrica. Omicidi di un commercialista con entrature importanti e la guerra tra i clan del crimine organizzato hanno precipitato Taranto nel caos. Persona casualmente informata dei fatti, vittima di tradimenti passati che proiettano la loro ombra fino a oggi, la professoressa battaglia si ritrova a ricordare, a intercettare pettegolezzi, a parlare con sbirri che dovrebbero investigare e con testimoni che credono di aver visto. Nella città dei veleni la polvere non solo contagia, ma distorce, annebbia e confonde. Autore di culto del noir italiano, Girolamo de Michele scrive un poliziesco dalle mille voci, una commedia umana in cui indagine si frantuma in un infinito gioco di specchi e la scoperta della verità non coincide col fare giustizia. Racconta di un Sud che continua a dire delle vergogne del paese intero: del profitto che vale più della vita, della catastrofe ambientale sulla pelle dei poveri cristi, dei gattopardi di sempre travestiti da nuovi padroni, di o di at or i da social network, di sindacalisti corrotti, questurini corrotti, politici corrotti. Perché il veleno più subdolo è quello che guasta il cuore e la mente…

Concludo con le parole di Girolamo de Michele che condivido totalmente: “Eppure, non c’è formazione o leader politico che non abbia, non importa con quale buon uso della lingua italiana, recitato il mantra del «Taranto non può vivere senza la Fabbrica».Un mantra che fa di Taranto un luogo neutro e vuoto, una volta cancellato il tributo di sangue e tumori pagato dai tarantini. Un mantra che, con un’altra capriola logica, predica la ricerca del bravo imprenditore che risanerà la Fabbrica, o del buono e bravo Stato che, nazionalizzandola, la risanerà: ignorando la sostanza dell’imprenditoria orientata solo al profitto, o l’incapacità di una pianificazione industriale, pubblica o privata che sia, di lungo periodo.Nel quale, peraltro, i tarantini saranno probabilmente tutti morti, e sepolti in un cimitero nel quale le lapidi sono rosate, perché le bianche si tingono subito della polvere rossa della Fabbrica: come in un incubo benjaminiano, neanche i morti sono al sicuro, a Taranto, se questo nemico non smette di vincere.”

Tocca guardare su you tube com’era Taranto con i suoi stabilimenti balneari, già a Taranto c’è il mare.

il post di Doriana Goracci con tutti i video le foto e i riferimenti lo trovate qui https://www.agoravox.it/Taranto-allegoria-d-Italia.html

#SAVETARANTO

E’ giunto il momento di salvare Taranto. Cittadini e lavoratori uniti. Abbiamo deciso di diffondere tutti insieme questo video tenero e toccante, una testimonianza commuovente di forza morale e di dignità.

Invitiamo i giornalisti e tutti gli amici che ci seguono di dare il giusto risalto a questa testimonianza che viene da Taranto, dalle sue persone e che vuole parlare a cuore delle altre persone.

Alessandro Marescotti, presidente di PeaceLink

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