REWILDING: UNA SOLUZIONE BASATA SULLA NATURA

Dal blog https://extinctionrebellion.it/

01 Feb 2020 – A cura del Gruppo Nazionale Scientifico di XR Italia

Quello compreso tra 2020 e 2030 è stato dichiarato dalle Nazioni Unite il “Decennio del ripristino ecologico”. In tal senso, numerose associazioni ambientaliste e orientate al Rewilding hanno fatto notare come il cosiddetto “Green Deal per l’Europa”, per essere credibile, dovrebbe porre molta più enfasi sulle soluzioni basate sulla natura e sul recupero degli ecosistemi su larga scala come chiavi per mitigare l’attuale emergenza climatica ed ecologica. Tuttavia i decisori politici spesso sono diffidenti rispetto a questo tipo di interventi, che richiedono la conservazione e il recupero degli ecosistemi; talvolta sono apertamente ostili. In questo articolo spieghiamo cosa si intende per Rewilding, e perché ha il potenziale di mitigare in modo significativo i cambiamenti climatici e invertire il declino della biodiversità.

Partiamo da una considerazione sul tema “clima”: spesso si dice che l’Unione Europea ha ormai una economia de-industrializzata e quindi contribuisce “direttamente” (cioè tramite i suoi cicli produttivi) in modo marginale alle emissioni climalteranti attuali; tuttavia il nostro impatto è molto più elevato se consideriamo “a nostro carico” le emissioni dei paesi in via di sviluppo (Cina in testa) dovute alla produzione delle merci che noi importiamo per mantenere il nostro altissimo livello di consumo pro capite, nonché il nostro passato che ci ha fatto accumulare un enorme debito ecologico1. Per bilanciare è necessario che l’Europa investa non solo nella riduzione delle emissioni “dirette” e nell’efficientamento energetico, ma anche sul riassorbimento dei gas climalteranti emessi altrove “per conto nostro”.

In questo contesto grande importanza hanno gli interventi di restauro e conservazione degli ecosistemi.

Infatti, secondo un rapporto del 2017 sulle soluzioni basate sulla natura al cambiamento climatico2, il ripristino di ecosistemi naturali che sequestrano naturalmente il biossido di carbonio come foreste, praterie, fondali marini, habitat costieri e, in particolare, zone umide, potrebbe fornire almeno il 37% della riduzione dei gas climalteranti necessaria per mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C nel 2030. Tuttavia, solo una minima parte degli investimenti per contrastare il cambiamento climatico è attualmente destinata a questo tipo di soluzioni.

In Europa in particolare, bisognerebbe ripristinare il più possibile le zone umide (come paludi, torbiere, bacini idrici) e mettere in atto una migliore gestione dei boschi.

Frans Schepers, Managing Director di “Rewilding Europe”, ha affermato che “il Green Deal europeo dovrebbe riconoscere la rinaturalizzazione come un approccio innovativo e benefico sia per la natura che per le persone. Non si tratta semplicemente di piantare alberi su larga scala, misura tecnica già presente nel Green DealLa rinaturalizzazione ha una sua specificità e i suoi principi, e si distingue da altri approcci di conservazione3.In particolare il rewildinge i suoi principi possono essere utilizzati per affrontare sia l’emergenza climatica che la grave perdita di fauna e flora selvatica.

Ma cosa significa rewilding?

In italiano si traduce con “rinaturalizzazione” che, tuttavia, non rende piena giustizia al termine originale, che deriva da “wilderness”, reso spesso in italiano con “natura selvaggia, originaria”.

In linea generale, si tratta di ripristinare ampi ecosistemi artificializzati mediante azioni che mettano l’ecosistema stesso nelle condizioni di evolvere poi autonomamente, senza bisogno di ulteriori interventi di gestione. In pratica, ripristinare la piena funzionalità dei “servizi ecosistemici”4 da cui dipende la nostra stessa vita.

Secondo questa visione, la conservazione della natura, una volta che siano state ripristinate condizioni il più possibile simili allo stato originario, dovrebbe essere lasciata in gran parte alla natura stessa. Gli ecosistemi non andrebbero cioè gestiti, alla stregua di un grande giardino o di un acquario, come spesso si pretende invece di fare.

Alcuni esempi

Ogni luogo ha la sua storia, i suoi vincoli e le sue opportunità. Progettare interventi di questo tipo, orientati al rewilding, richiede quindi esperienza e notevole elasticità mentale: significa prendersi il tempo per conoscere in maniera approfondita i luoghi, la loro storia, il contesto ambientale e sociale, chi ci vive, eccetera. Significa anche fare i conti con bilanci in costante diminuzione, e con decisori politici che tagliano sui provvedimenti di restauro e conservazione degli ecosistemi, nonché tolgono vincoli ambientali perché li ritengono (erroneamente) meno remunerativi nel breve periodo.

Uno degli interventi di “rewilding” più popolari e di successo è stata la reintroduzione di grandi mammiferi localmente estinti, magari da secoli, come il Bisonte in varie parti d’Europa, oppure il cervo ed il Capriolo in Appennino, o ancora il lupo nel parco di Yellowstone (N.B. la recente diffusione spontanea del Lupo in tutta Europa è il risultato di efficaci misure di protezione e dell’incrementata disponibilità diprede, non di reintroduzioni volontarie). La ragione è che questi grandi mammiferi sono degli elementi chiave per il funzionamento degli ecosistemi di cui fanno parte, cosicché la loro semplice presenza mette in moto una serie di dinamiche, talvolta impreviste, capaci di rendere più equilibrato e resiliente l’ecosistema. Per esempio, i grandi erbivori sono indispensabili per una crescita equilibrata della vegetazione, mentre i grandi carnivori sono indispensabili sia per evitare che gli erbivori diventino troppi (in relazione alle risorse disponibili), sia per limitare il rischio di epidemie fra di essi.

Comunque, anche se la reintroduzione di grandi mammiferi ed uccelli (come gli avvoltoi) sono interventi spesso utili, talvolta necessari, non sono gli unici e spesso neppure i più urgenti.

Un campo d’azione vastissimo in tutta Europa ed in una gran parte del resto del Pianeta è quello delle zone umide.Gli ambienti acquatici, come stagni, pozze e ruscelli, sono praticamente scomparsi su interi continenti ed anche i grandi fiumi o i laghi cominciano a soffrire di carenze idriche croniche. Il poco che rimane di questi ambienti è poi sotto assedio per l’inaridimento del clima, ma ancor più per l’inquinamento e per la sempre più feroce caccia allo sfruttamento commerciale, urbanistico, industriale ed agricolo di qualunque sia pur minima risorsa residua. Un dramma particolarmente grave perché questi ambienti, anche quando molto piccoli, costituiscono un volano incredibile per la flora e fauna selvatiche, e sono inoltre ecosistemi estremamente efficienti nel sequestrare CO2. Moltissimi animali terrestri hanno infatti bisogno dell’acqua per riprodursi, per bere, per la vegetazione unica che cresce dove stagna o scorre l’acqua, per proteggersi dagli incendi e dal caldo.

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Per quanto modesto sia il vostro giardino o piccola la terrazza, provate a metterci dell’acqua e, come per magia, vedrete arrivare insetti ed altri animaletti che non avete mai visto prima.

Ripristinare raccolte d’acqua anche temporanee, oppure togliere cemento dalle rive di un canale sono interventi di “rewilding” magari poco appariscenti, ma molto efficaci.Anche molto difficili perché osteggiati in nome della sicurezza, delle zanzare e di una miriade di altre ragioni, spesso del tutto pretestuose.

Circa il 40% d’Europa è coperto da boschi, una buona percentuale, ma si tratta quasi esclusivamente di formazioni molto giovani o di piantagioni che poco o punto hanno a che fare con le foreste di un tempo. Anche in questo caso, si possono di molto incrementare la resistenza e la resilienza nei confronti di tempeste, incendi e parassiti, oltre che la capacità di questi ambienti nel sequestrare carbonio mediante una serie di interventicome il diradamento selettivo (condotto con criteri opposti a quelli dei tagli commerciali correnti), la piantumazione di specie arboree localmente estinte o molto rare, la realizzazione di piccole zone umide, la reintroduzione e/o protezione dei grandi carnivori, la completa soppressione di ogni sostegno alle popolazioni di cinghiale e altri ungulati5. Per non dimenticare la chiusura delle strade che penetrano oramai in ogni più remoto recesso.

Tra gli altri esempi di importantissimi ambiti ecologici da rinaturalizzare non possiamo dimenticare i corsi d’acqua, spesso banalizzati al ruolo di “canali per il trasporto idrico” quando non addirittura a quello di “fogne a cielo aperto”. I fiumi sono in realtà ecosistemi estremamente fragili e complessi, che ospitano numerosissime forme di vita e che mettono in comunicazione tra loro gli ecosistemi(sono cioè corridoi ecologici fondamentali per evitare gli effetti deleteri della frammentazione territoriale sugli ecosistemi). Se compariamo il loro alveo passato (osservando le prime foto aeree disponibili, quelle del 1954) con quello attuale ci rendiamo conto di quanto sono stati modificati dall’azione antropica (espansioni urbanistiche, coltivazioni, realizzazione di infrastrutture, etc.). I margini di intervento in questo senso sono amplissimi.

Altro ambito di intervento particolarmente promettente è quello del contrasto alle specie invasive provenienti da altre zone del Pianeta. L’introduzione di queste specie è attualmente una delle prime minacce per la biodiversità.Le specie alloctone invasive proliferano con maggior facilità in ambienti molto semplificati (per esempio lungo le arginature dei fiumi, soggette a sfalci continui, anche quando non necessari ai fini della sicurezza idraulica), e degradati dall’uomo, quindi rinaturalizzare tali ecosistemi consentirebbe di limitare l’espansione incontrollata di alcune di queste specie6.

Molte altre cose è possibile fare, anche con poco. Per fare un solo esempio, i campi incolti, lungi da essere inutili pezzi di terreno improduttivi,sono un tipico esempio di “micro-rewilding”.

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Lasciare che un ecosistema del tutto artificiale come un campo evolva liberamente è non solo un esperimento appassionante da seguire negli anni, ma anche un modo semplicissimo per proteggere efficacemente una vasta gamma di specie di animali, vegetali, funghi, ecc. Chiunque può farsene un’idea andando a cercare piante, insetti e piccoli uccelli in un terreno incolto da anni ed in un campo coltivato lì accanto. Non a caso, in permacoltura, si richiede di avere in ogni azienda una “zona 5”: vale a dire una zona in cui non si fa assolutamente nulla, al massimo si osserva cosa ci succede.

Problemi e pregiudizi.

La rinaturalizzazione, anche se parziale, consente solitamente di ridurre le spese ed i rischi, aumentando nel contempo l’efficienza e la resilienza degli ecosistemi.Anche la specie a cui apparteniamo ne trae beneficio, sotto forma di un miglioramento dei citati “servizi ecosistemici” che spaziano dalla fornitura di risorse rinnovabili, al disinquinamento; dalla disponibilità di acqua dolce e di aria respirabile ad un clima vivibile, fino all’ispirazione artistica e spirituale. Perché dunque tanto spesso i progetti di rinaturalizzazione si scontrano con l’ostilità delle autorità e di parte della popolazione? Ci sono diversi motivi.

Innanzitutto, anche se spesso i risultati sono eccellenti, talvolta sorgono anche dei problemi. Per citare una situazione reale, che è stata usata anche da chi voleva ridurre l’area protetta del Parco Regionale della Lessinia, è innegabile che le popolazioni di cinghiale e talvolta di capriolo sono cresciute troppo e cominciano a fare dei danni. Tuttavia, la causa della crescita della popolazione di cinghiale non è nel “rewilding”, ma semmai nel fatto che si continua ad intervenire per mantenere sbilanciato il sistema. Da un lato, infatti, le popolazioni di cinghiale sono sostenute con nuove introduzioni e, soprattutto, con somministrazioni di cibo da parte dei cacciatori. D’altra parte, la popolazione di lupi è ancora troppo esigua per contenere quelle di cinghiale e vi sono forti opposizioni alla reintroduzione di altri due grandi predatori: la lince e l’orso (anzi, in alcune zone dove ci sono li vogliono eliminare). D’altro canto, è anche vero che una densità di predatori adeguata alla popolazione di cinghiale porrebbe dei problemi agli allevatori e questo ci indica quale sia il limite della possibile rinaturalizzazione del territorio. Per funzionare del tutto autonomamente, ecosistemi come le foreste e le praterie hanno bisogno di grandi spazi e di tempi lunghi: due cose che in un mondo follemente sovrappopolato scarseggiano.

Un altro pregiudizio che si frappone all’idea del rewilding è l’immagine che dipinge il mondo naturale come una specie di salotto o zoo, con tanti animaletti “carini e coccolosi”, ma senza “brutte cose” come serpenti, zanzare e niente altro che possa turbare. Soprattutto senza cose orribili come dei lupi che “sbranano Bambi” e minacciano “Cappuccetto Rosso”, o altri animali che osano trovarsi in cima alla catena alimentare.

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“Gli animali mi vanno bene se stanno a casa loro” è una frase tipo, solo che poi si scopre che l’umanità ha ormai alterato significativamente oltre il 75% della superficie terrestre e sfrutta a fondo tutto il resto. Dove sarebbe dunque “casa loro” se non negli interstizi di “casa nostra”? Liberare spazi per salvaguardare anche le altre forme di vita potrebbe essere una strategia per risolvere la questione; dobbiamo uscire dalla logica dello sfruttamento e entrare in quella della cura e della protezione, come propone ad esempio l’iniziativa di protezione “Half Earth Project” 7.

Al di là di tutto ciò, l’ostacolo principale è infatti che alcune persone al potere percepiscono la rinaturalizzazione del territorio come un “tornare indietro” rispetto al fulgido e sempiterno progresso (le Leopardiane “magnifiche sorti e progressive dell’umana gente”) che si immaginano essere un ineluttabile destino dell’Uomo. Pensare di ridurre, anziché accrescere la nostra presenza ed il nostro controllo sul territorio è percepito da alcuni quasi come un delitto di “lesa maestà”; credono ancora nell’idea assurda che come umani siamo in diritto di dominare una natura che esiste solo per il nostro beneficio.

Peccato che la nostra esistenza dipenda invece dalla buona salute di quella “vita selvaggia” (wilderness, in inglese) che tanto spaventa e repelle alcuni.Eppure, dopo secoli in cui abbiamo cercato vantaggi e sicurezza nell’accrescere il nostro controllo sul mondo, ci stiamo rendendo tardivamente conto che per controllarlo lo stiamo distruggendo. Non solo: ci stiamo rendendo conto che possiamo fare molte cose per ridurre i danni che facciamo, ma nessuna tecnologia alla nostra portata potrà mai essere sufficiente, da sola, ad evitare il peggio. Ecco quindi che fare spazio e lasciare che gli ecosistemi si evolvano e si adattino a modo loro è anche la strategia più utile che possiamo mettere in campo per la nostra stessa salvezza e sopravvivenza.

Alla fine, il barlume di speranza che ancora abbiamo dipende interamente dal fatto che come umani non abbiamo il controllo del mondo e possono quindi accadere cose che non possiamo prevedere, la natura può ancora stupirci in modi inaspettati, bisogna solo lasciarla fare.

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  1. Articolo su Wikipedia 
  2. https://www.pnas.org/content/114/44/11645 
  3. Per questo le organizzazioni di rinaturalizzazione di 15 diversi paesi europei, riunite sotto il gruppo “Rewilding Europe”, chiedono un’Europa più naturale e l’inclusione della rinaturalizzazione nel Green Deal europeo e nella “Strategia comunitaria per la biodiversità post-2020” in questo appello pubblico 
  4. Link all’articolo di Extinction Rebellion Italia 
  5. Cosa che comporterebbe un superamento della “capacità portante” del territorio in cui vivono, ovvero la capacità dell’ambiente di sostenere un certo numero di individui. 
  6. Con il termine specie alloctone ci si riferisce a specie (vegetali e animali) introdotte dall’uomo in ambienti dove non sarebbero mai arrivate in modo spontaneo e che si diffondono con enorme rapidità a danno delle specie già presenti. Risultato: la perdita di biodiversità e l’eccessiva semplificazione degli ecosistemi, che di conseguenza offrono un minor numero e/o una minore qualità di servizi ecosistemici rispetto alla situazione precedente all’invasione biologica. E’ un tema particolarmente difficile anche perché, di solito, quando ci si rende conto che c’è un problema è anche troppo tardi per intervenire efficacemente.Spesso, si riescono a limitare i danni proprio aumentando il grado di naturalità degli ambienti sotto stress, ma anche in questo caso occorre vedere caso per caso. 
  7. https://www.half-earthproject.org/ 

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