Eni, lo Stato parallelo

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Antonio Tricarico Alessandro Runci 19 Marzo 2021

Come mostra il protocollo riservato con la Farnesina e alcune indagini in corso sul suo operato in giro per il mondo, in un sistema-paese benedetto dai fossili quella del cane a sei zampe è molto più di un’azienda

Dopo un silenzio durato fin troppo a lungo, da un po’ di tempo si è tornati a parlare di Eni. La distrazione collettiva ha permesso alla principale multinazionale italiana di continuare a sfruttare territori in Italia e nel mondo, causando danni irreparabili, senza che questo turbasse più di tanto l’opinione pubblica. Complice, anche, la censura mediatica che tuttora coinvolge buona parte dei quotidiani nazionali. 

Le comunità che abitano i territori aggrediti dal gigante petrolifero – dalla Val d’Agri a Capo Delgado (Mozambico) fino al Delta del Niger – hanno continuato a resistere, non senza difficoltà, facendosi granelli di sabbia tra gli ingranaggi di quella mega-macchina che è Eni. Poi, d’improvviso, si è aperto uno squarcio. Merito soprattutto dei milioni di giovani che si sono presi le strade di tutta Italia, rivendicando il loro diritto a un futuro in un pianeta sano. Non ci è voluto molto affinché identificassero in Eni il loro nemico numero uno, emblema del modello fossile e dunque causa del collasso ecologico dentro cui abitiamo. Mobilitazioni, azioni dirette, campagne di pressione sono riuscite a inceppare un meccanismo che sembrava inarrestabile, producendo un corto circuito tanto necessario quanto inaspettato. 

Persino un gigante come Eni, che della sfrontatezza ha fatto un marchio di fabbrica, è dovuto correre ai ripari avviando in fretta e furia un’imponente strategia di greenwashing. Un piano composto da diversi elementi: una nuova vision, interminabili spot pubblicitari, partnership con Eataly o con il Politecnico di Torino, ingresso nelle scuole, sponsorizzazioni di ogni tipo, fino ai chimerici progetti di cattura dell’anidride carbonica. Cambiare tutto perché nulla cambi davvero, sembra essere l’assioma da cui muove la cosiddetta transizione ecologica diretta dall’alto. Ma basta sporgersi al di là di questa cortina di fumo, per cogliere l’essenza di Eni e dunque il suo obiettivo: aumentare la produzione di petrolio e gas nei prossimi anni, incurante delle conseguenze e pronta a neutralizzare il dissenso, con ogni mezzo.  

Due considerazioni sono importanti a questo riguardo. La prima, pacifica, ha a che fare con la natura di Eni, una multinazionale del petrolio che (giustamente) percepisce il superamento del modello fossile come una minaccia alla sua stessa esistenza. Uno degli indicatori chiave della performance finanziaria delle compagnie petrolifere è proprio la loro capacità di rimpiazzare i barili prodotti con nuove riserve. Dalla necessità di mantenere un elevato «tasso di sostituzione» deriva quella di continuare a mettere mano su nuovi giacimenti, in aree ancora più remote e fragili, come l’Artico, o in acque profondissime, come quelle del Golfo del Messico. 

La seconda considerazione, ancora più sistemica è che Eni rappresenta molto più di un’azienda. È un vero e proprio «Stato parallelo», come definito da vari osservatori, capace di intervenire in svariati settori della vita pubblica, dagli affari interni agli esteri, fino a quelli economici e sociali del paese. Una struttura dotata dei propri apparati di sicurezza, intelligence e diplomatici, ma in grado, all’occorrenza, di servirsi anche di quelli statuali tradizionali. Un sistema-paese benedetto dai fossili che pone un’emergenza democratica ancor più profonda di quella climatica.

Tutti gli uomini del ministero

Recentemente, abbiamo svelato uno dei fili di questa intricata ragnatela che lega i due Stati italiani. Si tratta di un protocollo riservato tra Eni e il ministero degli Affari esteri, che permette al gigante petrolifero italiano di stanziare i propri uomini alla Farnesina per un periodo illimitato di tempo. Lo scopo? Facilitare un «raccordo» tra l’azione diplomatica italiana e gli interessi dell’azienda. Un patto di collaborazione sistematico che mira a rafforzare «la capacità di proiezione all’estero del Sistema-Paese», è quanto si legge nel documento finora tenuto segreto. Le due parti si impegnano inoltre a scambiarsi informazioni «sulla realtà economica, istituzionale e sociale dei paesi oggetto di interesse». In altre parole, intelligence. 

L’accordo fu siglato nel 2008, a pochi mesi dall’insediamento del IV governo Berlusconi, il quale si era da subito adoperato per rinsaldare i rapporti tra l’Italia e la Russia dell’amico Vladimir Putin. E fu proprio il Responsabile per le relazioni con la Russia, Giuseppe Ceccarini, il primo manager di Eni a essere stanziato alla Farnesina, dove poi è rimasto per ben sei anni, fino al 2017. Ceccarini è stato infine rimpiazzato da Alfredo Tombolini, altra figura di rilievo con alle spalle trent’anni di esperienza in progetti petroliferi, maturata in paesi come Libia, Algeria e Sudan. Tra le sue funzioni per il dicastero c’è quella di promuovere investimenti italiani all’estero nel settore energetico, ovvero indirizzare i finanziamenti pubblici del paese. Tombolini arriva alla Farnesina in un momento cruciale per l’Eni, mentre il governo italiano si apprestava a decidere in merito a un grosso investimento in Mozambico, dove Eni è capofila in due mega progetti di gas. Il finanziamento è stato approvato solo qualche mese dopo. 

Dentro il ministero, i manager Eni sono incardinati presso la Direzione Generale per la Mondializzazione, proprio quella che presiede la cabina di regia «Ambiente e Clima», istituita dalla Farnesina al fine di coordinare il posizionamento dell’Italia nell’ambito della prossima Cop26, la conferenza sul clima dell’Onu. Alle riunioni di questa cabina partecipano ben nove ministeri, vari consiglieri diplomatici, ma anche Eni, Saipem, Snam e Enel, ovvero i più grandi inquinatori italiani. Non è stato invitato nessun rappresentante della società civile e il ministero ci ha negato l’accesso ai verbali, cosa che a suo dire rischierebbe di pregiudicare le relazioni dell’Italia con i partners. 

Con una replica seguita alla diffusione della nostra inchiesta, la Farnesina ha affermato che quella che noi definiamo un’infiltrazione è in realtà una collaborazione «a sostegno del Paese», e che «si tratta di uno schema che funziona molto bene». Ma per chi funziona molto bene? Davvero gli interessi della collettività coincidono con quelli di una multinazionale appena condannata per smaltimento illecito di rifiuti dal tribunale di Potenza e sotto indagine per la presunta corruzione internazionale in Repubblica del Congo? La stessa multinazionale che è a processo al tribunale di Milano per corruzione internazionale in Nigeria? 

Le lezioni dell’Opl245

Il processo al tribunale di Milano vede imputati Eni, Shell, diversi loro top manager, intermediari di spicco e un ex ministro del Petrolio della Nigeria per la presunta corruzione internazionale nell’acquisizione dell’immenso blocco petrolifero Opl245 – sito nelle acque antistanti la Nigeria – con il pagamento di una maxi-tangente di 1,1 miliardi di dollari. È giusto che la giustizia faccia il suo corso. Ma possiamo già oggi trarre delle lezioni dallo spaccato inquietante emerso dall’istruttoria dibattimentale svoltasi in tribunale a Milano riguardo l’operato di Eni e Shell in paesi complessi come la Nigeria. Sarebbe infatti limitante leggere quello dell’Opl245 come una semplice ipotesi di corruzione internazionale.

L’affare Opl245 ha visto un ruolo centrale di quello che la procura di Milano ha definito l’«asse delle spie»: due ex membri dei servizi segreti inglesi pagati da Shell, il capo dell’intelligence nigeriana, un ex ambasciatore russo vicino a Shell e un uomo dei servizi italiani, che nel corso dell’indagine è diventato anche il grande accusatore dell’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi & Co. Soggetti che senza problemi scrivevano nelle loro e-mail della consapevolezza che i soldi dell’Opl245 erano attesi dai politici nigeriani, della capacità di produrre i testi negoziali anche per il governo nigeriano aggirando le agenzie tecniche preposte, della regolare intelligence su ognuno degli attori coinvolti per orientarli al meglio. Ma secondo quanto riferito dai testi sentiti dal tribunale a Milano è la prassi: è normale che il connubio società-stati porti avanti in ogni modo gli interessi comuni. Da qui la forza di questo «Stato parallelo transnazionale» di spostare il dibattito e condizionare i media e l’opinione pubblica in Italia come in altri paesi.

In secondo luogo, emerge che gli standard e le procedure interne anti-corruzione delle società sono regolarmente interpretate a discrezione. Le e-mail trapelate e altri documenti rivelano una storia di ripetuti fallimenti nell’affrontare le «bandiere rosse» (gli avvertimenti) sulla corruzione. In questo modo era normale che l’amministratore delegato e il numero due di Eni si intrattenessero al telefono regolarmente con un pluri-pregiudicato – quale Luigi Bisignani – riguardo alla gestione del negoziato sull’Opl245. Le strutture interne dell’anti-corruzione di Eni hanno ricordato ai loro manager che mancava documentazione rilevante della società Malabu, per poi infine dare il loro assenso all’accordo. 

Eni e Shell sapevano bene che personaggio fosse Dan Etete, l’ex ministro del petrolio che ai tempi della dittatura di Abacha, nel 1998, si era auto-intestato la licenza Opl245 tramite la società schermo Malabu Oil and Gas. Etete è stato condannato nel 2007 in Francia per riciclaggio collegato alla corruzione per l’affare Bonny Island, sempre in Nigeria. Le due società hanno strenuamente continuato a sostenere di non essere a conoscenza che ci fosse la mano di Etete dietro la Malabu, anche se rapporti indipendenti del 2007 e 2010 chiaramente segnalavano la cosa a Eni. E, una volta ammesso, si sono trincerate dietro l’argomentazione che l’accordo finale siglato nel 2011 prevedeva solo il pagamento al governo nigeriano, e non alla Malabu di Etete. Quello che The Economist ha definito «sesso sicuro in Nigeria», fatto con il «preservativo» fornito dallo schermo dai vertici del governo nigeriano, che poi avrebbero intascato laute mazzette. Colpevoli o no, del miliardo e cento milioni di dollari pagati da Eni e Shell nulla è finito al governo e al popolo nigeriani. 

Il Delta del Niger italiano

Spesso ci si dimentica che Eni, attiva in 70 paesi in tutto il mondo, ha forti interessi anche sul nostro territorio. In particolare in Basilicata, in Val d’Agri – da decenni ribattezzata il «Texas d’Italia» – nelle cui viscere, alla fine del secolo scorso, è stato scoperto il giacimento su terraferma più ricco d’Europa. Per tanti lucani l’estrazione petrolifera ha trasformato quell’angolo del nostro Paese in una sorta di nuovo Delta del Niger, vista la portata degli impatti sulla salute e sull’ambiente legati alle attività del cane a sei zampe. E pian piano qualche scomoda verità sta spuntando fuori. 

A inizio marzo 2020 l’Eni e sei suoi manager sono stati condannati dal tribunale di Potenza per smaltimento illecito dei rifiuti «petroliferi» del Centro Olio in Val d’Agri. A settembre inizierà un altro procedimento giudiziario nei confronti degli stessi responsabili della gestione dell’impianto con la pesante accusa di disastro ambientale. Nel 2017, infatti, dai serbatoi del Centro Olio fuoriuscirono ben 400 tonnellate di greggio. Un «problema» che forse nasceva da lontano, come aveva segnalato anni addietro una delle figure apicali dell’Eni in Basilicata, Gianluca Griffa, suicidatosi in circostanze non ancora del tutto chiarite nel 2013. Sullo sfondo l’incapacità delle istituzioni locali di riuscire a controllare una situazione che troppo di frequente ha presentato criticità importanti e che è ancora impegnata in una lunga e sfiancante trattativa per il rinnovo delle concessioni petrolifere. Sì, perché mentre scriviamo questo articolo l’Eni opera in regime di vacatio amministrativa, dal momento che le concessioni per l’estrazione di fino a 104 mila barili di oro nero al giorno sono scadute addirittura il 26 ottobre del 2019. 

Alla luce di questo lungo elenco di cahiers de doléances siamo portati a pensare che probabilmente Eni sia irriformabile e il suo modello di business, scritto nel suo Dna e nella sua storia, è incompatibile con la democrazia. Perciò una società come l’Eni non dovrebbe avere posto nella transizione giusta e democratica che ci dovrebbe condurre a una società ecologica.

*Alessandro Runci, ricercatore e attivista di Re:Common dal 2017, lavora su campagne contro la green economy e la finanza fossile, e ha condotto ampie ricerche sul campo sugli impatti socio-ambientali delle industrie estrettative e delle grandi infrastrutture. Antonio Tricarico è tra i fondatori di Re:Common nel 2012. Ha lavorato sulle campagne Eni, Enel e contro il carbone e la finanza fossile, conducendo ricerche, inchieste e azioni di pressione sulle istituzioni.FacebookTwitterPinterestEmail

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