Scienze sociali e gestione pandemica: un invito al dibattito

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Siamo un gruppo di scienziate/i sociali, appartenenti a diverse discipline, indipendenti o variamente inquadrati nelle università italiane o estere. Ciascuno di noi è quindi professionalmente abituato ai tempi lunghi della ricerca, alla verifica dei dati e delle fonti, alla responsabilità autoriale, al rigore argomentativo e al confronto con i colleghi. Siamo abituati anche a riconoscere i limiti, gli errori, le storture e la piattezza di narrazioni basate sull’uso opportunistico dei dati, sulla riduzione della complessità e su contrapposizioni manichee – che si tratti della versione mainstream o di narrazioni complottiste.

Proprio per la valenza critica e anti-egemonica delle nostre discipline, riteniamo che oggi chi le pratichi non possa eludere quantomeno una discussione aperta e franca sulle politiche autoritarie, discriminatorie e arbitrarie con cui il governo italiano, e non solo, sta affrontando la diffusione del Covid-19. Siamo coscienti del fatto che gran parte dei nostri colleghi e colleghe, implicitamente o esplicitamente, non abbiano considerato un problema il fatto che il governo abbia puntato esclusivamente sulla campagna vaccinale come via di uscita dalla pandemia. I vaccini anti-Covid sono utili per diminuire l’incidenza di morte e forme gravi di malattia per le persone anziane e/o con maggiori rischi; ma gran parte delle scelte politiche adottate in questi due anni hanno ignorato gli effetti sociali, politici e culturali delle misure prese in nome della salute pubblica.

L’intreccio fra pandemia e gestione della pandemia sta erodendo in profondità il mondo intorno a noi, irrigidendo la struttura delle soggettività che lo abitano e lacerando la trama relazionale fra umani, così come fra umani e non-umani, nonché i rapporti di fiducia e riconoscimento reciproco che chiamiamo “società”. Questa disgregazione avviene proprio quando l’enormità del collasso climatico richiederebbe all’umanità intera di mettere da parte divergenze, conflitti e interessi specifici, nel tentativo di evitare insieme una catastrofe ecologica. Non esprimerci a riguardo significherebbe colludere con la distruzione in corso.

Il discorso mediatico e la pianificazione degli interventi di contenimento della pandemia si sono basati esclusivamente sulle raccomandazioni di un gruppo esiguo e selezionato di specialisti in scienze mediche e biologiche, nonostante sia ovvio che tali disposizioni avrebbero dovuto essere adottate solo dopo un’attenta analisi della loro ricaduta sul tessuto sociale. Il peso soverchiante dato alle scienze biologiche, rappresentate sempre come detentrici di “verità” indiscutibili, ha ridotto il dibattito sulle decisioni politiche a un conflitto immaginario tra settori “pro-scienza” e “anti-scienza”. Un’intera branca della nostra disciplina, l’antropologia medica, sin dagli anni Sessanta studia la costruzione sociale della scienza medica, le definizioni di malattia e salute, gli effetti patogenici e patoplastici delle culture, mostrando con etnografie dettagliate quanto la medicina sia un campo di dibattito e scontro tra visioni culturali e politiche divergenti, spesso sottoposte a forti pressioni commerciali e abituate a legittimare le proprie contrapposte razionalità attraverso l’uso dei dati.

È proprio la consapevolezza dell’origine e destinazione umana dei fatti culturali, come la chiamò Ernesto de Martino, ad imporre che ogni scoperta e avanzamento scientifico, quale lo sviluppo in tempi rapidissimi dei vaccini per il Covid-19, sia sottoposto al vaglio della collettività attraverso la promozione di un dibattito sociale allargato al di là della ristretta cerchia dei tecnici. La politica e il dibattito pubblico sono determinanti strutturali della salute; le politiche sanitarie e la gestione della salute pubblica devono essere costantemente sottoposte ad una critica sociale che reclami il diritto all’interazione tra medici e pazienti, il diritto ad autodeterminare corpi, salute e terapie – come ci ha insegnato la critica culturale femminista – nonché il diritto ad attribuire ai decisori politici la responsabilità delle loro scelte.

Tutta un’altra storia

Noi, sottoscrittori di questo testo, abbiamo scelto di praticare le scienze sociali anche e soprattutto per la loro capacità di produrre sapere critico e di mettere a nudo le conseguenze nefaste delle strategie egemoniche. Ciò che abbiamo lungamente studiato, tutto il sapere prodotto dalle nostre discipline nell’ultimo secolo e mezzo, ci ha costruiti nelle menti e nei corpi. Oggi sentiamo una contraddizione lacerante tra la potenzialità delle scienze sociali di decostruire la narrativa emergenziale, e la loro mancata applicazione a quella che viviamo come una svolta repressiva di proporzioni storiche.

Ci sembra evidente ormai che la gestione pandemica sia stata improntata fin da subito al primato del profitto e all’uso sistematico della violenza materiale e simbolica – soprattutto mediatica e istituzionale, ma anche militare – nei confronti della popolazione. La governamentalità pandemica si è dispiegata attraverso l’uso politico dei sentimenti di paura e angoscia, con l’abbandono al contempo dei malati e della sanità territoriale, l’incertezza esistenziale dovuta al continuo mutamento del panorama normativo, la spettacolarizzazione della morte, la militarizzazione del territorio, l’ampliamento della violenza strutturale e della diseguaglianza economica, l’ulteriore concentrazione del potere militare e finanziario, e la diffusione di forme odiose e perniciose di controllo e discriminazione. 

A fronte delle trasformazioni radicali indotte da queste politiche nelle relazioni sociali e nella vita quotidiana degli individui, la macchina amministrativa e burocratica della governance neoliberista non ha mai rallentato, anzi, si è fatta ancor più schiacciante. Una valanga di regolamenti, circolari, adempimenti, richieste, form, moduli, si è riversata su ogni ambito della vita pubblica, compresa l'università, facendo aumentare ulteriormente la quota di lavoro descritta da David Graber come bullshit jobs. In Italia questa gestione autoritaria ha raggiunto il suo apice con l'introduzione del green pass e la progressiva diffusione dell’obbligo vaccinale, a fronte dei dubbi che milioni di cittadini avevano e hanno di fronte a questi vaccini. Le critica e il dissenso sono sparite di fronte a una insistente retorica morale in cui il politicamente corretto e l’appello emergenziale all'unità nazionale si sono sostituiti alla ragione e alla dialettica.

Tuttavia, con l'inizio di una nuova ondata di restrizioni a febbraio del 2022, sarebbe importante riconoscere pubblicamente che le politiche portate avanti finora (lockdown selettivi, controlli armati, zone a colori, tracciamento, green pass, obbligo vaccinale) non hanno avuto l'effetto annunciato sul contenimento del contagio - i dati ufficiali pongono l'Italia tra le nazioni con la più alta percentuale di morti attribuiti al Covid-19 da inizio pandemia - ma hanno avuto invece conseguenze devastanti sul tessuto sociale e politico del Paese. Il presupposto di una gestione pandemica che non ha precedenti nella storia umana, ovvero l'idea che l’umanità iper-tecnologica del terzo millennio abbia gli strumenti per tracciare e debellare un virus contagioso, si è rivelato una fallace illusione di superba onnipotenza. 

Oggi che i contagi sono totalmente fuori controllo, mantenere le misure adottate negli ultimi due anni, anzi sperimentare forme di segregazione sociale inedite per i non vaccinati, come si sta facendo in questi ultimi mesi, è ingiustificato e pericoloso, frutto di un perverso accanimento senza alcuna motivazione sanitaria. Il fallimento degli obiettivi annunciati viene nascosto con la riproposizione della logica del capro espiatorio: prima erano i runner, i bambini, gli asintomatici, i cinesi, i migranti, i no-mask, i “negazionisti”; oggi sono, per tutti, i no-vax, categoria stereotipata e generica, in cui si include addirittura chi non ha aggiornato le vaccinazioni nei tempi previsti, sempre variabili, e contro la quale sono state scatenate vere e proprie campagne d’odio mediatico promosso istituzionalmente, che stanno producendo profonde scissioni e infinito dolore nel corpo sociale. 

Sembra essere in azione una vera e propria stregoneria epistemologica, capace da un lato di deformare parole, numeri, analisi per continuare a difendere ciecamente un'impostazione coercitiva spinta al punto da non poter ammettere alcun ripensamento, dall’altro di trasformare ogni critica – per quanto autorevole e disciplinarmente fondata – in complottismo, ignoranza, “analfabetismo funzionale”, addirittura fascismo. L’accusa di essere fascisti è stata costruita per dipingere in modo disprezzante e fuori dal registro morale della nazione chiunque si opponga o anche solo ponga interrogativi. Riteniamo invece che i diritti difesi dalla Costituzione antifascista siano stati e siano messi a rischio da quelle stesse persone che hanno abdicato al dubbio e hanno urlato all’allerta antifascista. Il regime autoritario non è certo rappresentato da piazze composite e popolate, bensì da un governo di unità nazionale direttamente designato dalle élite finanziarie mondiali che gradualmente ma violentemente sta spezzando ogni libertà civile per poi insinuarsi nel corpo sociale con il virus del controllo reciproco, della diffidenza, del sospetto, del pensiero unico e della delazione. Tutta un'altra storia, insomma.

I rappresentanti politici hanno evocato la strage in continuazione, fomentando intenzionalmente la paura come strumento per la costruzione del consenso. Questa necro-narrazione è stata utilizzata dallo stesso presidente Draghi, che il 22 luglio 2021 sostenne la campagna vaccinale affermando che l’appello a non vaccinarsi è un appello a morire; non ti vaccini, contagi, muori, o fai contagiare e fai morire. È sorprendente che tra i numerosi colleghi che hanno lavorato per decenni su biopolitica e necropolitica, pochi li abbiano associati ai dispositivi terrorifici e di grande presa sull’inconscio collettivo quale il “codice nero”, il limite di occupazione delle terapie intensive dopo il quale i medici sarebbero costretti a decidere chi curare e chi lasciar morire. La sua applicazione è stata ventilata a dicembre 2021, quando l’occupazione delle terapie intensive era ben sotto le soglie di emergenza. 

Ci sembra evidente che il dibattito pubblico sia stato sistematicamente e intenzionalmente bloccato attraverso la continua riattualizzazione del trauma collettivo vissuto a marzo 2020, la cui icona sono i camion della Protezione Civile nel bergamasco carichi di cadaveri. Se l’obiettivo delle politiche fosse stato il benessere della popolazione, il dolore e la paura collettiva prodotta allora avrebbero dovuto essere integrati, stemperati e compensati con un’attenta comunicazione pubblica. Invece la violenza verbale dei rappresentanti delle istituzioni è stata tesa a mascherare decenni di politiche neoliberiste che hanno amplificato la crisi dei fondamenti sociali del mondo odierno.


Malattia nella società o società malata?

L’antropologia medica insegna che qualunque processo di gestione della malattia, sin dalla sua definizione, ha un implicito ideologico, radicato nel sistema cosmologico e negli assunti culturali di riferimento. La gestione del Covid-19 non è stata da meno. A prescindere dalla sua realtà fenomenica e quantitativa, essa si è dimostrata l’occasione per un’epocale ristrutturazione dei rapporti di produzione e una riplasmazione delle relazioni sociali mediante un’accelerazione delle torsioni autoritarie con cui è avanzato il capitalismo negli ultimi quattro decenni. Questo aspetto si nota sia nelle modalità con le quali sono state gestite le restrizioni al movimento, sia per come è stata portata avanti la campagna vaccinale, con l'obiettivo primo e ultimo di far riprendere produzione e consumi. 

L’obiettivo perseguito è stato quello di non fermare la macchina, di non danneggiare il profitto privato su grande scala: nel pieno dell’emergenza, quando i runner erano perseguitati con i droni in diretta televisiva e i piccoli negozianti costretti a chiudere, non hanno mai chiuso i cancelli delle grandi fabbriche del nord legate a Confindustria, già principale responsabile della mancata chiusura delle fabbriche della Val Seriana, uno dei focolai iniziali del Covid-19. Ma che il green pass avesse un ruolo immediato nella regolamentazione del rapporto tra le classi era chiaro sin da quando un rappresentante della principale organizzazione imprenditoriale italiana ha dichiarato che i non vaccinati erano i disertori di una guerra che solo la tenuta democratica consentiva di non fucilare al muro. Sul piano materiale, il green pass ha consentito di evitare cause per infortuni sul lavoro nel caso di contagio. Sul piano più generale e politico, ha prodotto un dispositivo distopico che aumenta il controllo sulla vita di lavoratori e lavoratrici, offrendo un ulteriore strumento di minaccia nelle mani dei datori di lavoro. Chi e quando deciderà che la fase di “emergenza” sarà passata? Le politiche emergenziali, in particolare il green pass, saranno ritirate o funzioneranno come un dispositivo di controllo e di governo che verrà riattivato periodicamente?

Molte organizzazioni e movimenti di sinistra si sono impegnate a elaborare manifesti, programmi, proposte, affinché la diffusione del Covid-19, con i lutti e le sofferenze che ha portato, servisse da insegnamento: la pericolosità della malattia, infatti, è legata non solo alle caratteristiche del virus, ma anche allo stato di salute delle nostre società occidentali, e avrebbe permesso di ripensare in chiave collettiva l'intera gestione della salute pubblica. Anzitutto, è stato chiaro da subito che il Covid-19 ha effetti molto più gravi in persone affette da malattie non trasmissibili come ipertensione, obesità, diabete, malattie croniche cardiovascolari, respiratorie e tumorali, diffuse soprattutto nei paesi del Nord del mondo. In secondo luogo, l'azione del virus è potenziata dall'inquinamento e in particolare dall'esposizione al particolato ultrafine presente nell'atmosfera. In terzo luogo, il colossale spostamento di risorse dalla sanità pubblica a quella privata, accelerato proprio dalla pandemia, ha reso molto più difficile l'accesso e la protezione della salute soprattutto delle categorie più fragili della popolazione.

L'illusione era che le classi dirigenti – politiche, imprenditoriali, mass media - finalmente rimediassero ai danni prodotti da decenni di inquinamento legale e di tagli alla spesa pubblica, così come dall’affidamento ai privati di crescenti fette di welfare, ad esempio rendendo le scuole capaci di operare nel nuovo contesto, aumentando le dotazioni di trasporto pubblico, riducendo l'inquinamento atmosferico. Due anni dopo questa illusione si è rivelata fallace. Le politiche sono andate in una direzione completamente differente; la spesa pubblica italiana in sanità è ancora molto al di sotto della media europea, il PNRR prevede che scenderà ancora dopo l'aumento del 2021, mentre il processo di privatizzazione sta diventando sempre più strutturale.

Quello che qui ci interessa notare è una contraddizione ulteriore: se il sistema sanitario nazionale era nato – in particolare nelle sue esperienze più avanzate e consapevoli – con l'idea che un elemento imprescindibile della salute fosse costituito dalla democrazia e dalla partecipazione delle comunità, oltre che (e più che) dall'utilizzo massiccio di farmaci, l'approccio governativo al contenimento della crisi sanitaria ha avuto caratteristiche opposte. Non si è puntato sul “coinvolgimento” partecipativo dei territori, non si è posta attenzione alle disuguaglianze sociali. Al contrario, con l'introduzione del green pass la promozione della “salute” è stata perseguita esclusivamente attraverso misure che avrebbero dovuto limitare la circolazione del virus attraverso la compressione del diritto alla mobilità e al lavoro per milioni di persone: esattamente l'opposto dell'idea di salute come partecipazione democratica e lotta alle disuguaglianze sociali. Tra il definanziamento del sistema sanitario pubblico e utilizzo di strumenti di controllo sociale come il green pass vi sono nessi sia teorici sia concreti: da un lato, le difficoltà del sistema sanitario pubblico – dovute anche ad anni di tagli – sono la giustificazione per l'utilizzo di strumenti di controllo (“è necessario evitare di intasare le terapie intensive”); dall'altro lato, il green pass scarica sui cittadini la responsabilità della diffusione del contagio piuttosto che chiamare in causa le scelte terapeutiche nazionali e l'efficacia degli ospedali.

Le misure di gestione del Covid-19 riescono a mantenere una loro legittimità perché non vengono mai contrapposte a un’analisi esaustiva della loro iatrogenesi, ovvero dei loro effetti collaterali nocivi: medici (ritardi cronici nelle analisi diagnostiche, negli interventi chirurgici, complicazioni dovute alla paura a recarsi in ospedale, effetti collaterali dei vaccini, ecc.); psicologici (aumento vertiginoso dei casi di depressione e ansia, soprattutto nelle fasce di età più giovani, diffusione della percezione di chi ci sta accanto come una potenziale fonte di contagio, ecc.); sociali (produzione di disoccupazione e povertà, strozzamento delle piccole attività produttive e commerciali, odio sociale e discriminazione), politici (continue sospensioni arbitrarie di diritti costituzionali, introduzione di inediti sistemi di controllo digitali di massa, stigmatizzazione del dissenso.); epistemologici (fidelizzazione obbligatoria di ricercatori e accademici, derisione pubblica di ogni posizione critica, ecc.).

L’uso intenzionale della violenza frantuma la resistenza psico-fisica dei soggetti e produce adesione alla cosmovisione del torturatore. Come società, siamo stati violentati al punto che adesso sembra impossibile immaginare un diverso modello di gestione della crisi sanitaria da Covid-19. Eppure, risposte intelligenti e praticabili alla crisi pandemica sono state avanzate da molte realtà (di ricerca, di azione sociale, di attivismo politico) fin dalla tarda primavera 2020. Una diversa gestione della crisi – una gestione non violenta – era possibile fin dall’inizio e avrebbe avuto tutt’altri risultati.


Prospettive altre sulla pandemia. Per un modello non-violento di salute pubblica 

Come etnografi, in questi due anni abbiamo dovuto restare lontani dalle popolazioni che molti di noi hanno frequentato a lungo, ai quattro angoli del mondo. Che ne è stato di loro, in questa situazione? In 70 paesi del mondo 370 milioni di persone appartenenti alle popolazioni cosiddette “indigene” sono stati investiti dello stesso modello che è stato imposto a noi maggioranze occidentali: l’onda d’urto della narrazione pandemica è stata globale. Le misure di isolamento e distanziamento presso popolazioni che praticano la socialità di gruppo hanno prodotto un aumento della fragilità e della dipendenza; la violenza della gestione pandemica ha accelerato lo sconvolgimento dei sistemi alimentari e il travolgimento delle medicine locali; ha causato l’interruzione del lavoro (che spesso consiste in servizi informali e alla persona) e la difficoltà di ricevere e aggiornare informazioni culturalmente adeguate e nelle lingue locali; ha indotto isolamento e alienazione. In questo modo, si sono ulteriormente aggravate le disparità di salute legate a razza, status economico e impatto della colonizzazione, mentre la “cattiva sorveglianza” veniva esacerbata con pestaggi, multe eccessive e carcere. Con l’attenzione dei governi concentrata solo sulla pandemia, diversi attori ne hanno approfittato per realizzare attività minacciose per molte popolazioni fra cui la dis-istituzionalizzazione delle riserve, l’occupazione di terre indigene, l’intensificazione delle attività estrattive, il maltrattamento dei migranti, l’aumento delle appropriazioni di terre (land grabbing).

Tuttavia, in molti luoghi le popolazioni si sono autorganizzate e hanno trovato soluzioni autonome alla crisi: dall’autoproduzione dei dispositivi di protezione all’uso di rimedi medicinali locali per rafforzare l’immunità delle persone e della comunità. In Chiapas, la risposta alla pandemia ha comportato una dichiarazione di allarme rosso di alcune comunità sotto il comando dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, in cui nessuno poteva più entrare o uscire, e chi rientrava nella propria comunità da zone turistiche era obbligato a osservare un periodo di quarantena prima di raggiungere la propria famiglia. Questo, però,non si è tradotto in una gestione individualizzante della malattia: nessun malato è stato isolato in casa, ma medici e promotori della salute andavano casa per casa dove ci fossero segnali di Covid-19. Le popolazioni si sono spesso opposte anche a un semplice trasferimento negli ospedali “del governo”. Si sono costruiti dei protocolli semplici e si è proceduto a fare diagnosi su base clinica, cioè a partire dallo studio dei sintomi (i tamponi sono disponibili a prezzi esorbitanti solo in centri urbani lontani). Le popolazioni si sono curate utilizzando farmaci di facile reperibilità e di costo accessibile, senza negare la validità delle tradizioni locali di cura legate ai saperi tradizionali, all’uso di piante e ritualità specifiche. 

Non è possibile comprendere l’attuale diffidenza nei confronti delle campagne vaccinali attuali senza considerare i gravissimi crimini di cui le case farmaceutiche si sono già rese responsabili ai danni delle popolazioni indigene. Proprio Pfizer nel 1996 sperimentò un farmaco anti-meningite non approvato sulla popolazione Hausa nigeriana, uccidendo e rendendo invalidi decine di bambini e bambine locali. La reazione di indignazione collettiva a questa infamia neoliberale, documentata anche dagli etnografi (soprattutto locali) portò al rafforzamento dei protocolli di consenso informato che sono ora parte dei requisiti etici scientifici fondamentali. Non fu la casa farmaceutica, ma il dibattito pubblico sulle sue azioni, che fece avanzare la scienza. Le battaglie per l’accesso universale alla salute devono considerare anche questa diffidenza giustificata verso la biomedicina nei contesti colonizzati: all'inquestionabile rivendicazione di liberalizzare i brevetti dei vaccini per garantire la possibilità di scelta universale, dobbiamo accompagnare l'assoluto rifiuto verso i progetti di vaccinazione obbligatoria di massa di cui l'Italia sembra essere capofila, per non trasformare una giusta rivendicazione di uguaglianza in una retorica che legittima le stesse pratiche economiche neocoloniali promosse dai think-tank finanziati dalle case farmaceutiche.

Applicato alle nostre latitudini, un modello non-violento di gestione pandemica avrebbe comportato, come minimo, una comunicazione mediatica improntata a ragionevolezza, pacatezza e informazione; il potenziamento della sanità territoriale e, attraverso di essa, la sperimentazione di protocolli di cure primarie contro il Covid-19 ben al di là della “vigile attesa” ancor oggi raccomandata; la libertà di scelta terapeutica; la valutazione di tutte le alternative terapeutiche in base alla loro efficacia non solo in vitro, la promozione delle risorse di salute di singoli e collettivi (miglioramento della dieta, promozione dell’attività fisica, massima diffusione di competenze auto-terapeutiche di base, attivazione di reti di sostegno e mutuo aiuto); nonché, naturalmente, interventi strutturali a favore dell’edilizia scolastica, del trasporto pubblico, dei pensionamenti anticipati, del risanamento ambientale.


Libertà di ricerca e ruolo sociale dell’Università

In Italia – unico paese al mondo - anche la libertà di ricerca e l’insegnamento universitario sono sottoposti al ricatto dell’obbligo vaccinale: in questo modo si disciplina il corpo docente eliminando dalle università il dissenso sulla gestione pandemica. L'alternativa tra assumere un farmaco o rinunciare al proprio lavoro come conseguenza dell’introduzione del lasciapassare vaccinale mette in gioco questioni fondamentali che riguardano il rapporto tra stato e società, tra sfera pubblica e sfera privata, tra corpi individuali e corpo sociale, tra legge e legittimità, tra produzione del sapere ed esercizio del potere. Sono tutti temi su cui l’antropologia lavora da decenni ed è proprio sulla base delle conoscenze accumulate dalla disciplina che oggi ci sentiamo legittimati, e quindi obbligati, a prendere una posizione.

In primo luogo, al di là delle nostre specifiche visioni e decisioni personali sulla questione dei vaccini, la nostra solidarietà va a chi, in questi ultimi mesi, ha subito pressioni intollerabili come conseguenza delle scelte relative alla propria salute, al punto da ritrovarsi in alcuni casi obbligato/a a lasciare il lavoro o l’attività di ricerca (la libera scelta terapeutica, ricordiamolo, è garantita dalla Costituzione italiana e sancita anche dal Parlamento Europeo). Per una comunità scientifica che si basa quasi interamente sulla condivisione e la comparazione dei risultati di ricerche individuali, la rinuncia di un collega rappresenta un danno irreparabile per tutte/i. Nessuna giustificazione ragionevole di tipo epidemiologico o emergenziale può compensare queste perdite e queste ingiustizie. Soprattutto, crediamo che l’Università debba ribadire la sua indipendenza, come istituzione, dalle scelte governative; per il benessere reale del tessuto democratico di un paese, non si può promuovere la lealizzazione forzata di tutta la sua classe intellettuale. Il pensiero critico, il dubbio, il confronto e la dialettica sono l'essenza della democrazia, e sono indispensabili al benessere di qualunque corpo sociale.

Per questa ragione, chiediamo a tutti i colleghi (dentro e fuori l’università, strutturati e precari) che abbiano voglia di discutere a partire dalle considerazioni qui espresse di battere un colpo, di sottrarsi alla criminalizzazione del dissenso che ci sta paralizzando e di provare ad applicare al nostro presente gli strumenti sui quali ci siamo lungamente allenati altrove. 

In chiusura lanciamo una call per un seminario aperto che terremo in primavera, su queste tematiche. Chiediamo a chi fosse interessato a portare un contributo al dibattito, un’esperienza o un esempio specifico, di mandare per mail un abstract di 200 parole e una breve nota biografica a contatti@tuttaunaltrastoria.info. Sarà nostra premura rendere noto a breve luogo e data del seminario, che avverrà comunque nel mese di marzo o aprile 2022 e in Italia. Le tematiche che intendiamo affrontare riprendono tutti i punti affrontati in questo documento. 

Varie parti d’Italia, 1 febbraio 2022

Stefano Boni
Nadia Breda
Maddalena Gretel Cammelli
Duccio Canestrini
Stefania Consigliere
Osvaldo Costantini
Mimmo Perrotta
Stefano Portelli
Cecilia Vergnano
Cristina Zavaroni

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PRIME 200 ADESIONI (le altre qui)
1Luigi PellizzoniProfessore Ordinario, Dipartimento di Scienze Politiche, Università di Pisa
2Luca FazziProfessore ordinario, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Università di Trento
3Alessandra PersichettiProf.ssa Associata, Antropologia Culturale, Università per Stranieri di Siena
4Salvatore Paolo De RosaAntropologo, Lund University Center for Sustainability Studies (LUCSUS), Svezia
5Antonietta Di VitoAntropologa
6Francesco DamianiRicercatore astronomo, Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF)
7Roberto BadelTecnologo, ISTAT
8Maria Rosaria PriscoGeografa
9Ugo BardiChimico, docente presso Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali, Università di Firenze
10Luca CiurleoAntropologo, ricercatore indipendente
11Giovanna CampaniProfessoressa ordinaria in pensione, antropologia, Università di Firenze
12Serena CaroselliAntropologa, Università degli Studi Federico II di Napoli
13Rosanna GullàAntropologa, ricercatrice indipendente
14Ulrike ViccaroStorica orale, ricercatrice indipendente
15Alberto Di CintioRicercatore in quiescenza del Dipartimento di Architettura, Università di Firenze
16Laura StancampianoRicercatrice confermata, Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie, Università di Bologna
17Stefano DumontetProfessore ordinario, Dipartimento di Scienze e Tecnologie, Università degli Studi di Napoli Parthenope
18David ConversiProfessore, psicobiologia, Sapienza Università di Roma
19Olindo IontaAntropologo
20Davor AntonucciProfessore associato, Dipartimento di Studi Orientali, Sapienza Università di Roma
21Domenico FiormonteRicercatore, Scienze Politiche, Università Roma Tre
22Valentina FenuGiornalista
23Sandro Coccoi(ex) Politecnico di Milano, Dipartimento di Architettura
24Daniele PorrettaProfessore associato di Ecologia, Sapienza Università di Roma
25Marco CosentinoProfessore ordinario, Dipartimento di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi dell’Insubria
26Leonardo VignoliProfessore Associato, Dipartimento di Scienze Università Roma Tre
27Paola MinelliRicercatrice indipendente
28Anna Tozzi Di MarcoRicercatrice indipendente
29Valentina RossiRicercatrice in Slavistica, Università degli Studi di Firenze
30Francesco PigozzoProfessore Associato, Università eCampus
31Daniela MartinelliRicercatrice indipendente
32Genny De FazioInsegnante scuola primaria
33Stefano ColangeloProfessore associato, Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica, Università di Bologna
34Francesco Bordino
35Andrea CareggioPsicologo psicoterapeuta
36Mariangela AlbanoUniversità di Cagliari, professore associato
37Giulio BosaniLibero pensatore
38Olga Dalia PadoaTraduttrice letteraria dall’ebraico e dall’inglese
39Rugiada Grignani
40Marie-Helene FrevilleStorica/ formatrice
41Lucia MontefioriAntropologa
42Clementina VillaniStatistico
43Linda ArmanoAntropologa
44Pietro BizziniInsegnante, pedagogo e teologo
45Paolo MoscogiuriArchitetto, impegnato nella lotta al superamento delle barriere architettoniche. Autore del libro ” La Città fragile”
46Daniela Di GennaroPersonale tecnico amministrativo
47Gianluca CapitaniUniversita’ di Bologna, matematico
48Adelina SoldiRicercatrice indipendente
49Marta MenghiRicercatrice indipendente, insegnante
50Isabel FarinaAntropologa
51Tina NastasiInsegnante di Geografia
52Eleonora D’AgostinoAntropologa
53Mario Giambelli GallottiLibero pensatore, avvocato in pensione di anzianità
54Paola OlivieriLibera pensatrice
55Simona MassaroSociologa, funzionario Ass.Welfare Regione Emilia-Romagna
56Bruna FeliciAnalisi sociali sui temi dell’energia presso l’ENEA
57Fabio ParascandoloGeografo, Università di Cagliari
58Marilena MuratoriMaestra e dottoranda all’Università Complutense di Madrid
59Riccardo De CristanoDottorando in Antropologia
60Alessandro ZiniRicercatore ENEA
61Soledad NicolazziAttrice, regista
62Clara Raimonda MarinelliTitolare di galleria d’arte
63Paolo CalatozzoFunzionario Tecnico Chimico
64Anna De MartiniMusicista
65Nicoletta MaioccoUniversità, direzione biblioteca
66Davide FacherisFormatore Comunicazione Nonviolenta, Facilitatore, Mediatore
67Carles Sanchez RieraRicercatore al dipartimento AHFMO, Sapienza Roma.
68Pierlucio CoccoImmune dal morbo dell’isteria dominante
69Andrea BuchettiDottorando in Antropologia, Sapienza Roma
70Andrea PrioriFulda University, ricercatore associato
71Federica CappellutiProf.ssa associata, Politecnico di Torino
72francesco maielloStorico-giornalista-docente-scrittore
73patrizia corriasCollaboratore tecnico, ufficio studi e valutazione delle tecnologie energetiche ENEA
74Andrea MattarolloLaura in Semiotica, studio continuo
75Niso TommolilloAntropologo e scrittore
76Silvia AntinoriAntropologa, dottoranda, Sapienza Roma
77Cecilia PancottiDocente
78Lorenzo DominiciCNR NANOTEC, ricercatore
79Daniela DannaRicercatrice in sociologia presso l’università del salento
80Barbara BadaraccoProgettista sociale
81Paolo BarrucciProfessore Associato di Sociologia generale (sps/07) Università di Firenze
82Alessandro MengozziRicercatore indipendente, geografia sociale, teorie e tecniche partecipative
83Gabriella PaoucciProf associato sociologia Università di firenze
84Simone MoraldiPhD Pedagogia del cinema e degli audiovisivi, Film Literacy & Audience Development
85Marta CialdeaProfessore associato, Dipartimento di Ingegneria, Università degli Studi Roma Tre
86Deborah FavaratoIngegnere chimico, Tecnico della Sicurezza e formatrice
87Sara Pajossin
88Ilaria Eloisa LesmoAntropologa, docente a contratto Università di Torino
89Vincenzo Talerico
90Guido Manzi
91Natalia ManciniDocente
92Alexandre MadurellInformatico
93Luigi BalsaminiBibliotecario, Università degli Studi di Urbino
94Angela AttianeseRicercatrice indipendente, Formatrice e facilitatrice in Comunicazione Nonviolenta secondo M. B. Rosenberg
95Luigi De IacoRicercatore Istat, economista, esperto di statistiche per le politiche di sviluppo
96Francesca Palazzi ArduiniBlog Rimarchevole
97Massimo BlondaRicercatore CNR
98Jerry DiamantiFondatore di Matrika Consciousness Development, Biologo, Ricercatore indipendente
99Serena TerzaniBibliotecaria, Università degli Studi di Firenze
100Luisita FattoriLaurea in Scienze dell’Educazione, facilitatrice e mediatrice in comunicazione nonviolenta
101Irene RussoRicercatore CNR
102Elisa LelloRicercatrice in Sociologia, Università di Urbino
103Davide SpartiProfessore associato, Università degli Studi di Siena
104Leonardo CapozzoUniversità di Roma La Sapienza, studente di Storia, Antropologia e Religioni
105Diego MartiniIngegnere elettronico
106Carlo FasaniLavoratore trasporti
107Gabriele Attilio TurciGià docente Scuola Statale – in pensione – libero pensatore
108Benedetta Marchiori
109Anna Passoni
110Eugenio MarioUniversità di Padova – Tecnico di Laboratorio
111Giandomenico GiannettoNaturopata, ex studente di medicina, founder di Medicina a piccole dosi
112Daniele BenziInstituto de Altos Estudios Nacionales (Ecuador)
113Riccardo De BenedettiScrittore, giornalista, editore
114Giampietro GoboProfessore ordinario di Sociologia, Università degli studi di Milano
115Carlo DeclichRicercatore Istat
116Corrado MezzinaCommerciale Farmaceutico
117Andrea Zarrilli
118Vilma BertaConsulente Advisor Finanziario
119Patrizia PapasergioLibera pensatrice
120Sandra CapriRicercatrice indipendente studi su società matriarcali
121Elva CecconiPhD in biologia ambientale e docente scuola secondaria
122Valentina D’IppolitoPasticcera
123Marina MoriconiDocente
124Patrizia MattuzziCittadino
125Zeno FalziCittadino
126Gaspare NevolaProfessore ordinario, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Università di Trento
127Elena Hileg IannuzziStorica, libera pensatrice, cittadina attiva.
128Roberto Ongaro
129Adriano Pilotto
130Renato Mazzoliniex Professore ordinario di Storia della scienza, Università di Trento
131Vincenzo PaglioneProfessore di lingua e cultura spagola
132Annalisa BoscoCittadina
133Stefano Petroni
134Enea DelfinoAntropologo culturale
135Chiara CecchettiCittadina (complottista/analfabeta funzionale con laurea in Scienze Sociali e Scienze Religiose)
136Caterina SciariadaAntropologa
137Paolo BartoliniAnalista filosofo, formatore, saggista
138Fabio TrabattoniStufo
139Monica VichiRicercatrice – statistico epidemiologa
140Monica PratoPsicoterapeuta
141deborah lucchettiCampaigner, attivista per i diritti umani
142marco graziani
143Marilisa CazzanigaPsicologa
144Massimo PicardiAvvocato
145Rossella OrtolaniInsegnante scuola primaria
146Selena ManzoniDanzatrice
147Rocco D’Emilio
148Virgilia ToccaceliRicercatrice sociologa bioeticista
149Maria Grazia PonziSociologa, ex docente di Tecniche della comunicazione e di Economia aziendale
150René VerneauSociologo
151Gabriele Bersani BerselliLinguista, Professore associato SSD L-Lin/01 Glottologia e Linguistica presso il Dipartimento di Interpretazione e Traduzione dell’Università di Bologna
152Martina MarinoDocente, laureata in Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni specializzata in risorse umane e psicologia legale
153Dino MengucciContadino
154Ilaria BracagliaAntropologa, dottoranda in Storia
155Mauro Van akenAntropologo
156Domenico Matarozzo
157Arianna Toccaceli
158Laura CorradiRicercatrice in Gender Studies and Intersectional Methodology, Dipartimento Scienze Politiche e Sociali, Università della Calabria
159Piero PillonPersonale T-A Università degli studi di Siena
160Mia Lecomtepoetessa, scrittrice
161Gioel PavanPsicoterapeuta
162Carla AgrarioInterprete e traduttrice laureata a SSLIMIT Forlí,
163Paolo Cacciarigiornalista
164Marco ArturiGiornalista, divulgatore
165Daniele MiccoliAgente di commercio
166Marta BeccoFacilitatrice yoga e meditazione
167Laura Anna BallerioCounselor
168Loredana FrascaRicercatore ISS
169Chiara FranceseOsteopata pediatrico
170Federica RiglianiDocente
171Sabina Cavarero
172Eva GiulianiDocente, Scuola Secondaria di Secondo Grado
173Francesco BriniMusicista
174Guido VialeAssociazione Laudato sì
175Stefania GiordanoImpiegata
176Gabriella Biscaro
177Dimitris ArgiropoulosDocente, Università di Parma
178Caterina CasalinoImprenditore
179Germano BonaveriCantautore, musicista
180Cristina SettimiPsicoterapeuta
181Fabio ParentiLibero pensatore
182Gianmarco ToccaceliStudente Ingegneria Meccanica
183Glauco PiccioneAntropologo e fumettista, ricercatore indipendente
184Serena PecciEx assistente sociale, ora nutrizionista in formazione e titolare di agenzia sviluppo web.
185Sergio BellavitaSindacalista
186Massimo Angrisano
187Oscar NanniPensionato
188Margherita CiervoProfessore Associato Geografia economico-politica, Università di Foggia
189Antonio MarchiLibero
190Dafne CrocellaAntropologa, scrittrice e curatrice d’arte contemporanea
191Camilla Paoluccistudentessa di antropologia
192Elisa De Sanctismaestra scuola primaria
193Silvia ZaccariaAntropologa indipendente
194Sara UrgegheDocente scuola media
195Francesco PaniéGiornalista e campaigner
196Nicoletta CrocellaAssociazione Stelle Cadenti, artista, scrittrice, assistente sociale e formatrice
197Giorgio Antonio Michele ColucciaSociologo
198Carlo PerazzoAntropologo
199Martina FaddaMusicista
200Rosario GrilloInsegnante di Filosofia in pensione
201Maurizio SacconiCittadino
202Giulia RossiSanitaria (sospesa!) libera professionista
203Simona ParavagnaBiologa, Antropologa, Operatrice medicina cinese
204Riccardo BuonannoDottorando in Ecologia Politica, Università di Coimbra
205Elisabetta ConfaloniFilosofa bioeticista

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