I provvedimenti del governo Draghi in campo energetico, alla luce della guerra in Ucraina

Dal blog https://www.pressenza.com/

27.02.22 – Giorgio Ferrari

Tra le vittime e i danni provocati dalle guerre, oltre quelli che prioritariamente riguardano la vita delle persone e l’ambiente, bisogna annoverare anche l’informazione. E’ piuttosto frequente, purtroppo, imbattersi in notizie contrastanti, artefatte o confuse che aggiungono ansia e sconcerto al già tragico bilancio di vite umane offerto dai bollettini di guerra e che, per di più, si riverberano su aspetti collaterali del conflitto vero e proprio.

Il caso della guerra in corso in Ucraina, da questo punto di vista, è particolarmente significativo perché ne è derivato un messaggio di allarme generalizzato sugli approvvigionamenti energetici, rischi di black out e trasporto delle merci, accompagnato da un inarrestabile aumento dei prezzi di materie prime e servizi che, in buona sostanza, sarebbero conseguenza di questa guerra.

Lo stesso presidente del consiglio Draghi, in modo assai confuso, non ha fatto altro che certificare questo allarme distogliendo l’attenzione da altre e più consistenti cause che stanno all’origine di questa situazione. In estrema sintesi Draghi ha detto che: 1) E’ in corso una crisi energetica; 2) Potrebbero esserci sospensioni di erogazione di gas ad alcuni settori industriali e al settore termoelettrico; 3) Bisognerà importare più gas liquefatto dagli Usa o dal Qatar; 4) Aumentare l’estrazione di gas italiano; 5) Aumentare gli approvvigionamenti di gas attraverso i gasdotti TAP e Transmed (Algeria) oltre che dalla Libia; 6) Bisognerà riattivare le centrali a carbone; 6) Si cercherà di calmierare i prezzi dell’energia.

Sgombrato il campo dalle boutade come l’importazione di gas liquefatto dall’estero, dato che in Italia ci sono pochi rigassificatori (cosa riconosciuta dallo stesso Draghi) o come l’aumento dell’estrazione di gas italiano perché i pozzi sono già al massimo, l’aumento delle importazioni da Libia e Algeria appare un provvedimento scontato in una situazione di “crisi” come quella denunciata da Draghi. Ma esiste davvero questa crisi, ovvero questa scarsità negli approvvigionamenti, ed è legata al conflitto in corso in Ucraina?

In un comunicato del 26 febbraio us, Gazprom ha assicurato che le forniture di gas via Ucraina rispecchiano la domanda europea e sono pari a 108,1 milioni di metri cubi al giorno e di aver inoltre incrementato il flusso del gasdotto Yamal che porta gas all’Europa attraverso la Polonia. D’altra parte è bene specificare che l’interruzione del gasdotto sottomarino Nord Stream 2 (che collega la rete russa alla Germania via mare) di cui tanto si parla in questi giorni, non ha alcuna influenza sulle forniture, dal momento che non è mai entrato in funzione per impedimenti burocratici del governo tedesco, pur essendo stato ultimato. Quest’ultimo aspetto ha, in qualche modo, a che fare con l’attuale situazione ma non nel senso che gli viene attribuito dall’informazione dominante. Ma andiamo con ordine. Le forniture di gas sul mercato europeo non sono assicurate solo dal fatto che esiste un grande tubo che collega la rete europea ai giacimenti russi (oppure algerini o libici) ma anche da un insieme di grandi siti sotterranei di stoccaggio del gas che sono assolutamente necessari per compensare eventuali fluttuazioni della domanda dovuta a cause impreviste (inverni freddi o maggior produzione di determinati prodotti). Questi siti di stoccaggio sono gestiti dagli operatori europei (in Italia Eni) in modo da ottimizzare la quantità di gas da acquisire all’estero, con la domanda interna. Un errore nelle previsioni di stoccaggio può provocare una criticità nell’erogazione ai consumatori finali, non compensabile (o non del tutto) con un aumento del flusso di gas importato, sia perché questo ha un limite massimo determinato dalla sezione del tubo del gasdotto, sia perché i contratti di fornitura sono fatti per quantità determinate di gas e rinegoziarle all’improvviso non è così scontato. Negli ultimi anni è successo esattamente questo: i distributori europei di gas hanno sottostimato le previsioni di stoccaggio ritrovandosi a fine estate 2021, con poche riserve per cui hanno chiesto a Gazprom di aumentare le forniture oltre le quantità già concordate. In questa situazione si innesta la vicenda del Nord Stream2 che era stato concepito da Gazprom, col beneplacito della Germania (l’ex cancelliere Schroder fa parte del Cda della società che gestisce il gasdotto) e degli altri paesi europei, tutti ben contenti di bypassare il collo di bottiglia rappresentato dall’Ucraina che, dal 2014, aveva avanzato pesanti rivendicazioni (e qualche minaccia) per i diritti di transito del gas russo. Ultimato nel 2021, con un costo di 11 miliardi dollari, il Nord Stream 2 è stato bloccato dall’antitrust tedesca per sospetta posizione dominante di Gazprom, cosa evidentemente non gradita dalla società russa che, stando così le cose, quando gli operatori europei le hanno chiesto di aumentare le forniture oltre le quantità contrattate, non vi ha acconsentito. Non è difficile capire, a questo punto, che il blocco del Nord Stream2 è stata una scelta politica del nuovo governo tedesco (i verdi non ne fanno mistero) in questo sollecitato dagli Stati Uniti che lo hanno sempre osteggiato sia per l’interesse ad esportare il proprio gas, ma soprattutto per colpire gli interessi della Russia.

Le misure annunciate da Draghi dunque si collocano in questo scenario politico dove è dominante – e nei prossimi anni ancora di più – il tema della transizione energetica per cui, da un lato, le allusioni alla riduzione degli approvvigionamenti di gas servono a creare un clima di emergenza adatto a giustificare sia gli aumenti del prezzo dei combustibili fossili (che si riversa su molti altri prodotti di largo consumo), sia l’impiego del carbone riavviando quelle centrali elettriche già spente (come La Spezia) o procrastinandone la chiusura come nel caso di Civitavecchia. Ciò avrà un effetto immediato sull’ETS (Emission trading sistem) cioè sul costo della CO2 emessa da ciascun paese che, con l’impiego del carbone, aumenterà (oggi è già superiore a 100 euro per tonnellata) facendo salire il costo dell’energia elettrica. Passata la “crisi” questi aumenti rientreranno? Solo in parte perché gli scenari internazionali aperti con la transizione energetica, se da un lato hanno fatto diminuire -soprattutto nei paesi asiatici – il consumo di carbone, dall’altro hanno aumentato la richiesta di gas determinando una forte instabilità della domanda che genera a sua volta quella che sul mercato viene chiamata “volatilità” dei prezzi. In questo contesto, anche se Draghi non vi ha fatto riferimento, riemerge la sollecitazione a rivedere la posizione italiana sul nucleare, con la motivazione che questa fonte di energia ci renderebbe indipendenti (vedi la Francia). Niente di più falso perché il mercato dell’uranio è ancora più chiuso di quello del gas dato che è controllato per l’85% da sette compagnie (per quanto riguarda l’estrazione) e da sole 4 compagnie per quanto riguarda i servizi di raffinazione e arricchimento.

La transizione energetica ha messo in moto interessi giganteschi che a loro volta muovono forze incontenibili disposte, se necessario, ad usare ogni mezzo per raggiungere i loro obiettivi: basta pensare che le terre rare, assolutamente indispensabili per le energie rinnovabili e la produzione di idrogeno, sono concentrare per l’84% in Cina e Russia, per non parlare di altri minerali strategici anch’essi oggetto di fortissimi interessi. Sarebbe paradossale che la scelta della transizione energetica, fatta per salvare il pianeta e l’umanità, si trasformasse in una guerra totale contro l’umanità.

Giorgio Ferrari
Giorgio Ferrari, classe 1944, si diploma perito in Energia Nucleare all’Istituto Enrico Fermi di Roma, l’unica scuola esistente allora in Italia in questa disciplina. Dopo una prima esperienza presso la Senn (Società elettronucleare nazionale) che aveva da poco ultimato la costruzione della centrale nucleare del Garigliano, passa al CRN come assistente ricercatore sulla nave oceanografica Bannock e poi presso l’Infam (Istituto di fisica dell’atmosfera e meteorologia). Nel 1967 entra all’Enel, settore nucleare e si dedica principalmente alla progettazione dei noccioli e del combustibile nucleare di cui diviene responsabile del controllo di fabbricazione per tutte le centrali dell’Enel, mansione che manterrà fino al 1987 quando, dopo l’incidente di Chernobyl, fece obiezione di coscienza. Successivamente ha svolto altri impieghi nel settore esteri dell’Enel in diversi paesi dell’America Latina , medio ed estremo oriente. Nel 1972 entra a far parte del Comitato Politico Enel, organizzazione di base che proprio in quegli anni inizia a sviluppare una critica del modello energetico dominante e, in particolare, all’energia nucleare sostenendo e promuovendo le lotte del movimento antinucleare. Stretto collaboratore di Dario Paccino, riedita insieme a lui la rivista “rossovivo” e, nel 1977, è tra i fondatori di “Radio Ondarossa”, con la quale collabora tutt’ora. Insieme a Dario Paccino ha scritto “La teppa all’assalto del cielo” i 72 giorni della Comune di Parigi, Edizioni libri del No. Con Angelo Baracca ha scritto “SCRAM: la fine del nucleare” edito da jaca Book -2011. Scrive sul manifesto ed altre riviste di ecologia ed è consulente scientifico di Isde.

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