13mila: l’Ucraina, vista dal sottosuolo del mondo

Dal blog https://www.pressenza.com/

23.03.22 – Afghanistan – Francesca Borri

Soldati statunitensi presidiano una piantagione di papaveri in Afghanistan (Foto di Archivio Pressenza)

Finora, i morti sono 13mila.

Ma non in Ucraina. In Afghanistan.

E solo dall’inizio dell’anno.

I morti sono di più, in realtà: perché questi sono solo i neonati morti di malnutrizione. Più che morti, uccisi. Uccisi dalle nostre sanzioni, che hanno fermato l’economia, invece che i talebani. L’unico mercato rimasto, qui, è quello dei reni. Venduti agli ospedali indiani.

Secondo l’ultimo rapporto dell’ONU, il 95% della popolazione è alla fame.
L’Europa in questi giorni si è tinta di giallo e blu, e ha riscoperto se stessa e i suoi valori. Ma vista da qui, l’immagine più iconica non è quella delle frontiere aperte agli ucraini: è quella delle frontiere chiuse a tutti gli altri. E non solo a sud, dove si continua ad annegare, e a denunciare chi va in soccorso, no: le stesse frontiere. Vista dal sottosuolo del mondo, l’Europa è quella degli africani respinti dalla Polonia.

Perché se sei bianco, sei un profugo. Se sei nero sei un migrante.
Anche se sei in fuga dagli stessi bombardamenti.

E anche se fino a ieri, nessuno voleva gli ucraini in Europa.
Fino a ieri, non erano come noi.

Leggere la stampa occidentale è così strano. Si parla di Ucraina e basta. Ma non solo nel senso che le guerre in corso al momento sono 59, più quella sessantesima guerra che è il Covid, e che all’improvviso, non interessa più: no, si parla di Ucraina e basta nel senso che tutte le analisi sono centrate sull’Ucraina. Come se l’Ucraina fosse la posta in gioco. E non, invece, il semplice terreno di gioco. Siamo in guerra con la Russia in Siria, dove Putin sostiene Assad, in Libia, dove sostiene Haftar, in Iraq, dove è alleato con l’Iran, in Yemen, dove è il principale mediatore, in Mali, dove è subentrato ai francesi. E nei Balcani, naturalmente. Dai tempi di Milosevic. Perché la NATO ha un ruolo difensivo, è vero: ma per noi. Fuori dall’Europa, è un’altra storia. O vogliamo dimenticare l’Iraq? Una guerra giustificata con la necessità di eliminare armi di distruzione di massa che Saddam non aveva e per le cui prove, contraffatte, il New York Times ha vinto un Pulitzer?

Si è poi scusato con i lettori. Ma mai con gli iracheni.

Come è piccola, vista da qui, questa Europa che si crede protagonista.
L’Assemblea Generale dell’ONU ha condannato l’invasione dell’Ucraina con una risoluzione che ha avuto 141 voti a favore e 5 contrari. Più 35 astenuti. E tutti hanno elencato sarcastici i contrari: oltre alla Russia, la Bielorussia, la Corea del Nord, l’Eritrea e la Siria. Ma la notizia sono piuttosto gli astenuti. Tra cui la Cina e l’India. Che insieme hanno più di metà della popolazione mondiale.
Più gli Emirati Arabi e il Sudafrica. E il Brasile che si è dichiarato neutrale. L’intero mondo non occidentale. Cosa significa?

Il problema non è solo che è una domanda a cui nessuno ha risposta. Il problema è che è una domanda proibita. Perché tentare di comprendere non dico le ragioni, ma il ragionamento, la logica degli altri, che sono altri esattamente perché sono diversi da noi, e ci sono spesso incomprensibili, equivale a schierarsi con Putin.

E così, tutto ti piomba addosso improvviso. Anche quando non è affatto improvviso. Al Cairo, la libreria dell’American University nel 2011 aveva questo libro che per anni era stato il più venduto: “Egypt on the brink”, l’Egitto in bilico. E che anticipava la Primavera Araba. Un po’ come ora questa intervista del 2019 a Oleksiy Arestovych, uno dei consiglieri di Zelensky: che spiega come con l’inserimento dell’Ucraina nella NATO, un attacco russo sia probabile. E spiega quando, dove, e come. E non si sbaglia di un centimetro. Con la giornalista, che è di Kiev, che con un rischio così, gli chiede: scusi, ma allora ha senso?

Ma i conflitti, per noi, sono sempre crisi.
E le crisi sono sempre umanitarie. Mai politiche.

Come l’Afghanistan.
Come Gaza. Che è sotto assedio da 15 anni. E la cui resistenza è terrorismo.
Perché il nemico, per noi, è sempre un macellaio. Ma magari. Sarebbe tutto così semplice, se fosse solo questione di internare i Putin. I Gheddafi. I Bin Laden. Di eliminarli. Come in Siria. In cui ancora oggi, non abbiamo idea del perché Assad abbia così tanto consenso. Da dove viene? Dalla paura? Dall’opportunismo? O è un consenso sincero?

E il risultato è che Assad è ancora al potere.
In una guerra che è appena entrata nel suo undicesimo anno.
E in Europa, nessuno neppure sa che non è finita.

Dall’inizio dell’invasione, abbiamo pagato alla Russia 21 miliardi di euro di gas.

Tag: Afghanistan, guerra, morti, Siria, Ucraina

Francesca Borri
Francesca Borri, 1980, una laurea a Firenze in Politica Europea, poi una seconda in Filosofia del Diritto, di mezzo un master in Human Rights and Conflict Management al Sant’Anna di Pisa, è autrice di Non aprire mai, la Meridiana 2008, e Qualcuno con cui parlare. Israeliani e palestinesi, Manifestolibri 2010. Scrive per Il Fatto Quotidiano, in Italia, e al momento vive tra Libano e Turchia, alla frontiera con la Siria. Lavora insieme al fotografo statunitense Stanley Greene.

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