Ricordate Guantánamo? C’è ancora

Dal blog https://comune-info.net

Alessandro Ghebreigziabiher 12 Gennaio 2022

Ricordate Guantanamo? C’è ancora volta un campo di prigionia. Ce ne hanno parlato dappertutto. A scuola e all’università, probabilmente, a casa, auspicabilmente, al lavoro e al bar, generalmente. Ne avrai sentito ovunque e da chiunque. Perché le macchie della Storia sono parte di essa e nasconderle o ridisegnarle come se fossero tutt’altro non le fa scomparire. Bensì, si allargano ulteriormente sino a insozzarti l’anima, oltre al vestito. E a quel punto non c’è candeggina che tenga. Difatti, il campo di prigionia di cui vorrei parlarti c’era una volta ma c’è ancora, precisamente venti anni oggi.


Tu ti chiederai: com’è possibile, dopo le atrocità del secolo scorso, confinare ancora i nostri simili in siffatti gironi infernali in terra? Sono sufficienti le parole, ecco come. Con le parole sbagliate e antitetiche, bugiarde e ipocriti, grottescamente contraddittorie e palesemente fuorvianti. Ecco perché è anche con le parole che possiamo combattere questa guerra al contrario, che a cuore, più che a senso, si legge pace.

foto pixabay

Indi per cui, narrando all’inverso ed elencando via via ciò che non è, più che l’opposto, c’era una volta, ovvero c’è oggi, Guantánamo, noto come campo di prigionia. Eppure non è un campo, cioè non è una porzione di terreno destinata a colture e neppure quello dove i soldati si addestrano e i ragazzi diventano uomini, come dicevano una volta. Ci sono i soldati, i ragazzi pure, ma di uomini, tu leggi pure umani, oramai non c’è n’è neppure l’ombra; non è quello base dove sostano i camminatori e gli scalatori e neppure quello di battaglia, perché quest’ultima prevede due schieramenti, giammai i molti contro uno; non è quello da gioco e, sfortunatamente per i forzati ospiti, neppure quello santo, che almeno metterebbe fine a ogni supplizio. No, è un altro tipo di campo, e finora non ce l’hanno raccontata giusta, altrimenti non saremmo qui, oggi, a riparlarne. Quindi, Guantánamo è un campo che non è un campo, di prigionia, dicevo, ma neanche questo è esatto. Perché la prigione si limita a rinchiudere, mentre da quelle parti le sofferenze subite sono opera di esseri viventi, non di mura e sbarre. Nella fattispecie il campo di prigionia di Guantánamo, che non è un campo ed è infinitamente più orribile di un normale carcere, si trova nell’omonima baia all’interno di una base degli Stati Uniti, ma anche questo è tutto sbagliato, perché la costa appartiene all’isola di Cuba, ovverosia nulla di più lontano e avulso alla nazione a stelle e strisce. Il non campo, che non è soltanto una prigione, fu istituito nel 2002 dall’allora capo del governo americano George W. Bush, ma pure questo è falso, perché oramai perfino i sassi sanno che a comandare era il vice Dick Cheney. La realizzazione di Guantánamo faceva parte delle risposte dell’amministrazione agli attacchi dell’undici settembre dell’anno precedente, all’interno di una strategia chiamata Guerra al terrore, e pure quest’ultima è un inganno: la guerra è la madre di tutte le umane paure e come si può pretendere, anche solo scrivendolo, di lanciarne una per combattere ciò che ci spaventa? Naturalmente, con tali premesse, fu quasi logico che dal giorno della sua inaugurazione dell’undici gennaio di vent’anni addietro le persone vi finissero arrestate e detenute a tempo indeterminato senza alcun processo; allo stesso modo, risultò altrettanto coerente che il campo di prigionia era in realtà un agglomerato di moderne sale adibite alla tortura.

A questo punto potresti domandarmi: cosa è accaduto dopo che Amnesty International e molti altri hanno rivelato al mondo intero ciò che in realtà era il non campo di prigionia, ma si legge tortura, nella baia degli Stati Uniti che invece appartiene alla più resistente delle isole sfuggite all’impero americano? È successo che Obama, presidente dal 2009 al 2017, promise di chiudere Guantánamo, ma la sola cosa che gli riuscì fu quella di diminuire il numero dei detenuti. Come se il problema fosse in quest’ultimo e non nella follia della ragion d’essere di un luogo del genere, oggi e addirittura domani, dopo ciò che è accaduto ieri e l’altro ieri.

Per concludere dal 2017 al 2021 c’è stata la reggenza del non presidente Trump, perché tutto è stato fuorché l’uomo al comando che guida e amministra una nazione per il bene dei suoi cittadini. Eppure, durante tale inquietante parentesi, un po’ di coerenza c’è stata, perché chi da menzogne e raggiri profitta, succhiando energia vitale dagli orrori altrui come il più sadico dei vampiri, non può fare a meno che decidere di firmare un ordine esecutivo con cui prolungare il non campo delle atrocità sino a tempo indeterminato.

Infine, nonostante la suddetta parentesi sia stata chiusa dall’avvento di Joe Biden, che come il suo predecessore democratico ha promesso la chiusura del non campo, a dicembre scorso il New York Times ha rivelato che nello stesso è in via di realizzazione una ennesima aula per giudicare i torturati, non più solo detenuti, ma vietata al pubblico. Perché questa scandalosa vicenda è come il segreto di Pulcinella, che gli americani conoscono poco, a quanto pare, o forse troppo bene, al punto che nessuno più al mondo può far finta di ignorare. O magari, a forza di confondere e contraddire il racconto, le parole della trama e dei personaggi che vi abitano, ci siamo talmente abituati a termini come orrore e torture, che quando osserviamo o ascoltiamo le disavventure dell’umanità, vediamo e leggiamo disumanità. E ci tranquillizziamo, perché è ciò che ci aspettiamo.

Siamo a inizio anno e faccio una proposta: perché non ricominciamo da capo? Prendiamo il dizionario e teniamolo sempre accanto a noi, come in molti fanno col cellulare o i social network. Ripartiamo dalle parole e dalla verità di ciò che significano, prima che il mondo le pronunci, le imprigioni, le torturi e infine le uccida…

Per chi sarà a Roma questo fine settimana:

Agata nel Paese che non legge, pagine 276, dicembre 2021. NEM edizioni
Agata Toccaceli ama visceralmente i libri. Cresciuta nel piccolo paese di Montenevo, decide di non proseguire nella gestione della panetteria di famiglia e di avventurarsi nella grande città per realizzare il suo sogno: aprire una libreria. Una volta laureata, la ragazza affitta, come sede della sua libreria, il negozio di frutteria di Abubakar (Abu per tutti), un giovane originario del Bangladesh. I due diventano anche amici e Agata assume Abu come commesso nella nuova libreria il cui nome (Libri con le orecchie) è un omaggio a un dettaglio inconfondibile del volto di Agata che l’interessata non fa nulla per nascondere. La strada verso la realizzazione del sogno è piuttosto in salita, principalmente a causa delle difficoltà che incontrano tutte le librerie… piccole o grandi. Il dilemma che assilla Agata è il seguente: perché nel nostro Paese così tanta gente non legge libri? Cercando di risolvere l’atavico dilemma insieme ai suoi compagni di viaggio, Agata vivrà un’avventura emozionante tra libri e persone straordinarie in cui troverà finalmente la sua vera strada.

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