Negazionismo, scetticismo o resistenze: dove va l’ecologia politica

Da (doc a cura di S. Palidda condiviso con alcuni ricercatori del progetto CREMED – Collective Resilience Experiences facing risks of sanitary, environmental and economic disasters in the MEDiterranean)

Negazionismo, scetticismo o resistenze: dove va l’ecologia politica? – di Turi Palidda

 18 cattolica e in particolare la sua continua crociata contro le donne (come anatema verso il  peccato mortale attribuito all’aborto). Suolo, territorio, terrestri, sono termini che fanno parte della griglia teorica di Latour con la conseguente sua stima per esperienze come quella della celebre Zad65: in essa, infatti, vi legge su scala micro la realizzazione della coesione tra gente che abita lo stesso territorio e quindi  ancorata al suolo e a difendere la sua vita. Evidentemente qui la sua lettura antropologica che esalta i suolo, la discendenza, i miti e la valenza ctonica che li accompagna, aspetti che nel loro insieme Donna Haraway definisce con il lemma Chthulucene (da khth™n e kainos) mettendo l’accento sul riconoscimento e il rinnovamento costanti nella sympoiesis, l’agire in comune 66. E Latour dà ragione agli zadisti perchè affermano che le questioni politiche sono questioni territoriali e che definiscono gli interessi e i mondi. Chi lo induce a parlare di cosmologia propria alla lotta ecologica. Precisa anche che non si tratta di difendere la natura perchè noi siamo la natura (come dice uno dei cartelli degli zadisti -vedi dopo), raggiungendo così l’approccio olistico di tutte le componenti del pianeta (e ricorda: il cui giusto nome Gaa, con riferimento a Lovelock).

10) Resistenza o resilienza?

é assai emblematico che sino a qualche anno fa il termine resilienza -utilizzato soprattutto nel mondo anglosassone- fosse poco usato e invece oggi sia diventato alla moda notoriamente nei documenti delle diverse istituzioni internazionali

67 . L’accezione di tale termine in questi documenti postula l’attitudine e il comportamento che ogni individuo dovrebbe adottare rispetto ai rischi e quando  rimasto vittima di disastri, incidenti ecc. In altre parole, si tratta di una proposta individualizzante e psicologizzante che fra l’altro si riassume nella campagna Io non rischio, in cui si suggerisce di tenersi connessi per essere sempre ben informati e sapere come comportarsi in caso di incidenti o disastri (scarica la app, segui le istruzioni ). Una campagna inspirata dai tecnici e psicologi delle catastrofi che non sembrano curarsi della realtà effettiva che vivono in particolare le persone più a rischio (

che non hanno nŽ smartphone e app da scaricare e che, anche se le avessero, non avrebbero alcuna connessione funzionante in caso di disastro per esempio in caso d’inondazione e ancor più durante uragani

 Donna Haraway, Symbiogenesis, Sympoiesis, and Art Science Activism for Staying with the Trouble, in  Arts of Living on a Damaged Planet. Ghosts of the Anthropocene, a cura di Anna Tsing, Heather Swanson, Elaine Gan, Nils Bubandt, University of Minnesota Press, Minneapolis-Londra, 2017. In italiano: Antropocene, Capitalocene, Piantagionocene, Chthulucene: creare kin, in KABUL magazine, EARTHBOUND. Superare l’Antropocene

, K-STUDIES #2, 2018

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 Per la critica della resilienza psicologizzante, vedi il testo di Monica Colombo e Ferrari in Governance É (note 2).

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tsunami o mega-incendi come ad Atene -lo si  visto anche in occasione dei recenti disastri in diversi paesi fra cui l’alluvione -non grave come uno tsunami- a Genova e nella costa Azzurra.

é ovviamente peggio, nella maggioranza delle zone le più povere del mondo dove in caso di catastrofi dette naturali muoiono ancora di più i meno protetti, cioè i meno abbienti. Ma i tecnici della protezione civile abitano negli uffici (certo non come quelli dell’UNEP nelle gated communities  di Nairobi per funzionari ricchi con tanti servitori). Nei paesi ricchi in cui una buona parte della popolazione è dotata di coperture assicurative anche in caso di disastri, l’utiliti dell’ingiunzione a rispettare le consegne di io non rischio sta nel fatto che si è esclusi dalle indennità se non si sono seguite le istruzioni pubblicate dalla protezione civile e dalle autorità locali. Il principale obiettivo della promozione della resilienza è palesemente quello di sabotare le resistenze o resilienze collettive che spesso esplodono contro i responsabili dei disastri e nell’immediato contro i responsabili dei cosiddetti soccorsi e aiuti alla ricostruzione quasi sempre a beneficio delle grandi imprese delle Grandi Opere. Tra i centri più in vista in tale campo c’è lo

Stockholm RŽsilience Centre (https://www.stockholmresilience.org/). é rispetto a tale genere di dispositivi e alle loro pratiche che si situa la scommessa di chi sostiene le resistenze collettive con la collaborazione attiva tra vittime, abitanti ed esperti non asserviti alle logiche del business

 dei disastri. E non è un caso che le autorità scatenino le  polizie e anche i militari contro queste resistenze a volte con l’alibi di reprimere gli sciacalli. Così mentre prima dei disastri raramente le agenzie di prevenzione e controllo e le forze di sicurezza agiscono per la prevenzione, dopo i disastri si assiste a un loro dispiegamento massiccio insieme a una schiera di psicologi e ONG spesso ausiliari delle polizie per  prevenire le rivolte delle vittime e reprimerle se esse non si sottomettono al trattamento  psicologico per renderle incapaci di reagire (sul trattamento delle vittime dei disastri in tutte le lingue si trova sul web un enorme quantitˆ di documenti di psicologi e esperti ovviamente embedded; fra altri, vedi racconti e analisi critiche di Lucia Vastano sul caso Vajont, Naomi Klein su Puerto Rico, Agier, Revet, Colombo e Ferrari -in bibliografia). 11)

 Approdo alla tanatopolitica liberista? Come detto prima a proposito dei negazionisti, dello

 spettro de XXI¡  dei dominanti che cercano di crearsi degli spazi sicuri e dei militari entusiasti per le promesse della neo-ingegneria, diversi gruppi dominanti fanno pensare che si  in una svolta rispetto alla coesistenza conosciuta nel passato tra biopolitica  e tanatopolitica  (Foucault) poichè tende a  prevalere sempre più la scelta di quest’ultimo tipo di governo. La biopolitica (il lasciar vivere ) serviva a disporre di popolazione in abbondanza per la riproduzione di cittadini necessari alle attività produttive e dei servizi, come carne da macello per le guerre, come contribuenti delle tasse. Ma data la sovrappopolazione sommata al riscaldamento climatico, i dominanti non hanno pi interesse a lasciar vivere ma al contrario hanno interesse a lasciar morire , il che non impedisce la possibilità di trarre profitto anche di tale opera (vedi $ 4). Appare allora opportuno constatare che tutta la storia dell’umanità è storia di sconfitte delle lotte dei dominati, storia di massacri e genocidi. Ma, l’istinto stesso di sopravvivenza e la violenza del potere provocano sempre resistenza (salvo quando le persone sono totalmente schiacciate al punto da non avere ne la forza, ne la capacità di capire e reagire (come nel caso degli internati nei campi della Shoa). Perciò le resistenze si riprodurranno sempre ed è  probabile che avranno tendenza a diventare sempre più violente coì“ come sarà sempre più devastatore il crimine contro l’umanità provocato dalle lobby e dai dominanti di ogni paese. In queste resistenze  anche probabile che la modalità block bloc sarà generalizzata.

 L’idea di riprendere il concetto di tanatopolitica mi stata proposta da A. Petrillo a proposito del trattamento riservato alla popolazione della Campania e in generale del Meridione, popolazione iper denigrata e massacrata dalle mafie come dalle autorità nazionali e locali (come dicono i napoletani e non a caso tutti i meridionali: cornuto e mazziato -o cornuto e bastonato). E questa la sorte riservata alle popolazioni italiane e di tutti i  paesi, stigmatizzate per meglio essere inferiorizzate e anche trattate col ferro e col fuoco, come proponevano i discepoli di Lombroso. Cfr. Petrillo in  Resistenze, Biopolitica e

 20 comune e spontanea per la maggioranza dei partecipanti con anche il ricorso alle armi da fuoco da parte dei manifestanti e non da parte di gruppetti. 12)

 L’ecofemminismo

 Il termine ecofemminismo si è diffuso soprattutto nel corso di questi ultimi anni insieme al dibattito sull’ecologia politica, ma data dagli anni Sessanta soprattutto nel mondo anglo-sassone (vedi qui 69). In realtà la prospettiva teorica e pratica dell’ecofemminismo  interpretata diversamente dai molteplici collettivi nei vari paesi. Fra le correnti meno note ma assai interessanti vi è quella che fa riferimento all’esperienza delle donne combattenti kurde; impegnate anche in un ruolo di primo piano nella lotta armata queste hanno creato ex-novo tutta l’organizzazione politica della società locale in tutti i suoi aspetti e in particolare a  proposito delle relazioni donne-uomini-figli, la democrazia diretta ecc.

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 Evidentemente il tratto comune a tutte le ecofemministe  la critica radicale del  patriarcato e del capitalismo, quindi del capitalocene, con anche degli aspetti della militanza  per la decrescita. Sebbene le ecofemministe cerchino di dialogare tra loro al di là delle loro diverse interpretazioni, si può constatare che ci siano più interazioni tra quelle dei paesi ricchi e quelle dei paesi che hanno anche una rinomanza mondiale (per esempio le indiane) anzichè con le militanti come le kurde impegnate anche nella lotta armata. Ma sono soprattutto queste che sembrano aver un certo successo tra le giovani dei paesi ricchi, mentre sembrano suscitare diffidenza tra le femministe storiche e d’Europa e dell’America del Nord (che invece esaltano le indiane, da alcune tacciate di essere le ecofemministe mainstream  o da conferenze). Nella prospettiva ecofemminista il discorso sull’Antropocene è tacciato d’euro-androcentrico poichè occulta la dominazione capitalista-patriarcale-coloniale-specista, e quindi la necropolitica del capitalismo.

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. Va osservato che la questione della decolonizzazione di tutto in tutti i campi resta una questione cruciale (così come la comprensione delle differenze fra liberal-democrazia e liberismo spesso ignorata o non compresa) e pone anche la messa in discussione del cosiddetto approccio post-coloniale.

PS: sugli argomenti qui affrontati la letteratura e gli articoli scientifici e anche sui media hanno avuto uno sviluppo impressionante in particolare dal 2015 in poi. Rinvio fra l’altro ai diversi articoli pubblicati su effimera.org e alle numerose recensioni, articoli e interviste ad autori importanti pubblicati da mediapart.fr

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 https://en.wikipedia.org/wiki/Ecofeminism; https://fr.wikipedia.org/wiki/%C3%89cof%C3%A9minisme 

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 https://lemonde-arabe.fr/21/02/2018/combattantes-kurdes-feminisme/; https://www.cairn.info/revue-vacarme-2015-2-page-198.htm; https://blogs.mediapart.fr/monica-m/blog/070814/sur-le-front-syrien-les-combattantes-kurdes-affrontent-leil; http://www.alternativelibertaire.org/?Les-succes-du-mouvement-des-femmes;https://observers.france24.com/fr/20140806-syrie-combattantes-kurdes-djihadistes-eiil-kurdistan-syrien-etat-islamique 

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 S. Barca: http://effimera.org/limite-biofisico-narrazioni-del-capitalismo-stefania-barca/;

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