«Il potere segreto»  

Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/

– Stefania Maurizi

Francesco Masala

“Perché vogliono distruggere Julian Assange e WikiLeaks”

recensione di Francesco Masala (*)

Se prendi in mano questo libro sappi che è un libro pericoloso, leggerai cose che devono essere dimenticate, così vogliono in molti, ma non noi.

Il libro racconta la storia di Julian Assange nella testimonianza di prima mano di Stefania Maurizi, ed è avvincente come un libro giallo.

Assange è come il bambino della storia I vestiti nuovi dell’imperatore, di Hans Christian Andersen, ha mostrato e dimostrato che l’imperatore era (ed è) nudo.

E l’imperatore, quando viene scoperto, s’incazza, la vendetta è il suo credo.

Con Assange hanno usato e usano lo spionaggio, la calunnia, le false testimonianze, e residualmente la Legge, manovrata e interpretata secondo i loro bisogni, con un potere di persuasione e di ricatto senza limiti, quando c’è bisogno.

E da anni Julian Assange è in un girone infernale, e come Antonio Gramsci, deve essere messo in condizione di non nuocere mai più, come Alaa Abdel Fattah, in Egitto. Solo quello vogliono.

Scrive Frank Zappa: L’illusione della libertà continuerà fino a che è vantaggioso che continui. Nel momento in cui la libertà diventerà troppo costosa, tireranno giù la scenografia e il sipario, toglieranno i tavolini e le sedie e potrai vedere il muro di mattoni in fondo al teatro.

(Latuff oggi farebbe la stessa identica vignetta, cambierebbe solo l’anno, da 2019 a 2022)

Coincidenze

1 – C’è chi si chiede come mai Daniel Ellsberg, il whistleblower dei Pentagon Papers (qui la recensione del film di Spielberg, The Post) non finì in galera, a differenza di Chelsea Manning. Probabilmente la risposta sta nel fatto che allora la stampa era il quarto potere, oggi è quasi sempre embedded, non usa il potere che potrebbe avere.

Ecco la coincidenza: quando Wikileaks aveva la vitale necessità di server per il suo sito, sotto attacco dai sicari del Potere, a negare i server fu Amazon, che, guarda caso, oggi è il padrone – con un gioco di società, scatole cinesi (o meglio scatole Usa) – del Washington Post, proprio il giornale che coraggiosamente pubblicò i Pentagon Papers. Amazon cane da guardia che controlla il Potere non se l’immagina nessuno, al massimo cane di compagnia o da riporto.

Nel 1789 Benjamin Franklin scriveva: “La libertà della stampa deve essere assoluta. I giornali devono essere lasciati liberi di esercitare la propria funzione investigativa e di controllo con forza, vigore e senza impedimenti”, oggi sarebbe in cella con Julian Assange.

2 – Crown Prosecution Service, l’accusa contro Assange era guidata da Keir Starmer, che riuscì a tenere Assange in galera, probabilmente era solo un sicario il cui mandante era la Cia.

Keir Starmer è stato così bravo che riuscì a diventare segretario del partito laburista, riuscendo anche a cacciare dal partito Jeremy Corbyn; per antisemitismo, un’accusa passepartout. Altra missione compiuta, dopo Assange via l’anomalia Corbyn, il Potere ringrazia ancora Keir Starmer.

QUI si può guardare la puntata di Presa Diretta dedicata ad Assange

Il libro comincia così:

Tutto era iniziato nel 2008, quando una mia fonte aveva smesso di parlare con me perché convinta di essere intercettata illegalmente.

Chi contatta noi giornalisti per raccontarci in modo confidenziale qualcosa di scottante – che qualcuno che conta vorrebbe tener nascosto – lo fa solo se ha fiducia nel fatto che non verrà scoperto e quindi non andrà incontro a gravi conseguenze, come il licenziamento dal posto di lavoro, cause legali devastanti o, in casi estremi, la prigione o la morte. La mia fonte aveva avuto il coraggio di cercarmi, ma dopo i primi incontri le sue preoccupazioni avevano prevalso.

L’avevo aspettata a lungo per quello che sarebbe stato il nostro ultimo appuntamento. Alla fine avevo capito che non si sarebbe presentata e non ce ne sarebbe stato un altro. Non avevo modo di verificare se fosse davvero intercettata illegalmente o se fosse soltanto una sua paranoia, ma per fortuna presi molto sul serio le sue preoccupazioni.

Nel corso degli anni avevo parlato con decine di fonti giornalistiche: alcune mi avevano dato brandelli di informazioni utili, altre mi avevano solo fatto perdere tempo, altre ancora mi avevano permesso di arrivare a scoop notevoli. Ma nessuna aveva mai inciso tanto profondamente nella mia vita e nella mia professione come lei. Quella fonte, che non volle mai rivelarmi una sola parola di ciò che sapeva, cambiò per sempre il mio lavoro.

Fu in quel momento, infatti, che mi resi conto di dover trovare una soluzione per comunicare in modo molto più sicuro. Le vecchie tecniche, che purtroppo si usano ancora oggi in tutte le redazioni, erano e sono completamente superate: risultano del tutto inadeguate a un mondo in cui forze di polizia, spie assoldate da grandi aziende e servizi segreti possono ascoltare con facilità impressionante noi giornalisti e tutte le persone che parlano con noi per rivelarci qualcosa di importante.

Se avessi studiato diritto, avrei cercato protezione nelle leggi, ma ho studiato matematica e così per me fu naturale guardare a codici cifrati e password per una possibile soluzione. All’università avevo imparato un po’ di crittografia. Ne avevo una conoscenza solo teorica, ma quell’arte di proteggere le comunicazioni tra due persone, in modo che non siano accessibili a tutti indiscriminatamente, mi aveva intrigato.

Come aveva scritto Philip Zimmermann, l’inventore del programma PGP (Pretty Good Privacy) per criptare email e documenti, «che tu stia pianificando una campagna politica, discutendo delle tue tasse o intrattenendo una relazione sentimentale segreta, che tu stia comunicando con un dissidente politico in un paese autoritario o facendo altro, non vuoi che le tue email o i tuoi documenti privati siano letti da nessuno. Non c’è nulla di sbagliato nell’affermare il proprio diritto alla privacy».

Non solo non c’è nulla di sbagliato, ma per noi giornalisti e le nostre fonti è un diritto fondamentale: se non garantiamo protezione a chi parla con noi in modo confidenziale, nessuno ci fornirà più informazioni.

Nel vecchio mondo analogico, quello precedente l’era digitale, gli apparati dello Stato, dalle forze di polizia ai servizi segreti, potevano aprire le lettere con il vapore per leggere la corrispondenza dei cittadini o ascoltare e trascrivere le telefonate una per una, ma erano soluzioni che richiedevano tempo, non potevano essere usate in modo sistematico su intere popolazioni. Le comunicazioni digitali, invece, hanno cambiato tutto: ora sorvegliare segretamente la corrispondenza via email di milioni di persone è diventato un gioco da ragazzi.

Proprio questa trasformazione aveva spinto l’americano Philip Zimmermann, ingegnere informatico e pacifista, a creare il suo programma PGP. Aveva visto arrivare fin dall’inizio un rischio per la democrazia.

Le sue preoccupazioni possono essere riassunte in questa testimonianza davanti a una commissione del Senato statunitense nel 1996: «Alcuni nel governo sembrano intenzionati a adottare e consolidare un’infrastruttura per le comunicazioni che neghi ai cittadini la capacità di proteggere la loro privacy. Questo è inquietante, perché in democrazia può succedere che di tanto in tanto vengano elette delle brutte persone, a volte anche bruttissime. Normalmente una democrazia che funzioni ha il modo di rimuoverle dal potere, ma un’infrastruttura tecnologica sbagliata potrebbe in futuro permettere a un governo di sorvegliare ogni mossa di chi gli si oppone. E quello potrebbe benissimo essere l’ultimo governo che eleggiamo». Zimmermann non era un radicale, era un pacifista che credeva nel dissenso politico tanto da essere stato arrestato per le sue proteste pacifiche contro le armi nucleari. Una volta intravista questa minaccia per la democrazia, fece un atto di disobbedienza civile: proprio mentre il Senato americano cercava di far passare la Senate Bill 266 – una proposta di legge che permetteva al governo di accedere alle comunicazioni di chiunque – creò un software per cifrare le email, PGP, e lo distribuì in modo completamente gratuito affinché si diffondesse il più possibile, prima che il governo potesse rendere illegale la crittografia.

Fu una rivoluzione: come ha raccontato Zimmermann stesso, prima di PGP non era possibile per il cittadino ordinario comunicare a lunga distanza con qualcuno in modo sicuro, senza andare incontro al rischio di essere intercettato. Questo potere era saldamente ed esclusivamente nelle mani dello Stato. Con PGP questo monopolio finì. Era il 1991.

Il governo degli Stati Uniti, però, non stette a guardare: mise sotto inchiesta Zimmermann, ma alla fine, nel 1996, chiuse le indagini senza alcuna incriminazione. Da Amnesty International fino agli attivisti politici in America Latina e nella ex Unione Sovietica, PGP iniziò a diffondersi in tutto il mondo, generando un cruciale dibattito sulle libertà civili e sulla sorveglianza, e ispirando la creazione di altri tipi di software per criptare le comunicazioni.

Quel giorno che il mio appuntamento saltò per me fu decisivo: se codici e password proteggevano gli attivisti, potevano proteggere anche noi giornalisti e chi parlava con noi. Fu una mia fonte nel mondo della crittografia a mettere per la prima volta sul mio schermo radar Julian Assange e WikiLeaks nel 2008, quando li conoscevano in pochissimi perché non avevano ancora pubblicato i grandi scoop giornalistici che li hanno poi resi famosi in tutto il mondo. «You should have a look on that bunch of lunatics», «Dovresti dare uno sguardo a quella banda di matti» mi disse l’esperto. I lunatics erano Assange e il suo team di WikiLeaks: il mio amico crittografo li chiamava così con tono scherzoso, ma dimostrava di averne considerazione. E se uno con le sue competenze e la sua dedizione ai diritti umani si interessava a loro, voleva dire che stavano facendo qualcosa meritevole di attenzione.

Cominciai a osservare con sistematicità il lavoro di WikiLeaks, che era proprio agli albori, perché era stata creata nel 2006. L’idea era rivoluzionaria: sfruttare la potenza della rete e della crittografia per ottenere e «far filtrare» – in inglese to leak, da cui il nome WikiLeaks – documenti riservati di grande interesse pubblico. Proprio come i media tradizionali ricevono informazioni da sconosciuti che mandano alle redazioni lettere o pacchi di documenti, così Assange e la sua organizzazione ricevevano file scottanti, inviati in forma elettronica alla loro piattaforma online da fonti anonime. La protezione di chi condivideva documentazione delicata era garantita da soluzioni tecnologiche avanzate, come la crittografia, e da altre tecniche ingegnose.

Nel 2006, quando WikiLeaks era stata fondata, non esisteva un solo grande giornale al mondo che offrisse alle sue fonti una protezione basata sistematicamente sulla crittografia: ci sono voluti anni prima che il più influente quotidiano del mondo, il «New York Times», e altri grandi media si decidessero a adottarla, rifacendosi all’intuizione di WikiLeaks.

Julian Assange e la sua organizzazione erano senza dubbio dei pionieri. Erano particolarmente interessati ai whistleblower, persone che, lavorando all’interno di un governo o di aziende private, e venendo a conoscenza di abusi, gravi atti di corruzione o addirittura crimini di guerra e torture commessi dai loro superiori e colleghi, decidono di denunciarli nel pubblico interesse, fornendo ai giornalisti informazioni fattuali. Il whistleblower è un individuo che agisce secondo coscienza. Non si volta dall’altra parte facendo finta di non vedere. Denuncia pur sapendo di andare incontro a ritorsioni anche gravi, in alcuni casi perfino letali, perché, per esempio, chi rivela i crimini dei servizi segreti rischia letteralmente la testa e, spesso, può contare su due uniche forme di protezione: nascondersi dietro l’anonimato oppure fare l’opposto, ovvero uscire allo scoperto e sperare nel sostegno dell’opinione pubblica.

Sfruttando la potenza della rete e della crittografia, WikiLeaks offriva soluzioni tecniche avanzate per proteggere i whistleblower. Queste non solo fornivano uno scudo a chi denunciava nel pubblico interesse, ma attiravano anche fonti con talenti ed esperienze professionali particolari, che avevano potenzialmente accesso a informazioni importanti. Perché, alla fine, chi apprezzava uno strumento così complesso e poco diffuso com’era la crittografia in quegli anni? Chi l’aveva studiata, o chi lavorava nel mondo del software o dell’intelligence. L’impostazione tecnologicamente avanzata di WikiLeaks la rendeva appetibile a tutta una comunità che parlava il linguaggio della scienza e della tecnologia.

I risultati arrivarono presto e, quando iniziai a osservarli assiduamente dall’esterno, in quel lontano 2008, ne rimasi profondamente colpita.

da qui

la prefazione di Ken Loach

Questo è un libro che dovrebbe farvi arrabbiare moltissimo. È la storia di un giornalista imprigionato e trattato con insostenibile crudeltà per aver rivelato crimini di guerra; della determinazione dei politici inglesi e americani di distruggerlo; e della quieta connivenza dei media in questa mostruosa ingiustizia.

Julian Assange è noto a tutti. WikiLeaks, in cui ricopre un ruolo determinante, ha fatto emergere gli sporchi segreti del conflitto in Iraq e molto altro ancora. Grazie ad Assange e alla sua organizzazione, abbiamo conosciuto l’orrore di crimini di guerra come quelli documentati nel video Collateral Murder o quelli commessi dai contractor americani, per esempio a Nisour Square, a Baghdad, dove nel 2007 furono sterminati quattordici civili, tra cui due bambini, e altre diciassette persone furono ferite. Negli ultimi giorni del suo mandato presidenziale Trump ha graziato gli assassini di quel massacro, ma si è assicurato che Assange rimanesse in prigione.

Stefania Maurizi ha seguito il caso fin dall’inizio. Usando le leggi di accesso agli atti, che vanno sotto il nome di Freedom of Information, ha scoperto documenti che rivelano gli attacchi a Julian Assange. Ha seguito nel dettaglio questi straordinari eventi per oltre un decennio.

Al cuore di questa storia c’è il prezzo terribile pagato da un uomo, trattato con estrema crudeltà per aver messo a nudo un potere che non risponde a nessuno, nascosto da un’apparenza di democrazia.

Mentre scrivo, il caso è nelle mani del sistema giudiziario del Regno Unito. La Gran Bretagna si vanta del fatto che le sue corti sono indipendenti, che rispetta lo stato di diritto e che i suoi giudici sono incorruttibili. Be’, vedremo. Julian Assange è un giornalista il cui unico crimine è stato quello di rivelare la verità. È per questo che ha perso la libertà e ha passato gli ultimi due anni isolato in una prigione di massima sicurezza, con effetti devastanti, del tutto prevedibili, sulla sua salute mentale.

Se sarà estradato negli Stati Uniti rimarrà in carcere per il resto dei suoi giorni. Le corti inglesi consentiranno un’ingiustizia così mostruosa?

In Gran Bretagna ci sono anche altri aspetti di questa vicenda che ci riguardano da vicino: il grande esborso di denaro e risorse pubbliche per tenere Assange confinato nell’ambasciata dell’Ecuador; l’abietta vigliaccheria della stampa e dei media, che si sono rivelati incapaci di difendere la libertà del giornalismo; nonché l’accusa che il Crown Prosecution Service, in quel periodo guidato da Keir Starmer, abbia tenuto Assange intrappolato in un incubo legale e diplomatico.

Se riteniamo di vivere in una democrazia dovremmo leggere questo libro. Se ci sta a cuore la verità e una politica onesta dovremmo leggere questo libro. Se crediamo che la legge debba proteggere gli innocenti, infine, dovremmo non solo leggere questo libro, ma anche pretendere che Julian Assange sia un uomo libero.

Per quanto ancora possiamo accettare che il meccanismo del potere segreto, responsabile dei crimini più vergognosi, continui a farsi beffe dei nostri tentativi di vivere in una democrazia?

(*) cfr Perchè vogliono distruggere Julian Assange e Ancora su Assange (e noi) ma anche su…

Francesco Masala

Francesco Masala

una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere ‘uno’ che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un’illusione, peraltro ingenua, di un’unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

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