Decolonizzare il diritto del lavoro

Dal blog https://jacobinitalia.it

Flavia Maximo 16 Dicembre 2022

Per democratizzare le aziende, demercificare il lavoro e decarbonizzare il pianeta bisogna sovvertire la matrice anti-nera, anti-indigena e anti-femminile delle disuguaglianze

Il Manifesto del Lavoro nasce dalla speranza di sollevare proposte per combattere la crisi – sanitaria, climatica, economica e politica – che è stata esacerbata dalla pandemia. Sono tre i principi proposti dalle ricercatrici Isabelle Ferreras, Julie Battilana e Dominique Méda: Democratizzare le aziende. Demercificare il lavoro. Decarbonizzare il pianeta. Con questo messaggio semplice e propositivo, il Manifesto del Lavoro è stato pubblicato su 43 giornali di 36 paesi, in 27 lingue diverse ed è stato firmato da più di 7.000 ricercatrici e ricercatori di tutto il mondo, provenienti da 700 università di tutti i 5 continenti. 

Così è arrivato a me, in Brasile. Le nostre posizioni comuni sono risultate subito chiare. Siamo donne femministe ricercatrici, che lavorano in modo estenuante, molto più dei colleghi uomini (e, come sempre, siamo meno riconosciute). Siamo donne che, senza scelta, si prendono cura della famiglia e della casa, degli altri e non di noi stesse. Ma ci sono anche differenze a proposito di razza, collocazione geopolitica, e per la mancata centralità, per la maggioranza del «Sud globale», del lavoro subordinato. 

Ma come una classe, intersezionale, che-vive-di-lavoro e che per sopravvivere deve muoversi all’interno dei confini della solidarietà, abbiamo iniziato a interrogare dal nostro punto di vista i tre principi proposti dal Manifesto del Lavoro

Democratizzare le aziende

Per democratizzare le aziende è necessario imporre legalmente la partecipazione dei dipendenti alle decisioni strategiche al pari di amministratori e azionisti. La sfida non è solo quella di consentire ai dipendenti di esprimersi, ma di rappresentarsi negli organi decisionali dell’azienda per validare collettivamente tutte le decisioni che li riguardano e che hanno un impatto diretto sulle loro comunità. 

Questo modello, chiamato «bicameralismo economico» da Isabelle Ferreras, inizia con il riconoscimento delle aziende come istituzioni politiche che, come gli organi legislativi occidentali, devono avere due tipologie di votanti: gli investitori di capitale e gli investitori di forza lavoro. Dobbiamo rivendicare legalmente che i lavoratori e le lavoratrici sono i veri investitori: investono il loro corpo, la loro mente, contrariamente a chi inietta solo denaro, che è qualcosa di esterno a sé stesso. I lavoratori non sono mere risorse in un processo produttivo, non sono merci. Sono gli investitori chiave senza i quali non ci sarebbe nessun servizio, nessun affare, nessun sistema economico.

È tempo di riconoscere per via legislativa che le aziende sono istituzioni politiche che agiscono direttamente nelle misure socioeconomiche statali; che incidono su tutte le dimensioni della vita dei lavoratori e delle lavoratrici. Dopotutto, quando le persone vanno al lavoro, non smettono di essere cittadini. Al contrario: in una società capitalista, le persone sono riconosciute come cittadini solo quando lavorano perché, in questo sistema cannibale, le loro vite contanovsolo se svolgono un lavoro produttivo. E questo ci porta al secondo principio.

Demercificare il lavoro

Demercificare il lavoro significa, in primo luogo, che alcuni settori non devono essere tutelati dalle leggi di mercato, ad esempio la salute. Questo però non vuol dire soltanto che ci sono bisogni collettivi che devono essere regolati in modo differente. È necessario accettare che il lavoro non sia considerato un mero bene da scambiare, semplicemente perché non è una merce ma coinvolge una vita. A causa delle conseguenze della pandemia la disoccupazione è in aumento in tutto il mondo ed è quindi necessario agire per consentire a tutti il diritto di svolgere un lavoro che consenta loro di vivere con dignità.

Secondo gli studi dell’economista Pavlina Tcherneva, uno dei tanti falsi discorsi del capitalismo è che la disoccupazione è inevitabile ed è necessaria per il funzionamento ideale dell’economia. La disoccupazione costa caro per tutti tranne che per il capitale. Le persone disoccupate sono vulnerabili e godono di condizioni di salute peggiori; anche le loro famiglie spesso soffrono di maggiori disturbi fisici e psichici, finendo così per sovraccaricare i sistemi sanitari pubblici. Frequentano un’istruzione precaria e, di conseguenza, vengono assimilate in modo subalterno al mercato del lavoro.

La proposta di realizzare una garanzia di occupazione universale si propone di mettere fine a questa dinamica tossica. Pavlina Tcherneva propone partnership innovative tra il settore pubblico e gli attori associativi privati, in modo che chiunque abbia accesso a una garanzia di occupazione nel settore pubblico, garantendo a tali partner un reddito stabile attraverso un’amministrazione locale partecipata. La garanzia di occupazione può demercificare il lavoro in vari modi, perché garantisce che l’offerta di posti di lavoro non dipenda più esclusivamente dal loro valore di mercato. 

Per Pavlina Tcherneva, «la disoccupazione è una scelta politica». Da un punto di vista economico ci sono soltanto due scelte: proteggere l’occupazione o assicurare la disoccupazione. In entrambi i casi, è il settore pubblico a pagare il conto. Ma mentre la disoccupazione comporta notevoli costi materiali, finanziari e umani, nonché effetti negativi sulla produttività, la sicurezza nel lavoro li evita e indirizza le risorse pubbliche verso la creazione di un valore aggiunto in termini di coesione sociale, economica e ambientale. E questo ci porta al terzo principio.

Decarbonizzare il pianeta 

Il terzo principio del Manifesto del Lavoro riguarda il risanamento ambientale. Si tratta di una trasformazione così profonda che richiede un cambiamento radicale nella nostra mentalità. L’ostinato perseguimento della massimizzazione del valore per gli azionisti deve finire. Consumatori, lavoratori, enti pubblici non dovrebbero valutare le aziende solo in base alla loro capacità di generare risorse finanziarie. 

Ciò comporta necessariamente un cambio di prospettiva nella concezione del valore, per concentrarsi sul valore sociale e ambientale. Le aziende che si impegnano a perseguire questa comprensione più profonda del valore tendono anche ad adottare processi decisionali più democratici. Di conseguenza, gli Stati devono condizionare il loro sostegno alle imprese in cambio di profondi cambiamenti nei loro modelli di business. Gli investimenti delle istituzioni pubbliche devono avere regole più rigorose di «finanza verde» informata mediante consultazione pubblica e con restrizioni degli investimenti in attività dannose per l’ambiente. 

È necessario sostituire lo sfruttamento con l’imperativo collettivo di prendersi cura non solo della natura, ma anche di tutte le specie che la abitano. E per questo dobbiamo anche adattare le nostre rappresentazioni e la nostra cosmologia a questo nuovo paradigma. E così arriviamo al quarto principio, non espressamente menzionato nel Manifesto del Lavoro, ma discusso nella nostra costruzione collettiva della rete democratizing work.

I segreti epistemici del lavoro

L’esistenza di razzismo, sessismo, espropriazione ambientale e omo-lesbo-transfobia nel mondo del lavoro non è più un gran segreto. Ma c’è qualcosa al di là della descrizione fattuale dell’oppressione intersezionale della classe lavoratrice e di tutta la vita che la circonda. Quello che la decolonialità svela non sono solo le disuguaglianze di fatto, ma dei segreti epistemici. I segreti che nascondono la colonialità, il disvalore ambientale, la razza, il genere e la sessualità che si trovano nei nostri modi di produrre, essere e conoscere il diritto del lavoro.

Non si tratta solo di fenomeni secondari o esterni: si trovano alla base della regolamentazione del mondo del lavoro e si esprimono all’interno delle sue categorie giuridiche. Svelare questi segreti apre le porte a una rielaborazione del pensiero stesso del diritto del lavoro che ci consente di ricercare strade per democratizzare, demercificare e decarbonizzare il mondo lavorativo.

Ecco alcune domande che da sempre interrogano noi ricercatrici e ricercatori del «Sud globale»: in quale luogo epistemico sono state create le principali categorie del diritto del lavoro? Come vengono tradotte nei diversi contesti geopolitici? Chi è il soggetto epistemico del diritto del lavoro? Quali sono i rapporti tra le specificità del corpo del lavoratore e della lavoratrice e la sua tutela giuridica?

Sappiamo che si tratta di domande iniziali e, soprattutto, senza molte risposte. E sappiamo anche che raccontare segreti è sempre rischioso. Quindi, una nota introduttiva deve precedere la rivelazione di questi segreti epistemici: il nostro obiettivo non è la distruzione del diritto del lavoro contemporaneo. Siamo consapevoli del fatto che la semplice distruzione del lavoro subordinato, come è avvenuto nella maggior parte delle giurisdizioni, non conduce altro che a un approfondimento del rapporto coloniale. Pertanto, nello svelare i segreti epistemici del diritto del lavoro, in realtà lo difendiamo anche. Vogliamo un futuro per il diritto del lavoro che sia radicalmente opposto a quello che si sta progettando, però, nonostante il rischio che ciò comporta, non possiamo più discostarci da queste domande.

Questo approccio critico, di matrice marxista latinoamericana, giungerà alla scomoda conclusione che il lavoro subordinato, la categoria standard del diritto del lavoro, è di natura coloniale. Questo ci conduce a porci la seguente domanda: come decolonizzare la regolazione del mondo del lavoro? 

Sappiamo che il lavoro salariato «tipico», regolato nel regime del lavoro subordinato, non ha mai espresso, e tuttora non esprime, l’ampiezza della struttura dei rapporti lavorativi presenti nel capitalismo. Ma la decolonialità va oltre: spiega che la frattura tra l’epistemologia del diritto del lavoro e l’esperienza di chi lavora, in particolare i lavoratori e lavoratrici «non bianchi» del «Sud globale», non è casuale, ma è l’esito di un progetto eurocentrico di potere.

La colonialità della regolazione del mondo del lavoro si esprime in almeno tre dimensioni strutturali:

  • 1) nei margini subalterni: nel lavoro non tutelato, costituito essenzialmente dal lavoro autonomo e dal lavoro riproduttivo non retribuito;
  • 2) nella precarietà giuridica, ossia nella natura precaria delle tutele del diritto del lavoro, con ver e proprie frodi (ad esempio dipendenti formalizzati come lavoratori autonomi), frodi legalmente tollerate (come l’outsourcing) e disuguaglianze legalmente costituite (regolamento del lavoro domestico) o esclusioni legali totali (lavoratori domestici non regolamentati, come quelli a giornata); 
  • 3) nell’implosione del suo nucleo protettivo: costante demolizione delle tutele, perdita dei diritti e proliferare di statuti contrattuali più precari diffusi lungo le linee di genere e razza.

Il pensiero decoloniale propone un progetto di distacco dalla conoscenza eurocentrica. Non è una semplice negazione di tutte le sue categorie, nell’ennesima prospettiva di totalità del sapere. In definitiva, il pensiero decoloniale cerca di creare strategie per ripristinare tutto il potere non costituito nella libera decisione delle persone libere. Democratizzare le relazioni di potere implica necessariamente decolonizzare la produzione di conoscenza.

Questo è precisamente il motivo per cui per democratizzare le aziende, per demercificare il lavoro e per decarbonizzare il pianeta in termini globali, dobbiamo prima decolonizzare l’epistemologia del diritto del lavoro. Il pensiero decoloniale non è incompatibile con i principi del Manifesto del Lavoro, anzi: è un metodo necessario per situarli in diversi contesti geopolitici.

Sappiamo che decolonizzare la regolazione del mondo del lavoro non è un compito facile, perché si tratta di sovvertire le categorie che ci hanno portato alla difesa stessa del diritto del lavoro. Non possiamo però più accettare una teoria giuridica in cui il soggetto epistemico del diritto del lavoro è costituito da una matrice anti-nera, anti-indigena e anti-femminile, che continua a mantenere le disuguaglianze intersezionali di classe, razza, genere ed ecopolitica, tra il Nord e il «Sud globale». 

Decolonizzare la regolazione del mondo del lavoro coinvolge l’applicazione del metodo decoloniale nell’insegnamento giuridico del diritto del lavoro. Coinvolge la demistificazione dell’idea che il tempo mercantile è l’unico che genera valore; l’errore secondo cui solo il lavoro produttivo è lavoro e, quindi, è l’unico che dà diritto ad accedere a un minimo retributivo; la riappropriazione critica delle tecniche di raccolta dati, attraverso il boicottaggio digitale, gli scioperi intersezionali femministi, l’espansione ecopolitica dello scopo del diritto del lavoro, che deve dirigersi verso nuove epistemologie, incentrate su un equo scambio tra umani e non umani.

Se queste domande vi creano disagio, sappiate che il disagio è essenziale. Non possiamo promettervi un sollievo o un’uscita semplificata che non esiste. L’unica certezza è che affrontare teoricamente questi nodi, mettendo in discussione l’epistemologia dominante, costituisce un passo indispensabile per sviluppare una nuova ontologia del lavoro, del valore e della vita.

*Flavia Maximo è Professoressa Associata di Diritto del Lavoro nell’Università Federale di Ouro Preto (Ufop) in Brasile, dove coordina il Gruppo di Ricerca «Ressaber» – studi sulla decolonialità. Fa parte del core group della rete Democratizing Work (https://democratizingwork.org/), sviluppando ricerche sull’epistemologia del diritto del lavoro e sulle teorie dissidenti (queer, afropessimism, femminismi e studi decoloniali), nonché sugli studi di forme ibride di lotta collettiva. Questo articolo è tratto dalla conferenza all’Assemblea Italiana «Democratizing Work», tenuta a Bologna dal 30 settembre al 1° ottobre 2022.

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