Gli Usa di Trump allo scasso: 40 trilioni di debito

Dal blog https://www.remocontro.it/

  • 18 Aprile 2026 Piero Orteca

Quest’anno, prima delle elezioni di Medio termine, Donald Trump potrà certificare un traguardo raggiunto dalla sua Amministrazione: il Presidente più virtuoso del mondo, batterà tutti i record di scasso delle finanze pubbliche e gli Stati Uniti sprofonderanno sotto 40 trilioni di dollari di debito federale. Nel frattempo, lui dà l’assalto alla Federal Reserve.

90 miliardi al mese di interessi

Dunque, gli americani giacciono sotto un Everest fatto di bollette, cambiali, interessi, finanziamenti e spese pubbliche di tutti i tipi e di ogni foggia e dimensione, per l’astronomico ammontare di quasi (spicciolo più, spicciolo meno) 40 trilioni di dollari. Pensate, la patria del capitalismo d’assalto, senza macchia e senza paura, che arriva a spendere e spandere come la più statalista delle repubbliche kolkhosiane, dove si nazionalizzavano pure i rastrelli. Ossimori della storia. Lo ammettono pure loro: se non si chiamasse ‘America’, numeri alla mano e sacri testi di Scienza delle finanze docent, si potrebbero considerare sull’orlo del fallimento. Comunque qualcosa c’è. Se è vero che adesso gli allarmi cominciano a moltiplicarsi, mentre i rendimenti dei Titoli di Stato s’impennano e le aspettative di inflazione crescono. In una situazione di questo tipo, tra sogni faraonici e guerre medievali che costano l’osso del collo, il bilancio federale soffre. E la cervellotica filosofia della ‘trumponomics’, tra (presunti) tagli alla spesa e annunciate (ma ancora fantomatiche) sforbiciate alle tasse, alimenta un clima di incertezza nei mercati. Entro pochi anni il debito raggiungerà il 120% del Pil, come non accadeva dalla fine della Seconda guerra mondiale. In tale contesto, la crescita degli interessi pagati dal Tesoro federale è enorme. Si stima che negli ultimi sei mesi gli Stati Uniti abbiano dovuto spendere, per questa voce, circa 90 miliardi di dollari al mese. Un ritmo insostenibile, tanto da fare uscire allo scoperto illustri personaggi, che non hanno esitato a dare un altolà.

L’allarme di Paulson

«L’ex Segretario al Tesoro Henry Paulson – titola il Wall Street Journal – avverte che gli Stati Uniti hanno bisogno di un piano di emergenza ‘a rottura di vetro’ se la domanda di titoli del Tesoro crolla. Il piano dovrebbe essere pronto per quando ci troveremo in difficoltà». Paulson ha invitato tutti a non sottovalutare la portata di una crisi nel mercato dei titoli di Stato. Una cosa che potrebbe innescare gravi conseguenze per l’intera economia. «Abbiamo bisogno di un piano di emergenza rapido, mirato e a breve termine, pronto all’uso quando la situazione precipiterà», ha detto a Bloomberg Television. «L’avvertimento di Paulson – ricorda il WSJ – giunge in un momento in cui gli investitori sono sempre più preoccupati per il calo di attrattiva dei titoli del Tesoro statunitensi. I deficit persistenti, l’elevata emissione di debito e i timori di inflazione hanno pesato di recente sui titoli di Stato a lungo termine. Paulson ha affermato che una crisi nel mercato dei titoli del Tesoro si differenzierebbe in un aspetto cruciale dal tracollo finanziario del 2008, quando il governo statunitense disponeva ancora di una capacità fiscale sufficiente per intervenire e contenere i danni. Questa volta, invece di concentrarsi sul settore privato, una crisi del Tesoro potrebbe compromettere la capacità del governo di autofinanziarsi». In termini pratici, stiamo parlando di ‘fallimento’ dell’azienda federale Usa.

FED: un altro fronte caldo

Navigare tra gli scogli (e le secche) dell’oceano finanziario americano, come abbiamo visto, per Trump può essere pericoloso quanto farlo dalle parti del Golfo Persico. L’azzardo in politica estera, infatti, in patria è accompagnato da un crollo verticale nei consensi per il Presidente, che si sta allargando, a macchia d’olio, in tutte le direzioni. In particolare, la soperchieria con la quale Trump cerca di imporre al Paese la sua particolare strategia politica, urta e irrita trasversalmente l’elettorato. Un caso emblematico è quello della Federal Reserve, che rimane (almeno finora) uno degli ultimi fortini in cui si è asserragliata l’anima più autentica della democrazia americana. Se non altro, perché perfino la Corte Suprema, spesso è finita nel mirino della critica, per avere avallato sentenze ritenute favorevoli a Trump, a ragione della sua composizione ‘ideologicamente sbilanciata’. Ora, chi ha seguito le ultime vicende politiche degli States, svoltesi in un clima in cui si comincia a parlare apertamente di ‘impeachment’, saprà che il prossimo cambio della guardia al vertice della Banca centrale Usa suscita già una preoccupazione diffusa. Trump ha cercato più volte, senza riuscirci, di influenzare la politica monetaria del Presidente uscente, Jerome Powell, arrivando persino a minacciarlo ‘di licenziamento’ (una forzatura senza basi legali).  Powell ha resistito, tenendo la schiena dritta e salvaguardando gli interessi della nazione. Senza fare politica. Ma ora lui finisce il suo mandato e il candidato scelto dalla Casa Bianca, Kevin Warsh, si dovrà sottoporre al fuoco di fila delle audizioni congressuali, per essere valutato (e votato) da deputati e senatori. A Capitol Hill dovranno decidere se Warsh è ‘meritevole’ di occupare il posto di Presidente della FED, in un momento delicatissimo per le finanze del Paese. L’argomento è così scottante che perfino il Comitato editoriale del New York Times ha sentito il dovere di intervenire.

NYT: garantiamo l’indipendenza

«Il signor Trump – scrivono al New York Times – ha calpestato l’indipendenza della Federal Reserve. Ha cercato di costringere i suoi vertici a tagliare i tassi di interesse per stimolare la crescita economica nell’immediato, anche a costo di un aumento dell’inflazione in futuro. Ha ripetutamente affermato che avrebbe nominato un Presidente della Fed disposto a soddisfare le sue richieste. ‘Se penso che qualcuno manterrà i tassi ai livelli attuali, non lo nominerò’, ha dichiarato Trump la scorsa estate. Metterò qualcuno che vuole tagliare i tassi’. Questa promessa – prosegue il NyT – implicava che qualsiasi scelta successiva del signor Trump sarebbe stata vista con sospetto. Quando i senatori interrogheranno il signor Warsh durante l’udienza di conferma, prevista a partire da martedì, dovranno valutare se svolgerà i suoi doveri di pubblico ufficiale o se servirà gli interessi del Presidente». Cioè, per dirla tutta, se avrà lo spirito di indipendenza necessario a perseguire l’interesse nazionale. Tutto questo appare più chiaro dalle tre domande che il New York Times pone al futuro capo della FED.

Tre domande cruciali

  1.  Il signor Warsh è impegnato a favore dell’indipendenza della Federal Reserve e nella lotta all’inflazione?

«In qualità di membro del consiglio dei governatori della Federal Reserve dal 2006 al 2011, Warsh si è guadagnato la reputazione di strenuo oppositore della lotta all’inflazione. Si oppose ai tagli dei tassi di interesse nel 2008, persino quando l’economia era sull’orlo della crisi. Per anni dopo la crisi, continuò a mettere in guardia contro l’eccessiva stimolazione dell’economia da parte della Fed, anche se la persistenza di un’elevata disoccupazione dimostrava chiaramente che, semmai, la Fed non era riuscita a fare abbastanza per incrementare la crescita».

  1.  Il signor Warsh ha intenzione di consegnare le chiavi della Federal Reserve?

«Un segnale preoccupante per l’indipendenza della Fed è la proposta del signor Warsh di coinvolgere il Dipartimento del Tesoro nelle decisioni relative al bilancio della Banca centrale».

  1.  Il signor Warsh ripone troppa fiducia nei mercati finanziari?

«Oltre a fissare i tassi di interesse, la Federal Reserve ha il compito di mantenere in salute il sistema finanziario. I Presidenti repubblicani e i funzionari da loro nominati alla FED, hanno spesso sottovalutato questa responsabilità. Una delle cause principali della crisi del 2008 fu la convinzione quasi religiosa del Presidente di lunga data della FED, Alan Greenspan, secondo cui la regolamentazione era spesso superflua perché la disciplina di mercato avrebbe tenuto a bada le società finanziarie».

Tags: Debito pubblico Usa

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