LA “GAZAFICAZIONE” DEL LIBANO MERIDIONALE

Da una email di  COGNITARIA RIBELLE

M. Alessandra Maf Filippi
apr 19

Dal cessate il fuoco alla permanenza: la “linea gialla” che segna già un nuovo confine nel sud del Libano

ISTANBUL – C’è un momento, in ogni conflitto, in cui le parole smettono di descrivere e iniziano a costruire. Nel sud del Libano, quel momento ha preso la forma di una fantomatica “linea gialla”.

In un comunicato diffuso domenica 18 aprile, le forze israeliane hanno dichiarato che, nelle 24 ore precedenti, unità “operanti a sud della linea gialla nel Libano meridionale” hanno individuato combattenti che “hanno violato gli accordi di cessate il fuoco avvicinandosi da nord della linea”, configurando — secondo la versione militare — una minaccia immediata. È la prima volta che questa espressione viene utilizzata per il Libano. E arriva a poca distanza dall’entrata in vigore di un cessate il fuoco di dieci giorni fragile come il cristallo.

Un dettaglio, quello della “linea gialla”, che dovrebbe suscitare ben più di un allarme e che invece la stampa mainstream ha lasciato correre come fosse cornice. Ma cornice non è. Le linee, quando vengono tracciate senza un orizzonte di ritiro, non sono quasi mai strumenti temporanei, sono prodromi di futuri confini. E quando a quelle linee si accompagna la distruzione sistematica di interi villaggi e lo svuotamento progressivo del territorio, l’ipotesi smette di essere una possibilità, diventa un fatto.

A Gaza, la “linea gialla” ha già prodotto un effetto preciso: la segmentazione del territorio, il controllo militare diretto di ampie fasce e l’uso sistematico della forza contro chiunque si avvicini alla linea, spesso solo nella testa dei cecchini israeliani ed invisibile sul terreno. Trasporre questo schema nel Libano meridionale significa esportare non solo una tattica, ma una grammatica del controllo. È ciò che da Al Jazeera viene descritto, attraverso la voce della giornalista Nour Odeh, come una “gazaficazione” del Libano meridionale.

A rafforzare questa lettura contribuiscono le dichiarazioni del ministro della Difesa israeliano Israel Katz, che ha indicato come modello operativo proprio le città palestinesi di Beit Hanoun e Rafah — rase al suolo — e ha parlato apertamente della necessità di neutralizzare i villaggi lungo il confine derubricati arbitrariamente come “parti dell’infrastruttura di Hezbollah”. Secondo il governo libanese, sono già oltre 40.000 le case demolite o distrutte dall’esercito israeliano.

Il Ministero della Salute libanese — che non è possibile delegittimare come è stato fatto con quello di Gaza — ha fatto sapere che gli attacchi israeliani hanno causato almeno 2.100 morti e oltre 6.500 feriti, costringendo più di un milione e mezzo di libanesi a sfollare dalle proprie case e a vivere in condizioni di estrema precarietà, spesso con una sola tenda sopra la testa, quando sono fortunati. Fra loro ci sono più di 360.000 bambini.

A questo punto, la questione non è più solo militare, è giuridica. La creazione unilaterale di zone di controllo permanente e la distruzione su larga scala di infrastrutture civili, ospedali compresi, in assenza di necessità militari immediate sollevano interrogativi gravi rispetto al diritto internazionale umanitario, ampiamente violato. E aprono ulteriori precedenti, come se tutti quelli già aperti da Gaza non fossero bastati.

Edifici distrutti e danneggiati in seguito agli attacchi israeliani, vicino all’ospedale Hiram di Tiro, nel sud del Libano [Foto: Louisa Gouliamaki/Reuters]

Perché la logica che emerge — controllo, svuotamento, impedimento al ritorno — non è nuova. Nella Nakba palestinese, che occupa nella memoria collettiva dei palestinesi uno spazio fondativo, oltre 500 villaggi palestinesi furono svuotati e distrutti, in un processo che rese irreversibile la trasformazione demografica e paesaggistica del territorio e che rese soprattutto impossibile il ritorno degli oltre 750mila palestinesi deportati fuori dalla loro terra. Il parallelo non è automatico ma ignorarne l’eco sarebbe un errore.

Non è la prima volta che il sud del Libano entra nell’orizzonte operativo israeliano. Già nell’Operazione Litani, la prima invasione israeliana del Libano avvenuta il 14 marzo 1978, Israele occupò una fascia di territorio oltre il confine con l’obiettivo dichiarato di allontanare le forze palestinesi. Un’occupazione che trovò una sua prosecuzione e radicalizzazione con l’invasione del 1982, nota come Guerra del Libano, in seguito alla quale il su del Paese è rimasto sotto controllo diretto o indiretto israeliano fino al ritiro completo avvenuto del 2000.

È questa continuità che oggi riemerge, con un’ulteriore evoluzione: accanto alla dimensione militare iniziano ad affiorare segnali più ambigui.

Come ricostruito da Jewish Currents, il movimento di estrema Uri Tzafon (in ebraico “Risveglia il Nord”) – noto anche come Movement for Settlement in Southern Lebanon, gruppo estremista di coloni israeliani, nato all’inizio del 2024 con l’obiettivo principale di promuovere l’occupazione militare e la colonizzazione ebraica del sud del Libano – ha iniziato a promuovere l’idea di insediamenti civili nel sud del Libano, diffondendo mappe, rendering e proiezioni urbanistiche che immaginano l’area come spazio abitabile e potenzialmente colonizzabile. In queste rappresentazioni compaiono visualizzazioni in stile immobiliare, con villette e quartieri residenziali, accompagnate da una ridenominazione simbolica dei villaggi di confine.

Si tratta di contenuti circolati su siti e canali non istituzionali, difficili da ricondurre a un’unica fonte ma coerenti nella costruzione di un immaginario di trasformazione del confine da linea militare a spazio abitabile. Non costituiscono ancora un progetto operativo, ma sono un indizio ulteriore di quella trasfigurazione del territorio che si muove tra guerra e colonialismo d’insediamento: dalla gestione militare del territorio alla sua possibile trasformazione demografica. Non è ancora un fatto compiuto. Ma è un indizio. E gli indizi, in questa regione, raramente sono innocui.

Nella foto uno degli aeroplanini telecomandati con i quali nell’estate del 2024 decine decine di membri di Uri Tzafon hanno spedito volantini sul lato libanese del confine, con la scritta: “Attenzione! Questa è la Terra d’Israele che appartiene agli ebrei. Dovete evacuarla immediatamente”.

L’idea che lo spazio tra Israele e i suoi confini non sia un dato fisso, ma una variabile politica, non nasce oggi, affonda le sue radici ben prima della nascita dello Stato. Fin dall’inizio, una parte del pensiero sionista aveva già posto la questione in termini chiari. Nel 1923, Ze’ev Jabotinsky teorizzava la necessità di un “muro di ferro”: una superiorità militare tale da rendere impossibile qualsiasi resistenza araba, costringendo così l’avversario ad accettare una realtà imposta.

Non era una metafora difensiva, era una strategia. Quella logica è stata spesso richiamata, esplicitamente o implicitamente, nella politica israeliana contemporanea, anche senza usare sempre quel nome. Oggi, però, quel muro non è più solo una teoria, è il nome di un’operazione militare: dal gennaio 2025, Israele sta conducendo in Cisgiordania “Iron Wall”, una campagna su larga scala fatta di raid, demolizioni, controllo territoriale crescente e svuotamento progressivo dei villaggi e di intere aree residenziali che nella stampa occidentale vengono ripetutamente definiti campi profughi ma che nella realtà sono intere porzioni di città, con edifici, condomini, scuole, non “tende” come la parola campi profughi farebbe intendere.

Non è solo repressione. Siamo di fronte all’ennesima ridefinizione dello spazio operata da Israele attraverso la forza bruta e la ferocia. Non serve ripetere che quando a questa trasformazione si accompagna l’impossibilità di ritorno per chi è stato costretto ad andare via, la distanza tra operazione militare e riscrittura permanente dei confini smette di essere una sfumatura interpretativa per diventare un fatto.

E quel fatto, ancora una volta, si deposita nel silenzio del mondo come un’epigrafe: una lastra dopo l’altra, a sigillare la tomba progressiva dell’idea stessa di umanità.

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