Carbo-colonialismo: la corsa ai crediti di carbonio

Dal blog krisis.info

di Paola Ottino 6 luglio 2026

Foreste pluviali, torbiere e mangrovie entrano nei circuiti della finanza globale: la natura non viene più valorizzata solo per ciò che produce, ma per ciò che trattiene

«Looking Down Yosemite Valley, California», dipinto da Albert Bierstadt nel 1865. Wikimedia Commons. Licenza: Public Domain.

La transizione ecologica apre una nuova competizione globale. In gioco non c’è più solo l’accaparramento delle materie prime, ma anche il controllo degli ecosistemi capaci di assorbire CO₂. Attraverso i mercati dei crediti climatici, i territori del Sud globale diventano asset finanziari, ridefinendo i rapporti di forza tra multinazionali, Stati e comunità locali.


IN BREVE

Caso kenyota. Il 18 giugno 2026 l’ente di certificazione Verra ha ripristinato un progetto di crediti di carbonio in Kenya, riaprendo il dibattito sul carbo-colonialismo.

Nuova finanza I crediti di carbonio monetizzano la capacità di stoccaggio della CO₂ di foreste e torbiere, trasformando le funzioni ecosistemiche in asset finanziari.

Meccanismo asimmetrico Il carbo-colonialismo permette a imprese occidentali di controllare i diritti climatici del Sud globale, scaricandovi i costi della transizione verde.

Scissione fondiaria La finanza climatica separa la proprietà materiale della terra dal diritto economico di gestire e commercializzare il servizio di assorbimento della CO₂.

Secolo verde La conservazione dei serbatoi naturali inaugura una nuova fase. Il XXI secolo potrebbe essere il secolo della geopolitica del carbonio.


Il 18 giugno 2026, Verra, il principale ente di certificazione dei mercati volontari del carbonio, ha deciso di ripristinare il Northern Kenya Rangelands Carbon Project [1], uno dei più grandi progetti mondiali di crediti di carbonio del suolo. Nel 2025, il piano era stato sospeso a seguito delle contestazioni relative ai diritti delle comunità pastorali locali.

Il ripristino del progetto ha riacceso lo scontro fra Verra, che dal 2009 ha emesso oltre un miliardo di crediti, e Survival International, che ha denunciato la vicenda come un caso emblematico di «carbon colonialism». L’ong londinese sostiene che il sistema dei crediti di carbonio continua a consentire l’appropriazione delle capacità ecologiche dei territori indigeni senza un adeguato consenso delle popolazioni interessate.

Il caso rappresenta un esempio particolarmente significativo delle tensioni che attraversano la nuova economia globale del carbonio e consente di comprendere le dinamiche del carbo-colonialismo. In effetti, la transizione ecologica sta producendo una trasformazione profonda dei rapporti tra economia, natura e potere.

Per oltre 30 anni il dibattito sul cambiamento climatico si è concentrato soprattutto sulla riduzione delle emissioni di gas serra attraverso la decarbonizzazione dei sistemi produttivi. Ma negli ultimi anni è emersa una nuova frontiera della governance climatica globale: la competizione per il controllo dei carbon sink, i pozzi di carbonio naturali. Vale a dire quegli ecosistemi – foreste tropicali, torbiere, mangrovie, praterie marine e suoli agricoli – capaci di assorbire e immagazzinare anidride carbonica dall’atmosfera [2]. I progetti che ne proteggono o accrescono la capacità di assorbimento possono generare crediti di carbonio negoziabili sui mercati climatici, trasformando il carbonio assorbito in un bene economico scambiabile.

L’espansione del mercato del carbonio sta dunque dando origine a una configurazione dei rapporti economici e geopolitici che gli studiosi interpretano come carbo-colonialismo. In sostanza, il fenomeno si verifica quando grandi imprese o fondi d’investimento dei Paesi economicamente più sviluppati acquisiscono il controllo economico di territori situati nei Paesi in via di sviluppo per realizzare progetti di compensazione delle emissioni.

Attraverso questo sistema, le economie ad alte emissioni tendono quindi a trasferire sui Paesi in via di sviluppo gli oneri della transizione climatica, con possibili conseguenze negative per le popolazioni locali, come la perdita di accesso alle terre e alle risorse.

In sostanza, chi acquista un credito non compra alberi o ettari di foresta, ma un certificato che attribuisce valore economico a una quantità di CO₂ teoricamente assorbita o non emessa. Si profila così una nuova fase della globalizzazione, nella quale la competizione si sposta dalle fonti energetiche tradizionali alla capacità ecologica di assorbire i danni ambientali dello sviluppo.

Nuove forme di appropriazione

Storicamente, il capitalismo ha incorporato la natura come fonte di materie prime, energia e forza lavoro indiretta. Foreste, miniere, terreni agricoli e oceani sono stati valorizzati in funzione della loro capacità di alimentare la produzione. Oggi però assistiamo a un mutamento significativo, in cui la centralità economica si sposta dai beni estratti dagli ecosistemi alla loro capacità di stoccaggio.

Il carbonio immagazzinato negli alberi, nei sedimenti o nei suoli diventa pertanto una risorsa economica monetizzabile. L’innovazione fondamentale introdotta dai mercati dei crediti di carbonio consiste proprio nella possibilità di attribuire un valore all’emissione evitata o al carbonio sequestrato, producendo una nuova forma di astrazione economica. Non viene scambiata la foresta in quanto tale, ma la sua funzione climatica. In tal modo, il valore si sposta dalla biomassa alla capacità ecosistemica.

I mercati dei crediti di carbonio nascono con il Protocollo di Kyoto del 1997, ma prendono realmente piede negli ultimi 15 anni. Con la crescita della finanza climatica, assumono un ruolo centrale nella governance della transizione ecologica. In parole povere, le imprese che producono gas serra possono acquistare crediti legati a un progetto di assorbimento del carbonio [3], per compensare una parte delle proprie emissioni. Fondi di investimento, imprese multinazionali, banche, società di consulenza ambientale e piattaforme finanziarie che gestiscono asset climatici possono cioè appropriarsi dei diritti economici associati ai pozzi di carbonio senza acquisire necessariamente il controllo diretto dei territori in cui si trovano.

L’interesse non riguarda quindi più le foreste, i pascoli o le risorse minerarie presenti in un territorio, ma il carbonio che è in grado di trattenere. Questa trasformazione può essere interpretata attraverso il concetto di «accumulazione per espropriazione» elaborato da David Harvey [4]. Secondo il geografo economico, il capitalismo continua a espandersi incorporando nei circuiti della valorizzazione economica beni comuni, diritti e risorse precedentemente sottratti al mercato. Nel caso dei pozzi di carbonio, l’oggetto dell’appropriazione non è più la risorsa materiale in quanto tale, ma la capacità ecosistemica di assorbire la CO₂.

Il carbo-colonialismo si manifesta proprio in questa separazione tra il controllo formale del territorio e il controllo economico delle sue funzioni climatiche. Una foresta può rimanere formalmente di proprietà di uno Stato o di una comunità locale, mentre i diritti economici associati al carbonio vengono trasferiti a imprese multinazionali, fondi di investimento o intermediari finanziari. La novità consiste nel fatto che il processo di accumulazione non si fonda più sull’estrazione delle risorse, ma sulla gestione della loro conservazione.

Si assiste così a una progressiva finanziarizzazione dell’ambiente. Foreste e zone umide vengono valutate non soltanto per il loro valore ecologico, ma anche per il flusso potenziale di crediti che possono generare.

Foreste tropicali come asset

Nel quadro del carbo-colonialismo, il controllo delle grandi capacità di assorbimento del carbonio sta assumendo un valore geopolitico crescente, trasformando gli ecosistemi naturali in asset strategici. I principali serbatoi di carbonio si concentrano in alcune aree chiave: la foresta amazzonica, il bacino del Congo, le foreste pluviali del sud-est asiatico e le foreste boreali di Canada, Russia e Scandinavia [5].

A questi si aggiungono le torbiere che, pur occupando una porzione relativamente ridotta della superficie terrestre (circa il 3%), custodiscono riserve di carbonio accumulate nel corso di migliaia di anni [6]. Particolarmente significative sono le torbiere dell’Indonesia, della Siberia e della regione congolese. Anche le mangrovie e gli ecosistemi costieri e marini rappresentano importanti serbatoi di blue carbon [7], capaci di sequestrare anidride carbonica per tempi molto lunghi (Figura 1).

La crescente importanza dei mercati del carbonio sta modificando profondamente il significato economico e politico di questi ecosistemi. Sempre più spesso, il diritto a generare e commercializzare crediti di carbonio viene separato dai tradizionali diritti fondiari, dando origine a una distinzione tra proprietà della terra e proprietà del servizio climatico fornito dalla terra stessa. La capacità di assorbimento del carbonio diventa così un bene autonomo, suscettibile di essere contrattualizzato, venduto e finanziarizzato.

Nel quadro del carbo-colonialismo, le grandi foreste tropicali non rappresentano più soltanto riserve di biodiversità, ma stanno diventando infrastrutture climatiche globali. Paesi come Brasile, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo, che custodiscono una quota decisiva della capacità globale di assorbimento del carbonio, potrebbero utilizzare tale posizione come leva negoziale nei confronti delle economie avanzate, rivendicando trasferimenti finanziari, investimenti e maggiore autonomia decisionale. Parallelamente, fondi sovrani, multinazionali e grandi investitori stanno aumentando il proprio interesse verso i progetti forestali e i mercati dei crediti climatici.

Si delinea così una geopolitica del carbonio, nella quale il possesso di grandi ecosistemi assorbitori assume un valore strategico analogo a quello che il petrolio ha avuto per oltre un secolo. Ma mentre il petrolio genera valore attraverso l’estrazione e il consumo, i serbatoi di carbonio lo producono attraverso la conservazione.

Da questo cambiamento di rotta deriva una nuova configurazione dei conflitti in cui sviluppo, sovranità territoriale, tutela ambientale e interessi finanziari globali entrano sempre più spesso in tensione. Se il Novecento è stato il secolo della geopolitica del petrolio, il XXI secolo potrebbe essere quello della geopolitica del carbonio.

[Continua – La seconda puntata, con i casi di studio sul campo in Kenya, Zimbabwe e Cambogia e l’analisi dei «crediti fantasma», sarà pubblicata la prossima settimana su Krisis.info]


[1] Verra (2026). Verra Reinstates Northern Kenya Grasslands Carbon Project Following Community Ratification Process.

[2] Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) definisce il concetto di “pozzo di carbonio” (carbon sink) come «qualsiasi processo, attività o meccanismo che rimuove un gas serra, un aerosol o un precursore di un gas serra dall’atmosfera». IPCC, 2021: Annex VII: Glossary [Matthews, J.B.R., V. Möller, R. van Diemen, J.S. Fuglestvedt, V. Masson-Delmotte, C. Méndez, S. Semenov, A. Reisinger (eds.)]. In Climate Change 2021: The Physical Science Basis. Contribution of Working Group I to the Sixth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change [Masson-Delmotte, V., P. Zhai, A. Pirani, S.L. Connors, C. Péan, S. Berger, N. Caud, Y. Chen, L. Goldfarb, M.I. Gomis, M. Huang, K. Leitzell, E. Lonnoy, J.B.R. Matthews, T.K. Maycock, T. Waterfield, O. Yelekçi, R. Yu, and B. Zhou (eds.)]. Cambridge University Press, Cambridge, United Kingdom and New York, NY, USA, pp. 2215–2256.

[3] Le tipologie più comuni di progetti di assorbimento del carbonio presenti sul mercato sono: REDD+ (Riduzione delle emissioni derivanti dalla deforestazione e dal degrado) che proteggono le foreste esistenti e ne impediscono la conversione ad altri usi del suolo; afforestazione e riforestazione; gestione forestale migliorata che prevede la modifica delle pratiche di raccolta per aumentare lo stoccaggio di carbonio nelle foreste gestite; protezione e ripristino di mangrovie, praterie di fanerogame marine e paludi salmastre; transizione verso pratiche agricole rigenerative che aumentano la sostanza organica del suolo; Biochar, conversione dei rifiuti agricoli in carbonio stabile; cattura diretta dall’aria attraverso rimozione tecnologica del carbonio con stoccaggio geologico.

[4] David Harvey (2010). The Enigma of Capital and the Crises of Capitalism. Oxford University Press.

[5] Le foreste intatte possono assorbire tra le 10 e le 20 tonnellate di carbonio per ettaro all’anno, a seconda del tipo e della posizione.

[6] Le torbiere immagazzinano circa il 30% di tutto il carbonio presente sulla terraferma.

[7] Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) definisce il concetto di “carbonio blu” (blue carbon) come «Flussi e stoccaggio di carbonio di origine biologica in sistemi marini che possono essere gestiti». IPCC, 2021: Annex VII: Glossary [Matthews, J.B.R., V. Möller, R. van Diemen, J.S. Fuglestvedt, V. Masson-Delmotte, C. Méndez, S. Semenov, A. Reisinger (eds.)]. In Climate Change 2021: The Physical Science Basis. Contribution of Working Group I to the Sixth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change [Masson-Delmotte, V., P. Zhai, A. Pirani, S.L. Connors, C. Péan, S. Berger, N. Caud, Y. Chen, L. Goldfarb, M.I. Gomis, M. Huang, K. Leitzell, E. Lonnoy, J.B.R. Matthews, T.K. Maycock, T. Waterfield, O. Yelekçi, R. Yu, and B. Zhou (eds.)]. Cambridge University Press, Cambridge, United Kingdom and New York, NY, USA, pp. 2215–2256.

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Paola Ottino Laureata in Scienze Naturali all’Università La Sapienza di Roma, ha conseguito una specializzazione post-laurea presso l’Università dell’Aquila e un Master of Science allo University College of Cork (Irlanda). Docente a contratto all’Università di Trieste, dove ha tenuto il corso in Studi Strategici, ha un insegnamento intitolato Il ruolo delle risorse naturali nelle crisi internazionali. Ha anche insegnato all’Università di Roma La Sapienza, Roma Tre e Tor Vergata, all’Università dell’Aquila e a quella di Chieti-Pescara. Giornalista pubblicista, è ufficiale superiore dell’Esercito italiano. In qualità di specialista funzionale in materia di problematiche ambientali, ha prestato servizio in vari reparti, tra cui lo Stato Maggiore dell’Esercito, il Comando Truppe Alpine e il Nato Rapid Deployable Corps. È qualificata Specialista Cimic e Specialista di II livello in sistemi software GIS.

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