Per un Erasmus dei popoli europei

di paolopolitiblog

di Massimiliano Vino – 21 luglio 2018 lintellettualedissidente.it

Tra critici inviperiti ed estasiati adulatori è ormai impossibile avere un giudizio imparziale sull’Erasmus: proviamo a fare il punto su uno dei progetti più controversi d’Europa.

ome in buona parte delle vicende umane, specialmente in quest’epoca, si tende a considerare anche l’Erasmus tutto in positivo o tutto in negativo. Ovviamente ogni singola esperienza di questo tipo esprime sentimenti e risposte diverse allo stimolo del soggiorno all’esterno. Più che della generazione Erasmus, troppo impietosamente condannata, basti pensare a chi, pur sostanzialmente contrario, si è messo in gioco con desiderio di conoscere e studiare un Paese servendosi di tale opportunità, senza avere alcuna velleità ideologica europeista.

Analizzando i contenuti di tale esperienza il primo dato che viene in mente riguarda i costi sostenuti. L’Erasmus spinge molte famiglie a sostenere uno sforzo economico ulteriore, certamente con l’intento di giovare alla formazione dei propri figli. Questi soldi sono destinati perlopiù a case a dir poco squallide, affittate a prezzi esosi. La borsa di studio è del tutto insufficiente, almeno in Italia. Quindi o si è messo da parte qualcosa, oppure risulta impossibile persino sopravvivere. Questo aspetto si può rileggere in due prospettive: nella prima spicca certamente la voglia di mettersi comunque in gioco da parte di numerosi giovani. Contrariamente a quanto sostenuto dai detrattori, una buona fetta degli studenti che partono per l’Erasmus hanno bene in mente un progetto di vita e non hanno nulla contro l’Italia. Su questo punto ci soffermeremo anche in seguito, ma sarebbe bene sottolineare che oltre a qualche ricco perditempo, il quale ha pensato bene di destinare cospicui finanziamenti familiari alla conoscenza del globo, per poi ripetere la tiritera globalista dell’«Ho viaggiato e so come va il mondo», c’è un nutrito gruppo di persone che amano ciò che studiano e che hanno deciso semplicemente di farlo fuori dall’Italia, senza che ciò comporti l’abbandonarla in via definitiva, il disprezzarla o il percepirsi in qualche modo superiori al resto del mondo.

Si tratta di persone molto critiche e piene di giudizio. Ed è giusto dirlo, giacché i detrattori li vorrebbero come una massa di pecoroni europeisti e nullafacenti. In buona parte al limite, si può criticare il fatto di vederli perfettamente integrati ad un certo modo di viaggiare globalizzato e ad un universo di social network avente Instagram come principale riferimento. La cosa potrebbe far storcere il naso a qualcuno. Nei fatti però tali meccanismi, e specialmente quelli riguardanti i social network, permeano ad un tal punto la società umana occidentale da essere utilizzati persino dai critici del sistema. L’importante, in questo come in altri casi, è la consapevolezza. Tanti giovani sono perfettamente consapevoli di dove si trovano e di ciò che li circonda e non sono per nulla trascinati dall’Erasmus.

Paesi aderenti al programma Erasmus

Potrebbe sembrare, quindi, tutto sommato una apologia in senso stretto. Ma veniamo alle criticità. Chi tra mille sforzi, chi con relativa facilità, in pochi hanno avuto il potere economico (lusso) di fare un’esperienza del genere. Il risultato? L’Erasmus non è per tutti. Ad oggi non potrebbe esserlo. Ed è importante pensare a questo prima di giudicare chi non abbia avuto la volontà economica di porre in atto il proprio soggiorno studio in qualunque parte d’Europa. Se la generazione Erasmus non è un insieme di nullafacenti viziati, ed è anzi l’esatto contrario, chi resta a casa non merita di essere disprezzato da chi ha avuto la fortuna di poterlo svolgere. D’altra parte perché dovrebbe essere una colpa rimanere in Italia e continuare con i propri studi? L’Erasmus è uno strumento, un canale di comunicazione come tanti. C’è chi lo utilizza per sentirsi indipendente e c’è chi invece conquista tale indipendenza ogni giorno nella sua casa in un quartiere di Potenza Picena in provincia di Macerata. Le differenze tra i due casi sono più sottili di quanto sembri. Ancora una volta, è tutta questione di consapevolezza.

Oggi non c’è uomo politico europeista che non difenda l’Erasmus come la più grande conquista ottenuta dall’Unione, descrivendo le nuove generazioni come generazioni europee. Eppure simili elogi possono avere una valenza ambigua. La limitata capacità di molti ragazzi di poter svolgere l’Erasmus per le cause sopra sostenute significa escluderne una buona parte dall’essere europei? No di certo! Lo stesso sentirsi europeo ha valenza ambigua. Risulta europeo solo chi appartiene all’Unione Europea? Oppure chi abita nel continente europeo, dal Portogallo fino alla Russia? Oppure sarebbe più corretto sostenere che l’essere europei significhi sentirsi dovunque fieri ed orgogliosi di essere italiani? La conoscenza di un Paese, limitata nel caso dell’Erasmus ad appena quattro mesi all’estero, implica anche prenderne il punto di vista, studiarlo, osservarlo, coglierne gli aspetti critici e quelli da elogiare. Tra questi ultimi si potrebbe citare, come semplice esempio, la straordinaria placidità, la calma perenne, la nostalgia costante di un passato da grande potenza imperiale di una nazione come il Portogallo, i cui limiti strutturali sono pure evidenti (la povertà diffusa, la relativa marginalità politica).

Veduta di Lisbona

Potrebbe nascere una certa simpatia per un popolo come quello portoghese, quasi fuori dal tempo, ancora – ancora per poco, ahinoi –  non investito dall’infuriare della modernità. In questo senso e non in quello di una banale e superficiale idea di Europa si può percepire un Paese vicino. In questo modo si possono percepire gli altri europei come fratelli. Ed è qui che probabilmente sta l’abisso tra l’Europa superficiale e quella viva. L’Europa Erasmus può diventare dunque, paradossalmente, proprio l’Europa dei popoli.

L’Europa dei popoli significa essere italiani, fieramente attaccati al proprio Paese, in un’altra realtà gelosamente viva ed identitaria, povera ma orgogliosa. Significa essere consapevoli, ora più che mai, che l’Europa è l’incarnazione di ognuno dei suoi Paesi, ognuno con le proprie peculiarità e le proprie tragedie politiche e sociali. Forse andrebbe insegnato questo spirito dell’Erasmus, se mai ce ne fosse bisogno, anziché inseguire ambigue velleità uniformartici, per un nuovo Erasmus dei popoli.

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