Piedi, controllo sociale e arte non allineata

Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org

La Bottega del Barbieri

Antonio Carletti “scopre” e intervista l’Angelo (Maddalena) della Malanotte

Il 10 marzo è uscito il nuovo libro della Malanotte: A piedi in un mondo sospeso, appunti e canzoni di un anno “terapeutico”, con cd allegato A piedi e in canto, 13 brani inediti di cui uno si intitola Perugia. E’ il quarto titolo in un anno e il secondo cd di Angelo Maddalena; a maggio del 2020 era uscito Se canti non muori, oltre il virus dentro la realtà…

Angelo, autore e editore della Autoproduzioni Malanotte, qualcuno che ti conosce dice che hai iniziato come cantastorie nelle strade di festival e città italiane; nel 2004 (su «Il Venerdì di Repubblica» ti segnalavano al Festival Internazionale di Caltagirone Teatri in città). Come sei arrivato a produrre almeno tre titoli l’anno da autore e da editore. E spiegaci un po’ come funziona la casa editrice o etichetta editoriale Malanotte

«Allora A piedi in un mondo sospeso ha anche illustrazioni di Elena Ambrosi e musiche di Fradel, musicista campano che abita a Perugia. E’ l’ultimo frutto della Malanotte… in Umbria. Elena l’ho incontrata per la prima volta alla biblioteca degli Armeni a Perugia e poi lei mi ha fatto conoscere Fradel. A piedi in un mondo sospeso ha un cd allegato come i primi libri illustrati che ho pubblicato nel 2017: In viaggio con Leopardi e Partire dal Trasimeno…».

A proposito di «Partire dal Trasimeno»: quando hai scritto (e illustrato) quel libro stavi ancora in Liguria, però è stato profetico: parte dal Trasimeno, cioè da San Feliciano, il tuo abitare (ormai quasi da quattro anni) in Umbria…

«Diciamo che San Feliciano e il Trasimeno, come scrisse poi Vittorio Marinelli in una recensione del mio libro Eremo nel lago (con il cd Eremo in canto) sono per me come per Gauguin le isole della Polinesia. Scherzo, comunque un po’ è vero. Non è un caso se ho pubblicato due libri ispirati al lago, ai suoi abitanti, ai pescatori… Dalla Liguria sono partito perché Ilaria mi diceva di andare via da lì perché è una terra “disperata” e aspra: il cd che pubblicai nel 2018 si intitola Strade e contrade di Liguria, di lago e di altrove, dove esprimo l’amore disperato per la Liguria (e per le donne della Liguria, una canzone si intitola proprio così) con una canzone, Genova ferita che è stata “associata” al crollo del ponte Morandi ma io l’avevo scritta due anni prima».

Mi sembra di capire che la “disperazione”, la donna e i luoghi hanno uno spazio importante nella tua ispirazione; non è che sei un filino leopardiano?

«Nel libro In viaggio con Leopardi (9 brani di cui 5 canti di Leopardi che ho musicato) racconto ed esprimo bene il mio legame con Giacomo Leopardi, che ho riscoperto tardi: un po’ come una terapia, come Cioran e Dostojeskj. Li ho scoperti (soprattutto Cioran) dopo il suicidio di Mariella Siciliano, nel 2005: una poetessa e amica (oltre che vicina di casa), avevo fatto un cd di canzoni in siciliano con lei nel 2004, Certi voti. Antonio Micciché, un mio amico e compagno di infanzia, oggi psicologo a Milano, mi disse che io avrei fatto tesoro di quella tragedia: nel 2008 scrissi il mio primo monologo teatrale in francese: Déraciné comme Cioran, poi presentato al Festival di Avignon (2009). Riassumeva questo senso del tragico che cominciavo a “incarnare”, c’è dentro anche Leopardi. Però per curarmi queste ferite, come dice il monologo (con le parole di Cioran), avevo camminato a piedi in Toscana facendomi ospitare da amici che incontravo cammin facendo, all’inizio a Siena».

Torniamo all’Umbria: in un tuo libro di quel periodo, uno dei primi della “embrionale” Malanotte, scrivevi che eri partito dalla Sicilia (2005) con in testa “Umbria e Toscana” ma all’inizio avevi scelto la Toscana, appunto Siena. Come mai queste “direzioni”?

«Sì ad agosto 2005 avevo incontrato Marcella Brancaforte, un’illustratrice siciliana che abita a Tuscania. Mi vide che cantavo con una tela illustrata alla maniera dei cantastorie antichi e mi invitò a casa sua. Da lì andai a Orvieto (comunque avevo deciso di partire) al Festival del Teatro di strada e una ragazza di Siena comprò il libro Selvatico e coltivato in cui c’era un mio racconto (io vendevo libri in quel periodo, miei ma anche di Stampalternativa) e mi diede il contatto di Deni che poi diventò un mio grande amico: allora lui abitava in un casale collettivo nella campagna senese. Devo dire, dopo aver fatto un bel po’ di tappe, che l’Umbria e la Toscana, per chi fa l’artista come me, sono due regioni più “accoglienti” e più fervide. Anche se ho dovuto fare molta “gavetta” e superare un bel po’ di scogli, interiori anche».

Cosa intendi?

«Fare l’artista (lo dice anche Jery Saltz) fino in fondo ti fa essere ostinato e determinato, quindi aiuta ad andare oltre certi scogli anche interiori. Se tu mi chiedi come ho fatto ad arrivare fin qui vivendo quasi sempre, soprattutto i primi anni, senza una sicurezza sociale (casa, macchina, lavoro salariato…) ti direi che ho sempre coltivato due elementi: il coraggio di osare e la fiducia, in me stesso e negli altri. A San Feliciano ho trovato un terreno fertile in questo senso (ma anche lì ho dovuto e saputo aspettare): penso all’Osteria Rosso di sera ma anche a un certo tipo di comunità. Come scrive Vittorio Marinelli nella sua recensione già citata, ovvio che anche lì c’è stata e c’è tanta sofferenza: non faccio sconti a nessuno e non faccio retorica. Nel libro Eremo parlo e canto anche di questi aspetti ruvidi, però facendo una sommatoria delle cose devo riconoscere che anche adesso a Perugia, ho trovato per esempio una coppia di persone – che gestiscono la libreria Mondadori store – con una disponibilità, un’accoglienza e un’apertura verso chi autoproduce che, purtroppo devo dirlo, non trovo neanche in certe librerie che si proclamano alternative o indipendenti o persino militanti; parlano di autoproduzione ma poi… è un Mondo assente, come dico nella canzone dell’ultimo cd».

So che tu nasci come giornalista, ma poi ti è stato stretto. Come ti sei “ampliato”?

«Oggi scrivo regolarmente nel blog La Bottega del Barbieri, ho pubblicato un articolo su L’Altrapagina e su Mosaico di pace (nel 2019): ho sempre coltivato una scrittura poetica ma anche di indagine, che tiene insieme memoria e immaginazione. Questo è lo spirito della collana Memoria&Utopia delle Autoproduzioni Malanotte, inaugurata con il romanzo Agitatevi con calma, il romanzo di Angelo e di altri socialisti vestiti di povertà. Penso ai romanzi storici di Sebastiano Vassalli, ai documentari di Vittorio De Seta sui pescatori come sui minatori e i contadini siciliani: cose che ormai si trovano solo negli archivi della RAI! Al corso di giornalismo che ho frequentato a Roma a fine anni ‘90 c’erano nomi importanti del giornalismo anche d’inchiesta: fra tutti Andrea Purgatori, che ancora oggi continua a “indagare” anche in tv; meno male che rimane gente come lui.

Però poi hai “abbandonato” la carriera di giornalista. Come è successo?

«In realtà no, scrivo spesso in forma di reportage e di inchiesta, o comunque faccio analisi antropologica quando scrivo. Molti miei libri, anche quelli illustrati degli ultimi anni – Buenos Aires stupor tour: memoria è presente, In viaggio con Leopardi, Un anno di frontiera (resistenza popolare per i migranti a Ventimiglia) – hanno tutti una linea di fondo di analisi e ricerca, fra illustrazioni e parti poetiche».

Quando hai capito che era importante quello che cantavi?

«Quando sentivo i freghi di San Feliciano che cantavano per strada le mie canzoni che apparentemente non avevano molto a che fare con il loro mondo: Mi sento come mi sento, Poesia di neve, con la strofa finale “le scarpe chiuse non danno respiro / solo coi sandali mi sento vivo”. O altri brani, tipo Io abito qui, credo apprezzino anche La Repubblica della porchetta».

E prima ancora?

«Nel 2014 pubblicai il cd Pani picca e libertà, con il singolo Io le mandorle non le raccoglierò più: i bambini del mio paese la cantavano dai balconi, i ventenni nelle campagne e miei compaesani emigrati altrove. In giro per l’Italia dove facevo concerti incontravo apprezzamenti e riconoscimenti, poco visibili ma veri, autentici, anche per altre canzoni. Ricordo un ragazzo che lavorava in una pizzeria del mio paese: voleva farsi una maglietta con su scritta una strofa di quella canzone: Una volta era bello perché conviviale…. Il messaggio della canzone, nell’insieme, era amaro, ma era comunque passato».

Ti definiscono spesso un cantastorie, che senso dai a questa parola?

«Purtroppo è una parola che ha perso molto del suo senso originario, una di quelle “morte” perché i cantastorie sono stati eliminati politicamente e antropologicamente; però io rivendico il senso del cantastorie in uno stile di produrre e di autoprodurre. I cantastorie scrivevano e cantavano pur essendo analfabeti (soprattutto a livello musicale): però creavano comunità e legame sociale, a tal punto che li hanno dovuti eliminare per fare spazio a un sistema commerciale e industriale che produce musica e canzoni in cui domina, fra gli altri, la SIAE. Ecco i cantastorie sono sempre stati fuori dal controllo della SIAE e anche questo disturba: chi non si fa accalappiare da loro, da manager o EMPALS è considerato fuori dai circuiti. Ma spesso è molto più appagato e fiero di questo. Non parlo in senso integralista, penso per esempio a uno come Bobo Rondelli: è dentro un certo sistema, ma sempre con dignità e rivendicando il suo pensiero senza filtri. Infatti è fuori da un circuito di spazi e palchi enormi e visibilità televisiva eppure dice chiaramente di essere felice e fiero di quello che fa. Potrei fare altri nomi… Mi interessa dire che io, da cattolico e leopardiano, sono stato a guardare fino a 35 anni circa: da lì ho recuperato un saper vivere, individuale e politico, anche legato ai cantastorie. Molti cantastorie erano abili nell’arte di arrangiarsi o di arrotondare vendendo “agnelli con due teste”. Io sono più borghese però non meno deciso a osare. Dal 2006 ho reimparato a vivere: uno dei frutti di questo stile di viaggiare è il libro Amico treno non ti pago (Eris edizioni, 2013) che è anche un monologo teatrale presentato al Festival del Teatro Azione di Torino (nel 2011)».

Spiegati meglio

«Dal 2006, anche dopo aver conosciuto Marcello Baraghini (di Stamp alternativa) ho capito che per fare letteratura resistente bisogna vivere radicalmente, altrimenti cosa scrivo? Di caramelle e patatine? Mettersi nei panni di chi non ha difese sociali e fa come può. Protestare anche attivamente e individualmente, e non solo con le marce di massa se poi nel quotidiano resti frustrato e depresso. Una volta un ragazzo in Francia mi disse che lui rubava libri (e anche io) per combattere la depressione. Ricordo che eravamo a Toulouse ad aprile e pioveva molto in quei giorni: lui mi disse “Je vais voler des livres a la FNAC … il sangue mi circola e l’adrenalina pure, così mi passa la tristezza”. Qui in Italia si dice “passa la paura”. Una volta a Parigi stavo salendo su un treno e una ragazza marocchina mi guardò negli occhi e mi disse: “Tu es sans ticket?”. Io risposi: “Oui, pourquoi?”. E lei rispose “ça se voit”. E’ stato meraviglioso quel momento. Sul Talis tra Bruxelles e Parigi una signora dell’alta borghesia mi disse: “Fai bene a non pagare il biglietto, perché ci costringono a farlo, e ci costringono anche a usare l’automobile, e poi si sciacquano la bocca con i discorsi sull’ecologia e sostenibilità des mes couilles”».

Ma tu “istighi” all’illegalismo così?

«Guarda, io vengo da un percorso di cattolicesimo sociale. Fino a 35 anni non avevo rubato mai un libro e neanche viaggiato senza biglietto. Mi sono accorto che dal 2007 è iniziata, parallelamente all’aumento di sprechi e avvelenamenti industriali e di infrastrutture legate alle linee dei treni ad alta velocità, una campagna di criminalizzazione enorme di chi viaggia senza (aver la possibilità di) pagare il biglietto. Di questo parla in libro di un certo Wolf Bukoskj (attento: non Charles Bukowski) La buona educazione degli oppressi. Nel libro che sto pubblicando faccio un parallelismo fra strumenti di controllo sociale vecchi e nuovi: c’è anche il biglietto del treno e dell’autobus. Questo me lo ha detto una volta un ferroviere francese: il biglietto che paghiamo per treni e bus è una forma di “chantage sociale”, un ricatto sociale. Tanto per fare un esercizio di memoria antropologica: alla fine degli anni ‘90 mi sono laureato a Milano, e parlando di questo argomento con un educatore di un centro di accoglienza giovanile dove facevo volontariato mi sentii dire queste parole: “Chi lavora non dovrebbe pagare il biglietto dell’autobus o del treno per andare da casa sua al luogo in cui lavora”. Poi uno che si era appena laureato all’Università cattolica mi disse che non pagava l’autobus dentro Milano perché era disoccupato, e che chi non lavora non dovrebbe pagare i mezzi pubblici. Questi discorsi erano ancora vivi sino a vent’anni fa. Oggi chissà».

Questa epidemia cosa ha portato alla Malanotte? E cosa la Malanotte può dare per gestire l’angoscia e lo sgomento?

«Alcune risposte sono nel libro A piedi in un mondo sospeso… ma anche in Se canti non muori, come nel taccuino di appunti dell’autore del romanzo Agitatevi con calma. Nel libro L’epidemia delle emergenze – di Moiso e altri – c’è una esplosione di angosce nascoste e sepolte, spesso già da prima intuibili, ma adesso “sputtanate” e venute a galla, come quando esplode una fogna. Tutto quello che è dentro e sotto viene fuori. Di solito facciamo finta di non vederlo, Masulli su il manifesto ha scritto qualcosa al riguardo, dicendo che questa emergenza ha tagliato in due la nostra società scoprendo una società priva di linfa vitale. Per chi – come me e altri “figli della Malanotte” – è abituato a vivere nei fondali, da un lato è pane quotidiano, da un altro è manna dal cielo.. ovviamente con il dolore e la sofferenza da attraversare ed elaborare. Credo sia questo l’elemento più importante: Bobo Rondelli lo ha detto, tra il serio e il faceto, l’estate scorsa in occasione di un suo concerto per 200 persone a Pistoia: “adesso lavorano gli artisti di serie B e C, e quelli che avevano masse enormi di spettatori non lavorano, ma avevano e hanno il culo parato da prima, quindi, purtroppo… via il covid”. E’ un modo amaro di dire che una società come la nostra ha bisogno di una catastrofe per riscoprire e valorizzare quelli che di solito sono invisibili o peggioancora disprezzati perché non si adeguano al pensiero calcolante: numeri, soldi e pataccume vario. Tutto quello che sta succedendo, o buona parte, sarebbe da fare in modo attivo e autogestito, anziché passivamente e facendosi gestire dall’alto. Io non avrei voluto scrivere il libro Se canti non muori e neanche A piedi in un mondo sospeso, eppure questo è il mio lavoro; ma io avrei preferito lavorare su altre produzioni che comunque sto realizzando».

Riassumo: chi vive di essenzialità ed è invisibile, adesso sta trovando (suo malgrado) riscatto e anche senso del proprio lavoro..

«Un po’ è così. E’ triste e ipocrita chiudere i teatri e i cinema e le scuole dove ci sono stati pochissimi contagi accertati invece non dire che in molti luoghi di lavoro (uffici, fabbriche, aziende ecc.) restati aperti ci sono stati molti contagi. Però è anche triste vedere sedicenti artisti che invece di trovare nella “crisi” occasioni di elaborazione e di creatività nuova, aspettano i soldi dello Stato come fossero impiegati o anche peggio. Ne parlava anche Antonio Rezza in una lettera pubblicata a dicembre 2020 su Repubblica.it».

Questa intervista ha preso spazio ma sento che tu potresti dire molte altre cose….

«In effetti uno dei “documenti” che sto realizzando e che per adesso è “sospeso”, approfondisce molti punti toccati qui; si chiama Nè matto né scemo né ubriaco, ovverostorie di artisti famosi in incognito» .

Cosa diresti a chi vuole intraprendere un percorso di artista?

«Consiglierei la lettura di un libro da poco pubblicato, Come diventare un artista di Jerry Saltz. A pagina 117 c’è un breve capitolo che si intitola Probabilmente sarai povero, quindi fattene una ragione. A un certo punto dice che il 95% degli artisti che ha conosciuto tira a campare: “Di tutti quelli che ho incontrato, coloro che possono contare su una rete di supporto vivono un’esistenza che mantiene la mente giovane, lo spirito vivo, l’arte in costante evoluzione, in grado di arricchire loro stessi e i fortunati che possono vederla”. In queste parole sta uno spirito salvifico purtroppo perduto quasi del tutto oggi, scomparso dall’immaginario. I talent sono una forma di eliminazione della dignità dell’artista inteso in questo senso: frutto di un percorso, di viaggi che costruiscono una comunità, appunto, ma non una comunità rassicurante. La Malanotte che io ho costruito vive anche grazie a Vittorio, a Livio, a Emanuela, a Federica, Sergio, Ivan, Stefano, Cesarina, Ilaria e tanti altri e altre che nel corso del cammino sono diventati sostenitori. Come dice De Andrè: l’artista è un anticorpo che la società si crea contro il potere, se si integra l’artista ce l’abbiamo nel culo. E’ molto calzante, a questo riguardo, la prefazione di Daniele Barbieri del libro A piedi in un mondo sospeso. Per esempio quando nel 2005 ho iniziato a viaggiare da “artista di strada che cerca la sua strada di artista” non ho mai pensato di vendere e di fare soldi, né subito né dopo, ma di costruire quella “rete di supporto per un’esistenza che mantiene la mente giovane” ecc. Lo facevo e faccio per amore dell’incontro e di scavare sotto la coltre della quotidianità, per capire e per agire: questo è il lavoro dell’artista (Goffredo Fofi lo ha scritto una volta e ho riportato le sue parole nel mio libro Eremo nel lago). Quando cantavo, quindici anni fa con la chitarra nelle scalette di Sant’ercolano, e qualcuno mi lasciava una moneta, pensavo che non volevo fare niente se non quello. Poi certo ho messo a frutto quello che ho seminato, ma ci sono voluti anni. Mi dicevo: se non avrò altra possibilità vivrò per strada, e l’ho fatto per un periodo. Ancora oggi vivo molto la strada, non è un caso che il libro A piedi in un mondo sospeso… racconti di passeggiate clandestine e “sospese” (ma molto illuminanti).

E ORA LA “BOTTEGA” INSERISCE ARBITRARIAMENTE UNA SORTA DI SPOT… PERCHé – SE NON L’AVETE CAPITO – COMPRARE IL NUOVO LIBRO DI ANGELO (E SOC*) E’ COSA BUONA E GIUSTA, FA BENE ALLA VISTA E FORSE ANCHE AGLI ORSI.

Puntuali come i DPCM arrivano i vaccini dell’anima: «A piedi in un mondo sospeso» (con cd allegato) di Angelo Maria Maddalena, Elena Ambrosi e Fradel per le autoproduzioni Malanotte.

Sono arrivati! Ma chi? I marziani? Noooo, quelli erano già arrivati, forse. Ma allora chi? I vaccini “buoni”? Sì, magari. No, però sono arrivati i libri e i cd che compongono il “cofanetto” A piedi in un mondo sospeso: appunti e canzoni di un anno “terapeutico” (nel cd A piedi e in canto, con 13 brani inediti, tra cui: Il virus dentro, E levati a mascherina, Un mondo assente, tre delle canzoni scritte fra ottobre e novembre 2020). Oltre alla chitarra dell’Angelo della Malanotte, in ogni canzone c’è almeno uno strumento suonato da Francesco detto Fradel.. è il Fradel della Malanotte! Chi poteva immaginare che A piedi in un mondo sospeso, riferito all’anno passato, uscisse in un mondo… ancora sospeso? La poesia di molte “passeggiate”, i testi e le musiche delle canzoni scandiscono “un andare romantico / un andare a tentoni / un andare un po’ stitico / e anche un poco autistico” (dalla canzone Posso amarti così), un incanto e uno sgomento sublimato, un mondo assente ma al tempo stesso un riscatto presente… ad ogni passo!

Per chi lo avesse già prenotato grazie e vi arriveranno le copie a casa presto; per chi non avesse ancora prenotato, avanti tutta!

A piedi in un mondo sospeso è un libro doveroso, urgente, terapeutico. Racconta passaggi e passeggiate di giorno e di notte di un poeta che ha perso la madre a marzo del 2020 senza poterla vedere un’ultima volta per motivi di “epidemia”. Comincia con il primo DPCM (10 marzo 2020) questo viaggio che da individuale e poetico si fa collettivo e politico. E’ un’occasione ulteriore per indagare una realtà «nuda e terrorizzata» nel suo manifestarsi grottesco, consegnandoci un quadro spiazzante, riconciliandoci con il nostro bisogno di capire e di saper vivere, con le armi della poesia e dell’indagine.

20 euro + spese di spedizione

per chi acquista più copie o titoli la spedizione è in omaggio

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