L’ultimo anello della catena

Dalla pg FB di Giustiniano Rossi

Il ministro dell’Industria sudafricano, Ebrahim Patel, chiede una “industrializzazione verde” del Continente. L’Africa, fornitrice, fra l’altro, di batterie, vuole produrre celle e auto elettriche. “Dobbiamo impedire che l’Africa resti indietro nella trasformazione verde dell’economia” avverte Patel. Quello che vuole evitare è il modello degli ultimi secoli e decenni. Fin dall’epoca coloniale, all’Africa è assegnato il ruolo di fornitore di materie prime. Secondo “Africa Business Guide”, il continente dispone del 40% dell’oro mondiale e del 90% dei giacimenti di cromo e platino. Contiene il 12% delle riserve di petrolio e di 7% di quelle di gas. Il modello è evidente nel commercio con gli USA. Mentre i paesi africani vendono soprattutto minerali – le sole esportazioni di greggio sono 1/3 di quelle totali negli USA – diversi prodotti lavorati ne sono importati. Globalmente, fra il 2016 e il 2021, il commercio con gli USA è fortemente regredito, mentre è aumentato quello con la Cina che, con 200 miliardi di dollari è ormai il quadruplo di quello con Washington. Il più grande partner commerciale resta comunque l’UE, con 230 miliardi.

I paesi industriali lasciano poco spazio per lo sviluppo di catene di valore africane. Il loro interesse per le materie prime dell’Africa è grande mentre quello per la creazione, localmente, di catene di valore, è minimo. Il concetto di catena di valore descrive le fasi fra la materia iniziale e il prodotto finale. Dal grado di lavorazione dipende il valore prodotto. Per i prodotti lavorati è possibile ottenere prezzi più alti sul mercato; che si tratti di cioccolata al posto delle fave di cacao, di tessuti invece di cotone o di benzina piuttosto che di greggio. Che sia possibile promuovere catene di valore è dimostrato dall’esempio del Ghana. Là il governo ha promosso negli ultimi dieci anni una politica industriale che registra i primi successi. Dall’epoca coloniale, il Ghana dipende dall’esportazione di materie prime, in particolare oro e fave di cacao. Dalla fine del 2010 viene estratto anche petrolio. Nel 2007 l’impresa anglo-olandese Tullow Oil e quella USA Kosmos Energy hanno scoperto, a 60 km dalla costa del Ghana, un nuovo giacimento di petrolio e gas che contiene fra 500 e 10000 milioni di barili. Nel frattempo, il petrolio è la terza merce esportata per importanza.

Un esempio di inzio di industrializzazione riuscita è quello del cacao. Secondo la Trade Map del Centro Commerciale Internazionale ITC, ad esempio, le esportazioni di pasta di cacao – il primo stadio della lavorazione delle fave di cacao – sono aumentate, dai 15 milioni di dollari all’anno nel 2011, a 500 milioni nel 2021. La pasta di cacao è diventata il quarto prodotto esportato dal Ghana in ordine d’importanza, anche se rappresenta solo il 3,3% del valore globale delle sue esportazioni. Anche il burro di cacao, il secondo stadio della lavorazione delle fave di cacao, è passato dallo 0,4% al 2,3% dell’export. E le esportazioni di cacao in polvere, il terzo stadio di lavorazione, sono salite dai 500.000 dollari del 2011 ai 130 milioni del 2021. Progressi realizzati partendo da un livello molto basso.

Il grande potenziale dell’Africa, che conta 1 miliardo e 300 milioni di abitanti, resta l’agricoltura. La maggior parte della popolazione africana vive attualmente nelle campagne. Sebbene l’ammodernamento dell’agricoltura sia lento, già ora le migliori prospettive di lavoro sono in quella moderna e nell’agroindustria, che fornisce gli alimenti ai centri urbani. E’ qui che possono trovare lavoro quelli che lo cercano, compresa coloro – la maggior parte – che sono privi di una buona formazione professionale. Ogni anno, i giovani che irrompono sul mercato del lavoro nei 55 paesi africani sono 20 milioni. Solo una frazione puo’ essere assorbita. E questo vale per chi conclude studi universitari come per chi interrompe la scuola. Il potenziale dei 100 milioni di famiglie di piccoli contadini che coltivano, al massimo, 2 ettari, non è neppure lontanamente esaurito. Questo vale per i governi africani come per quelli del nord del mondo. Ma questi ultimi sfruttano le asimmetrie del mercato a svantaggio dei piccoli agricoltori invece di eliminarle ed accordare loro pari opportunità. Solo l’agrobusiness viene promosso.

L’ “African Growth and Opportunity Act” (Agoa), varato dagli USA nel 2000, che consente ai paesi africani di esportare determinate merci senza pagare dazio, scade nel 2025. Ha promosso finora anzitutto l’industria tessile. Gli USA se ne servono come un’arma di politica commerciale, come con il Ruanda quando, nel 2018, ha aumentato i dazi sulle importazioni per proteggere la propria industria tessile da importazioni di abbigliamento di seconda mano. O nel 2022 contro l’Etiopia, il Mali e la Guinea per “violazioni dei diritti umani” e colpi di Stato. Né gli USA, né l’UE e neppure la Cina perseguono una collaborazione alla pari con i paesi del continente africano…

Giustiniano

13 dicembre 2022

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