Messina Denaro e la borghesia mafiosa

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Antonio Vesco Martina Lo Cascio 18 Gennaio 2023

Per comprendere il consenso al sistema di potere mafioso dobbiamo guardare all’egemonia dei soggetti che siamo abituati a collocare all’esterno dell’organizzazione criminale

La mattina del 16 Gennaio è stato arrestato Matteo Messina Denaro, latitante da trent’anni, accusato e condannato due volte all’ergastolo: come mandante delle stragi di Capaci e via D’Amelio e per il sequestro di Giuseppe Di Matteo, il figlio di un pentito ucciso e sciolto nell’acido. Il 17 Gennaio si scopre con stupore che la mattina, per recarsi alla clinica privata di Palermo La Maddalena dove è stato arrestato, il boss parte dalla sua abitazione di Campobello di Mazara dove ha trascorso sicuramente gli ultimi anni.

Frequento Campobello di Mazara dal 2013 da quando è iniziata la mia etnografia sulla filiera olivicola e sullo sfruttamento dei lavoratori migranti. Sin dall’inizio della ricerca è emersa la potenza della presenza della mafia e molti sostenevano anche che il boss fosse fisicamente in quel territorio. Non posso non pensare oggi a quali saranno le conseguenze per i lavoratori migranti di questo territorio in termini di ulteriore invisibilizzazione. 

In questo dialogo con Antonio Vesco, antropologo e studioso, tra le altre cose, delle rappresentazioni del sud e dei rapporti tra mafia e società locale nel trapanese, proviamo a districarci insieme tra il sensazionalismo, il complottismo e l’insopportabile retorica di uno stato vittorioso che impera nei media mainstream.

Cosa ha rappresentato Matteo Messina Denaro a Campobello di Mazara e in generale nel dopo-Riina? Quali sono state le caratteristiche della sua gestione politica? 

Messina Denaro è ricordato, tra le altre cose, come l’ultimo rappresentante della linea stragista di Cosa nostra. Una linea sostanzialmente perdente, che ha provocato una forte repressione giudiziaria, contribuendo a ridimensionare la mafia siciliana così come l’avevamo conosciuta fino ai primi anni Novanta. Questo vecchio boss racchiude in sé due anime – e due diverse stagioni – di Cosa nostra. Nella prima parte della sua carriera criminale ha fatto ampio uso della violenza, che è quella cosa di cui la mafia si serve solo quando non ha alternative. La violenza ha un forte valore simbolico e ha contribuito a lungo a rafforzare l’appartenenza al mondo mafioso, ma è anche una risorsa che, per ovvie ragioni, è molto più efficace quando rimane inespressa. Negli ultimi trent’anni, in una fase molto diversa per Cosa nostra, Messina Denaro pare abbia rappresentato invece un anello di congiunzione tra quello che restava delle cosche e pezzi di élites economiche e politiche, quella borghesia che lo stesso procuratore De Lucia ha evocato in un’intervista rilasciata immediatamente dopo l’arresto. Non sappiamo se il ruolo di vertice che gli veniva attribuito sia plausibile, quel che è certo è che il sistema di relazioni in cui era inserito funziona anche in assenza di un boss molto bravo a nascondersi. 

Come pensi che vada analizzata l’organizzazione mafiosa? E alla luce dell’analisi che fai,  cosa rappresenta l’arresto di un boss, del boss, per Cosa nostra?

Va da sé che non possiamo in nessun modo sottovalutare il peso e l’influenza dei clan, specie in termini di controllo del territorio, che in determinate fasi storiche è stato asfissiante. Ma chi studia e osserva la mafia siciliana ci spiega da diversi decenni che la questione mafiosa non può essere ridotta al ruolo giocato dai boss o dall’organizzazione in sé, che negli ultimi trent’anni è stata peraltro fortemente indebolita dalla repressione giudiziaria e dall’opposizione di ampi strati della società siciliana. Una parte determinante è giocata, ieri come oggi, da membri delle istituzioni e da attori politici ed economici che hanno un ruolo preminente nei diversi territori e che costituiscono un sistema di potere che ha incluso e include anche soggetti mafiosi in senso stretto. Ma nell’ambito di queste reti di relazioni i mafiosi non occupano necessariamente una posizione dominante. Da questo punto di vista, l’enfasi mediatica intorno all’arresto di Messina Denaro è sconfortante.

Alla luce di questa lettura che mette in discussione una visione mafiocentrica, come leggiamo i rapporti con l’establishment economico e politico di Matteo Messina Denaro e di Cosa Nostra?

Il dibattito mediatico è scoraggiante proprio perché continua ad adottare una prospettiva mafiocentrica, utile anche a leggere un arresto come questo sotto la lente dell’opposizione tra mafia e Stato, con quest’ultimo che risulterebbe vittorioso. Ma quello mafioso è sempre stato un fenomeno politico, che si caratterizza proprio per i suoi legami strutturali con le istituzioni e le classi dirigenti. Trent’anni fa, il criminologo critico Alessandro Baratta ci diceva che in questo caso dovremmo rinunciare alla nostra passione per le definizioni ontologiche (mafia contro Stato) e adottare una definizione relazionale, che concepisce mafia e Stato come due elementi che costituiscono un unico, complesso, fenomeno. A me pare che i rapporti di Messina Denaro con l’establishment politico ed economico vadano letti tenendo conto di questi aspetti. Parlare di coperture e accordi (come avviene in questi giorni) o di trattative (come avviene da tempo), rischia di oscurare il problema, presentando le commistioni tra mafia e Stato come episodi eccezionali e non tenendo conto della complessa politicità del fenomeno mafioso.

«C’è stata certamente una fetta di borghesia che negli anni ha aiutato Messina Denaro e le nostre indagini ora stanno puntando su questo». Lo ha detto il procuratore Maurizio de Lucia durante la conferenza stampa sulla cattura del boss. Come può esserci utile la categoria di «borghesia mafiosa»?

Questa dichiarazione non fa una piega. La categoria di borghesia mafiosa fu proposta nei primi anni Settanta da Mario Mineo e poi ripresa e approfondita da Umberto Santino. È una chiave di lettura sempre più pertinente per interpretare la questione mafiosa oggi. Santino ci ha spiegato meglio di altri che la mafia non è riducibile alla sua ala violenta e stracciona (quella che abbiamo criminalizzato per lungo tempo e su cui è stato costruito lo stigma, per intenderci), ma è un fenomeno trans-classista. Con la locuzione borghesia mafiosa non si riferiva però esclusivamente al sistema relazionale entro cui si muovono i clan. Sottolineava per lo più il ruolo che la mafia ha giocato nei processi di accumulazione capitalistica e di formazione dei rapporti di dominio e subalternità. In questa prospettiva, la mafia non è altro che una peculiare declinazione del sistema capitalistico in territori che hanno propri tratti specifici. Un modo peculiare (ma non così diverso da altri) di governare le risorse, quelle legali e quelle illegali, talvolta mediando tra il piano locale e quello globale.

Per quanto affascinante sia il racconto dei legami tra un boss e i salotti delle città siciliane, quando pensiamo alle entrature borghesi di Messina Denaro non dobbiamo immaginare episodiche coperture fornite da amici influenti. Dovremmo pensare soprattutto agli imprenditori, ai politici e ai funzionari pubblici che, come Messina Denaro, hanno costruito il proprio successo sul sistema di relazioni di cui dicevamo. Coloro per i quali quel sistema di relazioni ha rappresentato uno strumento di ascesa sociale, a scapito dei territori e di chi li abita.

Alla luce di questo come pensi vada analizzato l’arresto del 16 gennaio? Nella sua modalità, enfasi, retorica e utilizzo politico?

Le reazioni sono state quelle che ci aspettavamo. La retorica istituzionale e mediatica di questi giorni ha portato perfino bravi giornalisti ad affermare (cito a memoria): «questo arresto avviene a trent’anni esatti da quello di Totò Riina, non c’era modo migliore per celebrare questo anniversario». Come se un arresto fosse, di per sé, una buona ragione per festeggiare. La comprensibile soddisfazione per l’arresto di un pericoloso latitante diviene celebrazione dell’evento quando si ha bisogno di riproporre la chiave di lettura della mafia come antistato e dello stato come antimafia. Al tempo stesso, il racconto mediatico ha bisogno di riproporre il copione delle misteriose complicità trasversali, come se si trattasse di un fatto eccezionale. 

Questo dibattito è l’ennesima occasione mancata per ripensare il modo in cui parliamo di mafia. Una figura come Messina Denaro dovrebbe interrogarci invece su questioni serie che vanno al di là della sua presunta onnipotenza. E non basta dire che le forze che controllano il potere mafioso sono quelle del mercato e dell’economia finanziaria, che la mafia non è altro che capitalismo mascherato da una serie di codici culturali. Queste analisi critiche sono apprezzabili, ma ci consegnano una visione vaga e indefinita del potere mafioso, che confina con quella proposta in ambienti «complottisti». Chiediamoci anche chi oggi contribuisce a produrre discorso sulla mafia e da quale posizione, quali nuove egemonie ci sono in campo nella costruzione sociale (e quindi anche politica e giudiziaria) di una questione centrale come quella mafiosa. Abbiamo bisogno di toccare con mano le trasformazioni della mafia siciliana, capire a chi è rivolto oggi il consenso su cui un tempo potevano contare i clan. Giornalisti e giornaliste vanno ancora a caccia di cittadini di Campobello affezionati al boss, o quanto meno «omertosi». Quello che resta dei clan trapanesi e palermitani gode indubbiamente ancora oggi di un certo consenso sociale tra ristrette fasce della popolazione che hanno ancora rapporti quotidiani con i mafiosi. Ma al di fuori di queste cerchie sociali nessuno accorderebbe una qualsivoglia forma di consenso a un potere esplicitamente violento. Gran parte della popolazione di un territorio come quello trapanese oggi si professa – e si ritiene sinceramente – antimafiosa. Lo stigma ha funzionato, ma solo nei confronti delle solite «classi pericolose». Per comprendere il consenso che circonda oggi il sistema di potere mafioso dobbiamo guardare all’egemonia di quei soggetti che siamo abituati a collocare all’esterno dell’organizzazione mafiosa in senso stretto. A quegli imprenditori, a quei politici, a quei professionisti, a quei funzionari pubblici che non appaiono rispettabili soltanto ai trapanesi. Non so se possiamo definirli mafiosi, ma è a questo mondo che dobbiamo fare attenzione oggi.

*Antonio Vesco è un antropologo. Ricercatore al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania, si occupa per lo più delle immagini e delle rappresentazioni del sud e del nordest d’Italia, della costruzione delle soggettività politiche in ambito democratico, del rapporto tra mafia e Stato. È redattore della Rivista di Antropologia Contemporanea e del blog Il lavoro culturale. Martina Lo Cascio sociologa all’Università di Padova, si occupa di Supermarket Revolution, lavoro, agricolture e agroecologia. È attivista di Contadinazioni e FuoriMercato autogestione in movimento. Autrice tra l’altro di Un prodotto dop in terra di mafia. Le olive da tavola Nocellara in Sicilia,  in Meridiana-Rivista di storia e scienze sociali

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